martedì 19 settembre 2006

La mia Unione: moderna, sociale e che lavori

Riportiamo come contributo al dibattito il discorso di Blair del 2/1/06 presso la UE.

Investimenti in competenze e innovazione, riqualificazione urbana, sostegno alle piccole imprese. «Un bilancio europeo al passo con i tempi non può destinare il 40 per cento dei fondi alla politica agricola comune»

Che modello è quello che mantiene 20 milioni di disoccupati e ha meno laureati in materie scientifiche dell’India?


È giunto il momento di affrontare questo discorso. A prescindere dagli altri motivi di dissenso, gli europei oggi concordano per lo meno su un punto: l’Europa è immersa in un profondo dibattito sul proprio futuro. Desidero oggi affrontare con franchezza tale dibattito, le sue ragioni e possibili soluzioni. Ogni crisi racchiude un’opportunità. Ora ne esiste una per l’Europa, se abbiamo il coraggio di coglierla.
Il dibattito sull’Europa non dovrebbe essere portato avanti a colpi di insulti personali. Dovrebbe essere piuttosto uno scambio di idee aperto e franco. Intendo innanzitutto chiarire i termini in cui inquadro il dibattito e il dissenso che lo sottende.
Non si pone alcuna alternativa tra un’Europa di «libero mercato» e un’Europa sociale, tra chi vuole ritirarsi in un mercato comune e chi crede nell’Europa come progetto politico. Una simile impostazione non fa che intimidire chi desideri un cambiamento, presentando questo desiderio come un tradimento degli ideali europei e ostacola un dibattito serio sul futuro dell’Europa, sostenendo che il semplice fatto di proseguire nel dibattito equivale a promuovere l’antieuropeismo.
È un modo di pensare che ho combattuto durante la mia intera vita politica. Gli ideali sopravvivono attraverso il cambiamento. È l’inerzia di fronte alle sfide che li uccide. Credo nell’Europa come progetto politico.
Credo in un’Europa che abbia una dimensione sociale forte e presente. Non accetterei mai un’Europa ridotta a puro mercato economico.
Non esiste alcuna divisione tra l’Europa capace di successi economici e l’Europa sociale. L’Europa politica e l’Europa economica non vivono in ambienti separati. Il fine dell’Europa sociale e quello dell’Europa economica dovrebbero sostenersi reciprocamente. Lo scopo dell’Europa politica dovrebbe essere la promozione di istituzioni democratiche ed efficienti per far progredire la politica in entrambe le sfere. L’obiettivo della leadership politica è individuare le politiche adatte al mondo di oggi.
Per cinquant’anni i leader europei ci sono riusciti. Oggi parliamo di crisi. Faremmo meglio a parlare prima di vittoria. Al termine della guerra, l’Europa era distrutta. Oggi l’Ue si erge come un monumento al successo politico. Cinquant’anni di pace, di prosperità, di progresso. Pensiamo a questo, siamo grati.
Chiudendosi a riccio di fronte a questa immensa sfida, nella speranza di poter evitare la globalizzazione, le nazioni europee si sottraggono alle trasformazioni che ci circondano, si rifugiano nelle politiche attualmente vigenti in Europa come se queste, di continuo riproposte, acquisissero in virtù della riproposizione stessa una maggiore rilevanza: così facendo rischiamo il fallimento. Fallimento su una scala gigantesca e strategica. Non è tempo di accusare di tradimento chi desidera il cambiamento dell’Europa. È il momento di riconoscere che, solo cambiando, l’Europa ritroverà la propria forza, il proprio ruolo, i propri ideali e, quindi, il sostegno popolare.
Non si tratta dell’idea di Unione Europea. Si tratta di modernizzazione. Di politica. Questo non è un dibattito su come abbandonare l’Europa, ma su come metterla in condizione di realizzare ciò per cui è stata creata: migliorare la vita delle persone. Proprio, adesso, le persone non ne sono convinte. Dobbiamo considerare questo aspetto.
Per quattro anni l’Europa ha condotto un dibattito sulla nostra nuova Costituzione, un’opera dettagliata e accurata che stabiliva le nuove regole per governare una Unione di 25 e più Stati membri. È stata adottata da tutti i governi. È stata sostenuta da tutti i leader. È stata poi comprensibilmente bocciata nei referendum in due Stati fondatori, in Olanda con oltre il 60% dei suffragi. La realtà è che nella maggior parte degli Paesi membri oggi sarebbe difficile assicurare un «sì» referendario alla Costituzione.
