Non basta investire in tecnologia, servono nuove regole per riformare la pubblica amministrazione
Piero Ostellino sul Corriere della Sera 3/6/06
A integrazione delle liberali «Considerazioni» del governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, sulla crescita come priorità, consiglierei al mondo politico la lettura di un libro di recente pubblicazione (Alberto Vannucci e Raimondo Cubeddu: «Lo spettro della competitività» , ed. Rubbettino). Scrivono gli autori: «Il sistema di regolazione italiano e l'amministrazione pubblica cui è delegato il compito di controllare e applicare le corrispondenti norme di condotta sono tradizionalmente caratterizzati da livelli molto bassi di efficienza, risalenti tanto alle carenze organizzative e istituzionali che all'inadeguato profilo professionale del personale. Sintomi della sovrapproduzione e della scarsa qualità dei vincoli normativi sono le frequenti ambiguità e sovrapposizioni di poteri, la complessità delle procedure, l'inflazione normativa, la difficoltà di applicazione delle regole e i ridotti livelli di osservanza delle stesse, tanto da parte degli amministratori che di cittadini e imprese, su cui ricadono i costi del sistema. La stessa organizzazione pubblica è caratterizzata da duplicazioni e frammentazioni di strutture e uffici, eccesso di regolamentazione interna, controlli poco efficaci, malcerta attribuzione di responsabilità e inadeguata preparazione del personale».
A loro volta, gli imprenditori, in tale contesto istituzionale e normativo, non sono incentivati a modernizzare i processi produttivi (innovazione creativa ), bensì a crearsi spazi di rendita e di manovra nella zona grigia dell'illegalità e del sommerso (innovazione parassitaria ).
Per accrescere la competitività del nostro sistema economico, non bastano, perciò, gli investimenti delle imprese in nuove tecnologie che ne riducano i costi di produzione, ma sono necessarie soprattutto nuove regole del gioco economico, politico, sociale che riducano anche i costi complessivi (di transazione ) del sistema. Occorre, allora, che la Politica investa nel «cambiamento istituzionale». Che Vannucci e Cubeddu sintetizzano in nove punti: 1) drastica riduzione del numero di leggi, abrogazione, semplificazione e coordinamento delle regole; 2) deregolamentazione e riforma delle procedure amministrative e del sistema di concessioni, autorizzazioni, licenze; 3) liberalizzazioni e privatizzazioni (nelle telecomunicazioni, nell'energia, nelle assicurazioni, nei servizi bancari, nella distribuzione e nel commercio al dettaglio, eccetera); 4) riforma degli ordini professionali; 5) miglioramento dell'efficienza e della qualità dei servizi delle amministrazioni pubbliche; 6) riforma dei meccanismi processuali e maggiore dotazione di risorse del sistema giudiziario; 7) più investimenti nell'istruzione, soprattutto nei processi di formazione di competenze scientifiche e innovative; 8) nuova regolamentazione della corporate governance , che riduca le possibilità di scandali finanziari; 9) estensione delle tecnologie informatiche per facilitare sia la trasparenza sia l'accessibilità alle procedure amministrative di imprese e cittadini.
Il centrosinistra, con la «Bassanini» del 1997 sulla semplificazione; il centrodestra, con la legge del 2005 sui limiti dell'azione amministrativa, hanno già delineato un nuovo modello di amministrazione pubblica. Ma non basta ancora. È sul terreno del riformismo, contro gli interessi pubblici e privati parassitari e i ritardi culturali, che si gioca il futuro del Paese.
postellino@corriere.it
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