da La Stampa del 8 giugno 2006, pag. 1
di Luca Ricolfi
Non vi è nulla di stupefacente nelle nuove stime dei conti pubblici, semmai è stupefacente che si sia atteso tanto per cominciare a prendere atto della realtà: che il deficit fosse più vicino al 5% che al 4% era chiaro da tempo (bastava leggere i bollettini della Banca d'Italia), e che il piano delle grandi opere nascondesse un debito occulto di alcune decine di miliardi era già stato segnalato dall'Osservatorio del Nord Ovest fin dall'inizio di quest'anno, al termine di una ricognizione sistematica del grado di copertura finanziaria di ciascuna opera.
Ora il governo sembra finalmente rendersi conto della gravità della situazione, e della necessità di intervenire subito. Ma in che direzione? La risposta che verrà data alla domanda è importante perché ci farà capire di che pasta è fatto il riformismo del centro-sinistra.
Una prima possibile linea di azione è quella di un aumento significativo della pressione fiscale: inasprimento dell'imposizione indiretta (Iva), aumento delle aliquote dei ceti medio-alti, aumento del prelievo sui titoli di Stato, innalzamento dei contributi di lavoratori autonomi e atipici, revisione degli estimi catastali, via libera agli aumenti Ici e Irpef a livello locale. E' il modello socialdemocratico di risanamento dei conti pubblici, che pare essere la stella polare della (conservatrice) Angela Merkel in Germania.
Una seconda possibile linea di azione è quella di un deciso contenimento della spesa pubblica, specie a livello locale: tagliare i trasferimenti a Regioni, Province e Comuni per costringerli a razionalizzare le uscite, sopprimere le Province, accorpare i Comuni (che senso ha un Comune in cui ci sono tanti candidati quanti sono gli abitanti?), introdurre meccanismi di mobilità e di incentivazione nel pubblico impiego. E' il modello liberaldemocratico di risanamento dei conti pubblici, che è stato la stella polare dei primi due governi di Tony Blair in Gran Bretagna.
Naturalmente le due linee di azione - più tasse, meno spese - non si escludono a vicenda, e ogni governo con i conti in rosso finisce per seguirle entrambe. Ma capire quale mix prevarrà è importante perché, dietro i due modelli, non ci sono solo due idee diverse del risanamento dei conti pubblici, ma due idee diverse della crescita, e quindi degli scenari che individui e imprese dovranno fronteggiare.
Nel modello socialdemocratico ai cittadini si chiedono soprattutto sacrifici, ma si tratta di sacrifici certi, che si cerca di non far pesare sui ceti più deboli, e che si spera potranno essere compensati da una maggiore crescita domani. Nel modello liberaldemocratico, invece, ai cittadini si richiede innanzitutto di affrontare maggiori rischi, di assumere maggiori responsabilità, e in cambio si offre un ampliamento dello spettro delle opportunità.
Così per le imprese. Nel modello socialdemocratico alle imprese si offrono sgravi fiscali, riduzioni del costo del lavoro, incentivi più o meno selettivi agli investimenti. Nel modello liberaldemocratico alle imprese si offrono meno vincoli, meno burocrazia, mercati più concorrenziali, e quindi prezzi più bassi.
Entrambi i modelli hanno una loro ratio, ed espongono il Paese a costi e benefici di natura diversa. Per attuare il modello Merkel occorrono ingenti dosi di consenso, per attuare il modello Blair occorrono ingenti dosi di coraggio, due risorse entrambe scarse nella politica italiana. Le 281 pagine del programma dell'Unione non offrono elementi decisivi per capire quale dei due modelli finirà per prevalere, perché il centro-sinistra ha preferito moltiplicare le promesse e rimandare al dopo-elezioni una vera valutazione dello stato dei conti pubblici. Per questo aspettiamo con curiosità le prossime mosse del ministro dell'Economia: da esse capiremo se Prodi guarda soprattutto al doloroso modello Merkel, o spinge invece il suo sguardo oltremanica, al più rischioso modello Blair.
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