sabato 18 marzo 2006

Le due società e il cuneo fiscale

Da "La Stampa"
18 marzo 2006
Luca Ricolfi

Ieri si è aperto a Vicenza il convegno biennale del Centro studi della Confindustria, un appuntamento reso interessante dal fatto che Prodi e Berlusconi, i nostri due aspiranti premier, erano chiamati a rispondere alle domande degli imprenditori, fra le quali domina naturalmente la domanda delle domande: come farete a rimettere in moto la macchina dello sviluppo?

All’ultimo momento Berlusconi ha dato forfait. Ma ho ben poca fiducia su quello che avrebbe potuto dire oggi, e questo per un motivo molto semplice: in tutte le occasioni in cui l'ho ascoltato il premier non ha mai voluto riconoscere che la «scossa» all'economia tante volte promessa dal governo in realtà non è mai arrivata. Se l'economia italiana è rimasta al palo, e Berlusconi pensa di non aver sbagliato nulla, diventa eroico metterci una seconda volta nelle sue mani. Amen.

Resta l'Unione. Che cosa vuole fare Prodi, che ha parlato ieri pomeriggio?

A giudicare dalle dichiarazioni più recenti, dello stesso Prodi e di Bertinotti, il centro-sinistra vuole combattere il lavoro precario, restituire il maltolto al lavoro dipendente, e nello stesso tempo far ripartire lo sviluppo riducendo subito in misura apprezzabile (5% in un anno) il cosiddetto «cuneo fiscale», ossia i contributi sociali sul lavoro dipendente. E' realistico questo programma? E soprattutto, sono adeguati i mezzi con cui si cerca di rilanciare lo sviluppo?

Difficile rispondere finché non si conosceranno le cifre effettive dello squilibrio dei conti pubblici nel 2005, particolarmente allarmanti secondo gli ultimi dati della Banca d'Italia. Ma proviamo a immaginare per una volta che quel deficit non ci sia e concentriamoci sui provvedimenti annunciati.

Il costo della riduzione del cuneo fiscale è valutabile in circa 8 miliardi di euro. Alla domanda «come lo finanzierete?» i rappresentanti dell'Unione sono soliti rispondere indicando tre «coperture»:

a) la (solita) lotta all'evasione fiscale;

b) una rimodulazione del prelievo sulle rendite finanziarie (conti correnti, Bot, plusvalenze, etc.)

c) l'aumento dei contributi sul lavoro a tempo determinato, in maniera che il lavoro flessibile (a tempo determinato), costi ai datori di lavoro di più di quello rigido (a tempo indeterminato).

Il gettito della prima copertura (evasione) è trascurabile nel breve periodo. Il gettito della seconda (rendite) è indeterminabile a priori, ma il suo ordine di grandezza difficilmente può superare i 2-3 miliardi di euro. Il gettito della terza (aumento degli oneri sul lavoro flessibile) è invece molto consistente, perché contratti a tempo determinato, co.co.co, co.co.pro sono quasi 2 milioni e mezzo, e un rapido calcolo mostra che un incremento dei relativi contributi sociali potrebbe fruttare parecchi miliardi di euro, con conseguente aumento di gettito (per l'erario) e aggravio di costi (per le imprese).

Benissimo, il programma funziona. Ma serve a rilanciare lo sviluppo? Su questo mi permetto di sollevare due dubbi, uno dal punto di vista delle imprese, l'altro dal punto di vista delle famiglie.

Dal punto di vista delle imprese: che aiuto alla crescita può fornire una riduzione dei contributi di 8 miliardi, accoppiata con un incremento di entità paragonabile del costo del lavoro flessibile? Impossibile fare i conti con precisione, ma una prima analisi suggerisce che - in media - il costo del lavoro diminuirebbe assai poco, e potrebbe persino aumentare se prevalesse una linea punitiva verso il ricorso al lavoro atipico.

Dal punto di vista delle famiglie: siamo sicuri che questa riallocazione degli oneri sociali, che renderebbe più costoso assumere a tempo determinato, non finirebbe per rallentare o bloccare la crescita dell'occupazione, sottraendo opportunità di lavoro e di reddito? Troppe volte, quando si denuncia la «mostruosità» del lavoro atipico, si dimenticano i dati di base del problema. E cioè che l'anomalia dell'Italia non è di avere troppo lavoro atipico: ne abbiamo meno della Francia, della Germania, della Spagna. E nemmeno di averne di più che in passato: nel quinquennio berlusconiano il lavoro atipico non è cresciuto, e quello irregolare è addirittura diminuito.

L'anomalia dell'Italia è che ancora quattro milioni di lavoratori lavorano in modo irregolare, e due milioni di donne non riescono a entrare sul mercato del lavoro (perché mancano le opportunità e mancano i servizi, a partire dagli asili nido). In breve, l'anomalia italiana non è l'ampiezza del lavoro regolare a tempo determinato, ma è l'abisso che divide «le due società», ossia i super-garantiti (gli occupati a tempo indeterminato) e i niente-garantiti (gli occupati irregolari e gli inoccupati). Fra questi due estremi forse non ci sono troppe bensì troppo poche situazioni contrattuali intermedie.

Per allinearci ai Paesi dell'eurozona, dovremmo far emergere almeno 2 milioni di posti di lavoro irregolari, e creare almeno 2 milioni di nuovi posti di lavoro per le donne, oggi sempre più attive sul mercato del lavoro ma ancora ben sotto gli standard di partecipazione europei. Traguardi del genere, naturalmente, richiederebbero anni per essere compiutamente raggiunti, ma su questa via forse l'Italia tornerebbe a crescere, si formerebbero più risorse per il welfare, e le famiglie riuscirebbero a fronteggiare il caro-euro di questi anni - ben maggior di quello «ammesso» dalle statistiche ufficiali - innanzitutto aumentando il numero di redditi che entrano in ogni famiglia. Insomma il mio dubbio è che si stia sbagliando strada. Va bene completare la legge Biagi con gli ammortizzatori sociali. Va benissimo raddoppiare gli asili nido. Ma se si vuole dare subito un impulso allo sviluppo, creando lavoro regolare anziché distruggendone, mi pare difficile farlo rilanciando il mito del contratto a tempo indeterminato per tutti.

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