sabato 30 settembre 2006

Non c’è né un partito né una guida politica

Da Il Riformista

29 SETTEMBRE

di Emanuele Macaluso

Il governo resta in serie difficoltà per l’affare Telecom anche dopo il primo dei due dibattiti parlamentari cui Prodi è stato costretto dopo tante inutili e penose contorsioni. Le difficoltà vengono dalla confusione sulla linea politica complessiva del governo nei confronti dei settori privatizzati che comunque rivestono un rilevante interesse pubblico. Uguale confusione riguarda la condotta politica tenuta dal presidente del Consiglio e dai suoi collaboratori a proposito delle iniziative del gruppo azionario di riferimento di Telecom-Tim, volte a cambiarne l’assetto in forme tali da richiamare l’attenzione del mondo politico ed economico, non solo in Italia. Non ci proponiamo di intervenire negli aspetti strettamente economici e finanziari della questione, ma sottolineare alcuni risvolti politici che essa pone. Romano Prodi, infatti, ha indirizzato una lettera ai leader dell’Unione, in vista del convegno di Orvieto presentato come tappa decisiva verso la costruzione del Partito democratico, in cui indica come esemplare l’azione di governo al fine di dare forza al suo progetto politico. Sotto questo punto di vista il convegno può trasformarsi in un vero e proprio boomerang.
La lettera-messaggio del premier (pubblicata sull’Unità e su Europa lo scorso 19 settembre) appare un documento generico, retorico e autoreferenziale. Prodi inizia dicendo: «Da più di dieci anni - cioè da quando ho deciso di partecipare attivamente alla vita politica - l’Ulivo è il centro e l’orizzonte del mio impegno». E continua: «Nei momenti belli e in quelli meno belli ho cercato sempre di tenere la rotta... per la nascita di una grande forza democratica... un grande partito moderno che unisca tutti i democratici». Chi non è in quel partito non è fra i «tutti», quindi non è un democratico? E usando sempre l’io-fondatore Prodi afferma che «più che mai mi sento di ripetere quello che tante volte ho detto negli anni passati: non ci sono più ragioni perché le tradizioni riformiste dei socialisti, dei popolari e dei cattolici democratici, dei liberal-democratici e del laico-repubblicani, divisi dalla storia e dai contrasti ideologici del ’900, continuino ad essere divise anche in un secolo nuovo, cominciato con qualche anticipo con la caduta del muro di Berlino». Ora, come è noto, i contrasti tra le forze elencate c’erano ben prima che fosse eretto il muro di Berlino, e anche prima della rivoluzione d’ottobre. Popolari e socialisti, infatti, prima della nascita del Pci (1921) non erano in un solo partito e non lo sono nemmeno oggi in nessun paese europeo. Prodi, senza mai citare una delle questioni che hanno sino ad oggi reso difficile trasformare l’alleanza elettorale in un partito, ha decretato che nulla divide quelle forze: né la collocazione intenzionale né i temi “eticamente sensibili”, che la modernizzazione e lo sviluppo scientifico e tecnologico pongono nella loro rilevanza politica (vedi la recente demonizzazione da parte del cardinale Ruini), e neppure i problemi che attengono all’economia e alla riforma del Welfare.
Va tutto bene, quindi, anche per Stefano Ceccanti che, replicando a un articolo del direttore di questa rivista, apparso sul Riformista, scrive sull’Unità che «la prima questione sarà affrontata democraticamente subito dopo che il Partito democratico sarà costituito». In che modo? Si farà un referendum? Ceccanti poi ammette che «gran parte delle forze plurali del centrosinistra in Europa si denomina socialista» ed è sicuro che «si troverà il modo di stabilire con quei partiti un rapporto organico che possa costituire un ponte anche verso i non socialisti». E sull’altro nodo scrive: «quanto poi alla laicità è sufficiente che laici e cattolici ascoltino le domande reciproche e si pongano in uno spirito non pregiudiziale». Ceccanti da buon cattolico forse crede nei miracoli e, nello specifico, che possano farsene due assieme. Noi siamo più scettici.
Osserviamo infatti che né attraverso la lettera di Prodi, né attraverso altri interventi abbiamo ancora capito che cosa dovrebbe essere il partito progettato: quale struttura, quale cultura politica (quella con cui il governo Prodi affronta il caso Telecom?) quali dirigenti.
Nel frattempo sul Corriere della Sera abbiamo letto che a Milano «intorno a un tavolo di Glocus, l’associazione che studia i deficit di competitività, si è riunito un think tank presieduto dal ministro Linda Lanzillotta. L’obiettivo è un libro bianco, il Progetto Nord, che sarà curato dell’ex direttore del Riformista Antonio Polito e da Nicola Pasini dell’Università di Milano. Il problema politico è la nascita di un Partito democratico del Nord, o meglio un partito federale con autonomia di strategie nella zona settentrionale». All’incontro c’era anche Tiziano Treu. Ma se si fa un Partito democratico del Nord, se ne farà anche uno del Sud? Non abbiamo notizie su un think tank svoltosi a Napoli con questo proposito. O si tratta di iniziative separate di gruppi della Margherita che già hanno progetti di partiti federati?
Insomma, il problema della guida politica, posto da noi all’inizio di questo articolo, per quanto riguarda il governo, come si vede, si ripropone anche nel campo più specifico dell’iniziativa politica posta in essere per la costruzione del “nuovo” partito: i due momenti purtroppo si intrecciano.
Tratto dall’ultimo numero de “Le ragioni del socialismo”, in edicola da lunedì

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