Intervento pubblicato da Libertà il 16/3/06
La cronaca politica non smette mai di segnalare uno dei vizi peggiori del sistema politico italiano, quello del trasformismo.
Se è perfettamente legittimo, ed in una democrazia matura anche auspicabile, che un elettore deluso da mancate promesse possa orientarsi diversamente fino a scegliere lo schieramento opposto, quando ciò accade a esponenti di partito e a politici di primo piano, con una certa frequenza ed un eccesso di disinvoltura, il fenomeno diventa inquietante.
Non sembra politicamente etico che chi sia stato eletto all'interno di una coalizione, abbia ricoperto ruoli di rappresentanza o istituzionali, godendone tutti gli onori, dall’oggi al domani si sfili dagli impegni assunti nei confronti degli elettori, non chiarisca la sua posizione ed alla fine ricerchi solo l'ennesimo posto al sole adducendo sovente risibili giustificazioni e quasi mai le autentiche ragioni del salto del fosso.
Per chi ha avuto incarichi politici di rappresentanza, il passaggio da un campo a quello diametralmente opposto integra un comportamento - benché legittimo - almeno sospetto, che svilisce un principio fondamentale della democrazia liberale: quello di responsabilità. L’irresponsabilità che ne deriva è la condizione migliore per non interrogarsi sulla coerenza tra fatti e valori, tra regole e comportamenti, tra il prima e il dopo; ciò che determina un funambolico ma anche sfrontato relativismo dei principi.
I valori diventano relativi e discutibili secondo il proprio punto di vista: il vero si confonde con il falso, il giusto con l’ingiusto; e si può ben finire per confondere il riformismo con il massimalismo o l’arroganza propria con quella altrui.
Questa doppiezza produce un’immagine di sè apparentemente fantasiosa e innovativa nelle formule politiche, verbali e di comunicazione ma estremamente immobile nei comportamenti, nella soluzione dei problemi e nella cultura politica.
Esprime una concezione latifondista della politica: ciò che importa è unicamente la rendita (di posizione) da ricavare.
Manifesta alla perfezione il trasformismo anche come manipolazione della realtà: ciò che è stato non è mai avvenuto o è avvenuto per ragioni diverse da quelle palesi.
La doppiezza consiste infatti nel rovesciamento di significato del proprio operato, nobilitato attraverso tante, troppe esternazioni.
I trasformisti rivendicano apertamente il loro operato ma una sofisticata retorica lessicale ne fa percepire una sostanza diversa, gradevole, condivisibile. La manipolazione della realtà consegna al manipolatore un’immagine opposta: di chi – finalmente – non è doppio ma parla e agisce senza ipocrisie; di chi sa agire prendendosi le proprie responsabilità.
Accreditati da destra quanto ammirati da sinistra. In loro i contrari non si elidono ma si tengono saldamente. Ieri sentinelle del vecchio e oggi profeti del nuovo. Sovente alla ricerca di una nuova rendita di posizione da un’ennesima porzione di centro indefinito, qualche volta solo di un modo per evitare la galera. Pifferai magici alcuni, dietro cui si accodano altre mediocri doppiezze: personaggi già visti e già noti, usi sgambettare e squittire dietro altri potenti. Stessa voce, stessa prosopopea: navigati mercenari, comparse fisse delle salmodianti processioni del Potere.
Il rimedio all’affacciarsi dei tentativi di costituire nuove cospicue rendite di posizione sta nel consolidamento paziente ma determinato di un vero sistema bipolare, dove destra e sinistra competano serratamene ma civilmente, dando vita ad alternanze sempre più rigeneratrici. Le rendite di posizione a quel punto non spariranno del tutto ma non saranno più decisive. Un conto insomma è che all’inizio del terzo millennio ci siano ancora i latifondisti, un altro che i latifondisti, i gattopardi, siano ancora classe dirigente ed esprimano la cultura egemone.
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