Antonio Polito
dal corriere della sera del 7/4/06
Caro direttore, quando Michele Salvati parla di partito democratico, a tutti noi dovrebbe addirsi il silenzio. Lui ha il copyright della formula, avendola usata in tempi in cui perfino io cincischiavo. Però l'entusiasmo che mi ha provocato il suo articolo (uscito sul Corriere martedì 4) è tale che vorrei aggiungere un paio di buone ragioni, oserei dire cogenti, per cui Salvati ha ragione.
La prima me l'ha fatta venire in mente Berlusconi l'altra sera in tv, quando ha descritto con indubbia efficacia immaginifica una riunione di Prodi con Vladimir Luxuria, Emma Bonino e Francesco Caruso. A parte l'ovvia constatazione che i primi due mi sembrano perfettamente in grado di sostenere una discussione seria e responsabile sul governo del Paese, mi ha colpito l'assenza di Fassino e Rutelli. Qualcosa mi dice invece che prima di organizzare happening multicolori, Prodi deciderà con loro sul che fare. Entrambi, Fassino e Rutelli, hanno già garantito gruppi parlamentari unici nelle nuove Camere, e a Montecitorio i rispettivi parlamentari saranno eletti con i voti di entrambi gli elettorati, legame che di solito genera la più forte delle fedeltà politiche. Una maggioranza in cui Prodi possa contare su un gruppo parlamentare che rappresenta il 30-35% degli italiani è più che degna di questo nome, e numericamente e politicamente più degna di quella che ha governato il Paese in questi cinque anni. Oserei dire che il partito democratico è l'antidoto più forte al centrosinistra di sgoverno, e Dio sa quanto il centrosinistra di governo ne abbia bisogno.
La seconda buona ragione sta in quell'elenco di cose di cui un «Paese civile» avrebbe bisogno. Penso da tempo che il più grande problema dell'Italia sia la debolezza della politica, almeno da quando la politica a baricentro Dc si è dissolta. Perfino Berlusconi, che ne sembrava il potenziale perfetto domatore, è rimasto irretito nella rete di interessi corporativi, trasversali, lobbistici, perdendo così fin quasi dall'inizio la sua spinta propulsiva. Per fare le riforme devi avere alle spalle una grande forza politica che sappia resistere alle pressioni e ai niet il tempo necessario perché le riforme dispieghino i loro effetti benefici. Una forza politica siffatta, che media il consenso mentre il governo agisce, che elabora l'innovazione programmatica mentre il governo lavora, che gli copra insomma le spalle, è ciò che mancò al primo governo Prodi, e la causa ultima della sua fine prematura.
Ecco, se non vogliamo fare come nel '98, è di un partito dei riformisti che ha bisogno il riformismo. Già i suoi vagiti hanno prodotto effetti impensati: un Bertinotti di governo e un Pecoraro favorevole ai rigassificatori. Il prossimo quinquennio non sarà certo un pranzo di gala per il centrosinistra. Ma qualcuno a capotavola ci vuole. Per questo penso che il partito democratico corrisponda prima di tutto a un interesse nazionale, e prego perché i risultati elettorali, alla Camera e al Senato, siano proprio come quelli che Salvati indica come l'«ipotesi più favorevole a questo sviluppo»: «Che ci sia una vittoria del centrosinistra, che i partiti più radicali restino fermi e che la Margherita mantenga o accorci le distanze con i Ds».
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