Esistono due spiegazioni possibili. Una è che la persone abbiano analizzato la Costituzione e si siano trovate in disaccordo con alcuni articoli. Dubito che la maggioranza del «no» fosse costituita da costoro. Non era un caso di cattiva stesura o di specifico dissenso sul testo.
L’altra spiegazione è che la Costituzione sia diventata semplicemente uno strumento, attraverso il quale esprimere una insoddisfazione più ampia e più profonda sulla situazione europea. Credo sia questa l’analisi corretta.
In tal caso, la crisi non investe le istituzioni, ma la leadership politica. Le popolazioni europee ci pongono difficili interrogativi. Sono preoccupate per la globalizzazione, per la sicurezza del posto di lavoro, per le pensioni e la qualità della vita. Non solo l’economiama l’intera società si stanno trasformando sotto i loro occhi. Le comunità tradizionali sono disintegrate, le identità etniche si modificano, la vita familiare è minacciata dalla battaglia quotidiana di famiglie che devono conciliare casa e lavoro.
È tempo di smuoverci. Squillano le trombe intorno alle mura della città. Siamo in ascolto? Abbiamo la volontà politica di andare incontro alla popolazione, cosicché possa considerare la nostra leadership parte della soluzione e non il problema?
Ecco il contesto nel quale inserire il dibattito sul bilancio. La popolazione chiede che il bilancio riconquisti credibilità all’Europa. Certo. Il bilancio giusto, però. Un bilancio che non vada disgiunto dal dibattito sulla crisi europea e che sia parte della risposta alla crisi. Desidero dire qualcosa sul vertice di venerdì scorso. Alcuni hanno sostenuto che io fossi contrario a un compromesso sullo sconto britannico; che abbia sollevato la questione della Politica agricola comune solo all’ultimo momento; che per rinegoziare la «Pac» abbia atteso venerdì sera. In realtà, sono il solo leader britannico che abbia mai manifestato disponibilità a mettere lo sconto sul tavolo dei negoziati. Qualsiasi modifica deve tenere conto delle legittime necessità delle comunità agricole. Ho detto semplicemente due cose: non possiamo concordare una nuova prospettiva finanziaria che non delinei almeno un processo capace di condurre a una spartizione razionale del bilancio; occorre consentire a un bilancio simile di condizionare la seconda metà della prospettiva fino al 2013. Altrimenti, il 2014 arriverà prima che qualsiasi fondamentale modifica sia stata concordata, tanto meno attuata. Intanto, la Gran Bretagna pagherà naturalmente la sua giusta quota sull’allargamento. Potrei sottolineare che resteremmo in ogni caso il secondo contributore netto dell’Ue, avendo pagato, in questa prospettiva, miliardi in più rispetto a Paesi grandi come noi.
Ecco il contesto. Come si configurerebbe una diversa agenda politica per l’Europa? Prima di tutto, modernizzerebbe il nostro modello sociale. Qualcuno ha supposto che io desideri abbandonare il modello sociale europeo. Ma ditemi: di quale genere è quel modello sociale che mantiene venti milioni di disoccupati in Europa e indici di produttività inferiori a quelli degli Stati Uniti; che produce meno laureati in materie scientifiche dell’India; che regredisce e non va avanti rispetto ad alcun indicatore della moderna economia — capacità, R&D, brevetti, IT. Nei prossimi cinque anni l’India vedrà il suo settore biotecnologico crescere di cinque volte. Negli ultimi cinque anni la Cina ha triplicato le spese in R&D. Delle venti migliori università del mondo, oggi, solo due sono in Europa.
Il fine del nostro modello sociale dovrebbe essere quello di incrementare la competitività, per aiutare la nostra popolazione ad affrontare la globalizzazione, consentirle di coglierne le opportunità ed evitarne i pericoli. Di certo abbiamo bisogno di un’Europa sociale. Dev’essere, però, un’Europa sociale che lavori.
Poiché questo è un giorno nel quale demolire le caricature, permettetemi di demolirne un’altra: l’idea che la Gran Bretagna sia ostaggio di una qualche filosofia anglosassone improntata al liberismo estremo che calpesta i poveri e i diseredati. L’attuale governo britannico ha introdotto il nuovo corso per combattere la disoccupazione, il più esteso programma sul lavoro in Europa. Negli ultimi cinque anni ha potenziato gli investimenti sui servizi pubblici più di qualsiasi altro Paese europeo. Ne avevamo bisogno, è vero, ma ci siamo riusciti. Abbiamo introdotto il primo salario minimo nella storia britannica. Abbiamo rinnovato le nostre città. Abbiamo salvato dalla povertà quasi un milione di bambini e sottratto due milioni di pensionati a enormi difficoltà, siamo impegnati nella più radicale estensione dei diritti di figli e genitori nella storia del nostro Paese. Abbiamo fatto questo sulla base e non a danno di un’economia forte.
