Perchè l'Italia non cresce
STEFANO MICOSSI
da La Stampa del 4/3/06
LA discussione sulla politica economica nella campagna elettorale è piuttosto scoraggiante. I contendenti si inseguono nel promettere agli elettori denaro che non hanno, evitando accuratamente di parlare dei problemi difficili: gli squilibri della finanza pubblica, dove la spesa corrente è fuori controllo e il debito ha ripreso ad aumentare; la rigidità del mercato del lavoro, soprattutto nel settore pubblico; l'inefficienza dei grandi sistemi di pubblico servizio, giustizia, sanità, scuola e università; la mancanza di concorrenza. Entrambi i poli rifiutano di riconoscere quello che è invece di macroscopica evidenza: che l'incapacità di crescere dell'economia italiana ha origine nel miserevole stato delle istituzioni pubbliche, nelle colossali distorsioni determinate dal dilagare del settore pubblico nell'economia, nelle protezioni accordate a piene mani a una miriade di piccoli interessi organizzati, senza curarsi degli effetti sulla crescita e l'occupazione. Insomma, la causa della stagnazione è nel settore pubblico, nella presenza abnorme della politica nell'economia; la debolezza del settore privato ne è solo lo specchio, la manifestazione degli effetti. Per questo ho predisposto un decalogo di interventi - pubblicato integralmente sul sito La Voce.info - tale da ridurre drasticamente le interferenze improprie della politica nell'economia e nelle scelte gestionali della pubblica amministrazione e degli enti pubblici. Il decalogo copre aree molto diverse del governo e della pubblica amministrazione, fino a certe caratteristiche del finanziamento pubblico dei partiti: senza entrare nel dettaglio, richiamo qui le principali azioni da intraprendere. Pubblici dipendenti - Le amministrazioni e gli enti pubblici sono invasi da personale di nomina politica, spesso incompetente e sempre parziale, con effetti disastrosi sulla gestione del pubblico denaro e, ormai, sulla stessa capacità di molte amministrazioni di funzionare. Dunque, occorre anzitutto abolire il disastroso sistema «delle spoglie» - che consente di cambiare interi strati di pubblici funzionari e gestori di aziende a ogni mutamento di maggioranza politica - limitando tali cambiamenti a pochissime posizioni di vertice. Al suo posto, dobbiamo introdurre sistemi rigorosi di selezione dei pubblici funzionari, attraverso bandi pubblici e la completa trasparenza delle procedure di scelta dei candidati. Anche il sistema delle remunerazioni del personale di nomina pubblica deve essere ricondotto a ragione: stabilendo il principio che chi lavora nel settore pubblico, oltre a rendere conto dei risultati, non può percepire retribuzioni milionarie, spesso auto-assegnate, come ormai sempre più spesso avviene. Appalti e concessioni - Le amministrazioni pubbliche del nostro Paese sembrano afflitte da una quasi endemica incapacità di gestire bene, acquistando il prodotto migliore ai prezzi più convenienti. Negli anni recenti, abbiamo anche assistito alla moltiplicazione di imprese «in house», alle quali vengono affidate direttamente, senza alcuna gara, quote crescenti dei servizi interni di manutenzione e di informatica, nonché molti servizi pubblici locali. Tali aziende riescono allo stesso tempo a sottrarsi alle regole di concorrenza e ai controlli contabili pubblici. Oltre a ingenti sprechi di denaro pubblico e a fenomeni diffusi di corruzione, ciò produce seri danni per la produttività: infatti, rinunciando a scegliere le imprese migliori, si abdica al ruolo fondamentale della domanda pubblica di «forzare» continui miglioramenti della tecnologia. L'applicazione delle regole europee sugli appalti e le concessioni sarebbe sufficiente a risolvere il problema; ma ciò richiede che la politica rinunci a gestire appalti e concessioni per finanziarsi o, peggio, per il tornaconto personale.
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