sabato 23 settembre 2006

I limiti del potere americano

da La Stampa del 20 settembre 2006, pag. 1

di Arrigo Levi


L’America potrebbe permettersi un'altra guerra? Se lo chiede l'ultimo numero di «Time», dedicando la sua cover story all'ipotesi, che da Washington non appare astratta, ma al contrario oggetto di prudenti «war games» del Pentagono, di una guerra preventiva con l'Iran. Questa non è giudicata impossibile, se la diplomazia si dimostrasse incapace di impedire il riarmo nucleare di quella che oggi, dopo lo sfacelo iracheno, appare, accanto a Israele, come la «potenza regionale» dominante del Medio Oriente.

Il punto di partenza di una attenta analisi di tutte le possibili alternative è però che «in base a qualsiasi criterio razionale, l'ultima cosa che gli Stati Uniti possono oggi permettersi è un'altra guerra», visto che l'America non è neppure in grado di porre fine, vincendole, ad altre due guerre in cui è già impegnata (Iraq e Afghanistan), ai confini occidentale e orientale dello stesso Iran. Il punto d'arrivo dei vari possibili scenari di una guerra all'Iran (soltanto aerea, aerea e marittima, o aerea, marittima e terrestre) ci sembra riassunto equamente dal Generale dei Marines in pensione Anthony Zinni; secondo il quale, qualsiasi attacco all'Iran porterebbe a una guerra terrestre, e questo fa di un tale attacco, comunque concepito, «un'idea stupida»; essendo le conseguenze politiche ed economiche di una nuova guerra disastrose e incalcolabili.

L'America fatica (comprensibilmente, visto che tutti la proclamavano da diversi anni l'unica superpotenza della Terra), a prendere atto di quelli che tanto tempo fa, quando c'erano ancora soltanto due superpotenze, Henry Kissinger definiva già «the limits of American power». Può darsi che l'America non sia «spaventata a morte» e destinata quindi ad essere «sconfitta e sottomessa» da un Islamismo aggressivo, come ad alcuni appare oggi, a torto o ragione (più a torto che a ragione, a mio avviso) l'Europa. Ma, spaventata o non spaventata, certo è che di fronte a una nuova piccola, anzi assai piccola guerra mediorientale, quella israelo-libanese, l'America, e nella scia dell'America Israele, hanno riconosciuto che non avevano mezzi adeguati per rifar pace, e hanno preferito rivolgersi alla «spaventata» Europa per chiederle d'intervenire con un'iniziativa non soltanto politica ma militare. Ed è accaduto, tra la sorpresa generale, che l'Europa, anzi l'Unione Europea, ha trovato il coraggio di farsi avanti e riempire il vuoto lasciato dai «limiti della potenza americana», improvvisamente emersi agli occhi di tutti.

Queste non sono, beninteso, considerazioni confortanti. Non lo sono affatto, anche se l'Europa si è comportata meglio del previsto; lo sa bene proprio l'Europa, che soltanto perché protetta per diversi decenni dallo scudo della superpotenza americana ha potuto forgiare, unendosi, la spada politico-economica che ha trafitto e colpito a morte la superpotenza imperiale sovietica. Riesce difficile, e non è affatto piacevole, dover adattare la propria visione del mondo, da quello che il mondo era nell'epoca bipolare o nel breve periodo del «nuovo ordine mondiale» e dell'illusione «unipolare», a quello che è e sarà in questa nuova, imprevedibile epoca multipolare; che per di più sfugge anche all'antica logica degli equilibri più o meno instabili fra Stati nazionali, dopo l'entrata in scena di forze «transnazionali» irresponsabili e mal definibili.

E' infatti assai dubbio che l'Europa, così come è oggi, sia in grado di sopperire ai «limiti della potenza americana»; anzi, certamente non lo è, in un mondo che sarà ancora, chissà per quanto tempo, regolato più che da sagge istituzioni soprannazionali da logiche di potenza: non solo militare, ovviamente, ma anche militare. E anche se l'Europa democratica e civile non è così pusillanime come alcuni pensano, non è nemmeno in grado di esprimere e far pesare sulla bilancia degli equilibri mondiali tutta la sua forza potenziale, perché non ha ancora tutte le istituzioni che sarebbero a tal fine indispensabili.

L'Europa, anzi l'Occidente «secolarizzato», che vuol poi dire soprattutto Europa e America, non è però così povero di valori come lo si dipinge, o così dimentico dei suoi antichi ideali. E' vero il contrario. Per i miliardi di uomini e donne delle nuove potenze emergenti, dall'India alla Cina, dall'Africa alle Americhe, il modello sognato è ancora e soltanto quello occidentale.

Noi, non altri, ispirati da fede e ragione, abbiamo creato le prime società in cui tutti gli uomini e tutte le donne sono liberi di dire quello che pensano, e tutti hanno gli stessi diritti politici. Solo a partire dall'affermarsi, in Europa e in America, di ideali illuministi, di istituzioni liberali e democratiche, si sono create società in cui regnano pace, giustizia e un benessere largamente diffuso, in cui non vi è più un sottile strato di opulenza galleggiante su un oceano di umanità miserabile, rassegnata ad aspettare nell'aldilà il compenso per le proprie sventure. Questi sono i nostri valori, ed essi non fanno paura al mondo; al contrario, suscitano invidia.

Accade purtroppo che da questa invidia nascano anche tremende pulsioni distruttive, che ci minacciano, e alle quali bisogna contrapporre non soltanto valori ma anche potenza, in un giusto cocktail di dialogo rispettoso, di prudenza e di forza misurata. E' questa la sfida a cui America ed Europa, necessariamente alleate, debbono saper rispondere insieme. L'una e l'altra da sole non sono né saranno all'altezza di questa sfida.

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