sabato 23 settembre 2006

Si chiama Reinfeldt e sembra Blair

da Corriere della Sera del 20 settembre 2006, pag. 34

di Maurizio Ferrera




Alcuni anni fa uno dei massimi esperti di welfare, il sociologo Gosta Esping-Andersen, lanciò un monito sullo stato di salute del modello svedese. La Svezia protegge generosamente i suoi cittadini, ma ha una bassa capacità di creare occupazione, soprattutto nel settore dei servizi. Per curare la malattia occorre un cambiamento di mentalità. L'«homo socialdemocraticus», suggeriva Esping-Andersen, deve accettare l'idea che non vi può essere uguaglianza «qui ed ora» per tutti: un po’ di disuguaglianza è necessaria per promuovere il dinamismo dell'economia e dell'occupazione. L'importante è che non si creino situazioni di svantaggio permanente al fondo della scala sociale.



Il governo di Goran Persson non ha prestato attenzione a quel monito. Il programma elaborato per le recenti elezioni conteneva proposte avanzatissime in tema di protezione sociale, ma era ancora impregnato di egualitarismo statalista. Molti elettori (il 46%) sono rimasti fedeli a Persson. Il 48 ha però votato per il centrodestra, il quale ha promesso di conservare i tratti portanti del welfare, ma anche di introdurre più flessibilità, più differenziazione e più libertà di scelta nella società svedese.



Come spiegare questo riallineamento politico? Il tema più scottante della campagna elettorale è stato proprio il mercato del lavoro. I dati ufficiali parlano di un tasso di disoccupazione intorno al 50%. Gli elettori hanno però capito che si tratta di un artificio statistico. Pur crescendo a ritmi sostenuti, l'economia svedese non riesce a creare posti di lavoro nell'unico settore dove ciò è ancora possibile, i servizi. E non li crea perché il costo del lavoro è troppo alto, soprattutto quello dei lavoratori poco qualificati. Se non figurano nel tasso di disoccupazione, che fine fanno questi lavoratori? Spariscono dalle forze di lavoro grazie a una moltitudine di programmi assistenziali che li sussidiano per restare inattivi. Se fossero conteggiati nelle statistiche, i lavoratori sussidiati o scoraggiati farebbero triplicare il tasso di disoccupazione.



Gli elettori l'hanno capito (soprattutto molti giovani che vivono il problema in prima persona) e hanno deciso di voltare le spalle ai socialdemocratici.



Il nuovo premier Reinfeldt sembra avere ben presente il problema e vuole risolverlo rendendo più conveniente le assunzioni nel terziario: ribassi contributivi e franchigie fiscali sui redditi più bassi, incentivi alla espansione dei servizi privati alle famiglie (centri commerciali, ristorazione e intrattenimento, turismo, servizi «di cura») e più in generale più flessibilità negli standard contrattuali e retributivi. Il programma della coalizione vincente contiene anche alcune proposte care alla destra: dall'abolizione dell'imposta patrimoniale alla privatizzazione di molti monopoli pubblici. Tuttavia il leader dei moderati è stato chiaro: nel promuovere una Svezia più flessibile il suo governo non intaccherà le basi del welfare universalistico.
Non sappiamo se la terapia di Reinfeldt riuscira a curare la malattia del modello svedese. Ma è chiaro sin d'ora che il giovane neopremier ha lanciato due sfide politiche importanti non solo per il suo Paese ma per tutta l'Europa. La prima è rivolta alla sinistra socialdemocratica e ai suoi due idoli prediletti: l'egualitarismo e lo statalismo assistenziale. La seconda sfida è rivolta alla destra neoconservatrice, di marca thatcheriana. Reinfeldt si presenta come un «nuovo moderato», interessato a modernizzare il welfare secondo linee non troppo dissimili da quelle del New Labour (il suo discorso postelettorale ha parafrasato in alcuni punti l'analogo discorso di Blair dopo la vittoria del 1997). La sfida che viene da Stoccolma non riguarda in altre parole solo la mentalità dell'«homo socialdemocraticus», ma anche quella dell'«homo liberalis», al quale si chiede di abbandonare il culto esasperato della concorrenza e del mercato, facendo proprie anche le ragioni del welfare. La partita è tutta da giocare ed è forse opportuno attendere le prime mosse prima di decidere per chi tifare. Ma, per le varie sinistre e le varie destre europee, è sicuramente una partita che merita di essere seguita con grande attenzione.

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