In secondo luogo, facciamo sì che il bilancio rispecchi questa realtà. Di nuovo il rapporto Sapir indica la strada da seguire. Pubblicato dalla Commissione europea nel 2003, definisce nel dettaglio quello che sarebbe un moderno bilancio europeo. Mettiamolo in pratica. Un moderno bilancio europeo, però, non può continuare per i prossimi dieci anni a destinare il 40% del denaro alla Politica agricola comune.
Terzo, applichiamo l’Agenda di Lisbona. Su lavoro, partecipazione al mercato del lavoro, evasione scolastica, formazione, i nostri progressi non si avvicinano agli standard definiti a Lisbona. Quell’Agenda ci diceva come agire. Agiamo.
Quarto, e qui devo essere prudente, delineiamo una struttura macroeconomica per l’Europa che sia disciplinata ma anche flessibile. Non spetta a me esprimere pareri sull’Eurozona. Dico solo questo: se riuscissimo a concordare un effettivo progresso nelle riforme economiche, se dessimo prova di effettiva serietà nelle modifiche strutturali, allora la popolazione percepirebbe una riforma della macropolitica come sensata e ragionata, espressione non di negligenza fiscale ma di buon senso. Abbiamo urgente bisogno di una riforma di questo genere se vogliamo che l’Europa cresca.
C’è poi il capitolo della politica estera e di sicurezza comune. Dovremmo concordaremisure pratiche per potenziare la capacità di Difesa europea, prepararci ad assumere un maggior numero dimissioni di peacekeeping, porci in grado, con la Nato o, nel caso in cui questa non desideri essere coinvolta, fuori dalla Nato, di intervenire in maniera rapida ed efficace nella soluzione dei conflitti. Pensiamo alle attuali dimensioni degli eserciti europei e alle nostre spese. Rispondono davvero alle necessità strategiche di oggi?
Una politica di Difesa simile è una componente necessaria di una politica estera efficace. Anche senza, dovremmo fare in modo che l’influenza dell’Europa pesi. La recente decisione dell’Ue di raddoppiare gli aiuti all’Africa ha costituito una spinta non solo per quel tormentato Continente, ma per la stessa cooperazione europea. Stiamo conducendo un dibattito sui cambiamenti climatici e sullo sviluppo di politiche paneuropee volte ad affrontarli. Grazie a Javier Solana, l’Europa ha iniziato a far sentire la propria presenza nel processo di pace in Medio Oriente. La mia idea è molto semplice. Un’Europa forte sarebbe un soggetto attivo in politica estera, di certo un buon partner per gli Usa ma anche in grado di dimostrare la propria capacità di forgiare e spingere il mondo in avanti.
Un’Europa simile sarebbe un’Europa fiduciosa. Tanto fiduciosa da considerare l’allargamento non una minaccia, come se la membership fosse un calcolo a somma zero, nel quale i vecchi membri perdono quando i nuovi vincono, ma una straordinaria, storica opportunità per costruire un’Unione più grande e più potente.
Perché, non facciamoci illusioni: se interrompiamo l’allargamento o ne ostacoliamo le naturali conseguenze, questo, infine, non salverà un lavoro o un’azienda, non eviterà una delocalizzazione. Per un certo periodo, forse, poi non più. Nel frattempo l’Europa diventerà più ristretta, più chiusa e non sarà chi si inserisce nella tradizione dell’idealismo europeo a raccogliere consensi, ma chi si colloca in quella datata del nazionalismo xenofobo. Vi dico in tutta franchezza: è una contraddizione essere a favore di una liberalizzazione delle adesioni all’Europa e insieme contrari all’apertura della sua economia.
Chiedo solo questo: non convinciamoci che tale dibattito sia inutile; che, se «facciamo finta di nulla », prima o poi le persone cederanno e accetteranno l’Europa così com’è, non come vorrebbero che fosse. Durante il mio mandato da primo ministro, ho riscontrato che il difficile non è prendere la decisione, ma distinguere quando la decisione vada presa. È comprendere la differenza tra le sfide che devono essere gestite e quelle che vanno affrontate e superate. L’Europa è in un momento tanto delicato.
Gli europei ci stanno parlando. Pongono delle domande. Chiedono la nostra leadership. È tempo di assumerla.
(Traduzione di Maria Serena Natale)
Tony Blair
Primo ministro britannico
02 gennaio 2006

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