domenica 19 febbraio 2006

La tecnica di Sun Tzu

La lettura di Sun Tzu aiuta a capire la campagna elettorale e le sue ultime peripezie

Barbara Spinelli
su "la Stampa" del 19-02-2006



«EGLI non pianificherà marce superflue, egli non escogiterà attacchi futili. Se saprà guardare nel futuro e discernere condizioni che ancora non sono del tutto manifeste, non farà errori e invariabilmente vincerà». Quel che scriveva Sun Tzu più di duemila anni fa, nell'Arte della Guerra, vale in fondo anche in democrazia, dove le battaglie per sconfiggere l'avversario si conducono senza spargimento di sangue ma non per questo cessano di essere veri combattimenti: con regole, espedienti e previsioni tipiche della contesa bellica. Dunque bisogna vincere l'oppositore, e non solo corazzarsi per proteggere se stessi dalla sconfitta. Dunque bisogna sapere che l'opportunità di vincere è fornita dall'avversario (dalla conoscenza minuziosa delle sue forze e debolezze) mentre la capacità di difendere se stessi dalla disfatta è tutta e solo nelle proprie mani. Anche questo dice Sun Tzu, nel suo modo laconico: «Il buon combattente sarà capace di assicurarsi dalla disfatta, ma ciò non gli darà la certezza di sgominare l'avversario». Conoscerà forse se stesso e affiliati, ma non chi lo avversa e di conseguenza neppure il mondo esterno nella sua interezza. Resterà preferibilmente a casa, si farà applaudire dai suoi, piuttosto che avventurarsi per strada dove sono in agguato provocazioni, imprevisti, prove di forza subitanee. La lettura di Sun Tzu aiuta a capire la campagna elettorale e le sue ultime peripezie. Due schieramenti s'oppongono con intenso desiderio di farsi valere, ma la tecnica di combattimento per vincere davvero, per organizzare l'offensiva e non solo la difensiva, è male distribuita e spesso sottovalutata, non solo a sinistra ma specialmente a sinistra. Nei mesi scorsi tale tecnica è stata il punto forte del presidente del Consiglio, e questo spiega il suo recente rafforzarsi, risalire. È Berlusconi, giorno dopo giorno, a escogitare incursioni in campo avverso, a prendere l'iniziativa dell'attacco, e la prima parola è praticamente sempre la sua. Non lo è solo perché controlla le televisioni, oggi cruciali nelle competizioni. Se da settimane ha la prima parola è perché i vocaboli prescelti sono semplici, chiari, subito si fissano nelle memorie. Perché dà l'impressione di essere a capo delle proprie truppe e di saper emarginare gli alleati non presentabili senza patemi. Vive di apparenze, ma la destrezza nell'usare parvenze e simulacri non è un ostacolo bensì un ingrediente della tecnica di combattimento applicata alla società dello spettacolo. E tuttavia le apparenze son lungi dall'essere sufficienti, come Sun Tzu ricorda: occorre anche prepararsi agli imprevisti, discernere in tempo utile condizioni ancora non del tutto manifeste, e in questo Berlusconi non è forte. Nello stesso momento in cui ostenta attitudine al comando espellendo gli impresentabili neofascisti della Mussolini, il Premier vien colto di sorpresa dallo scandalo Calderoli: il vero impresentabile abitava dunque da anni in casa, un suo ministro ha esibito in tv la maglietta con le vignette anti-islamiche, provocando un sanguinoso assalto al consolato italiano di Bengasi, e Berlusconi su tale forza eversiva (l'unico partito neofascista che governi, in occidente) non ha voluto esercitare potere. Ieri ha costretto Calderoli a dimettersi, ma l'Italia è più che mai nel mirino terrorista e le responsabilità sono del suo governo al completo. Altra sua impreparazione a eventi non manifesti: il riemergere della questione morale, a seguito della lettera dell'avvocato inglese in cui si ammette che Berlusconi l'ha corrotto (600.000 dollari). La sua bravura tecnica nell'appropriarsi della questione morale contro la sinistra d'un colpo si sfascia, e per l'ennesima volta il Premier è indagato per corruzione in atti giudiziari. La magistratura s'intromette nelle elezioni e può dispiacere, ma l'elettorato potrebbe esser colpito da una sostanza che da anni si ripete. Questo presidente del Consiglio è costantemente sospettato di illegalità, corruzione, uso di denaro per comperare servitori dello Stato o testimoni, e la responsabilità è pur sempre sua e non di chi indaga. Resta il fatto che Berlusconi ha una straordinaria energia nel combattere. E che c'è del metodo, nel suo gioco d'apparenze, di finzioni, di sondaggi artefatti e non. Si prenda ad esempio il giudizio degli imprenditori, interrogati in un sondaggio del Sole 24 ore. La gran parte di essi è convinta che i malanni più gravi siano dovuti ai cinque anni trascorsi, eppure è Berlusconi che vien preferito alla sinistra e al suo programma, ritenuto inaffidabile essendo scritto in sociologico-burocratese. Un altro esempio è la capacità berlusconiana di rimontare la china. Fino a poco fa sembrava finito, le regionali furono una disfatta. La sinistra è ancora in vantaggio, ma la sua sicurezza appare eccessiva e non trascina, perché non smuove l'elettore incerto. Ci vuole accanimento offensivo e senso d'opportunità, per mutare un clima come ha fatto Berlusconi, ed è un accanimento che la sinistra non possiede o non vuol possedere: né sull'economia, né sulla questione morale e sul conflitto d'interessi che da anni l'ha vista sempre transigente, intimidita. Ci vuole una tecnica, che persuada la gran maggioranza dell'elettorato e non solo una parte. Questo significa che le battaglie per il potere, in democrazia, non presuppongono solo la convinzione d'essere nel giusto. Si può aver ragione, ma perdere perché non si dispone d'una tecnica operativa di contrasto. Anche per un soldato è così: può combattere contro il male (fu così per la Francia resistente a Hitler, nel '40), ma se non ha la tecnica - fin dall'inizio fu tale il monito di De Gaulle - sarà sopraffatto. Nell'odierno duello Berlusconi ha una tecnica, mentre la sinistra pensa che essa sia mero orpello. È una tecnica anche giocare con sondaggi eterodossi. Non basta dire che i sondaggi sono finti, quando con essi Berlusconi non rispecchia ma crea una nuova realtà e un nuovo clima di fiducia attorno a sé. Il ragionamento vale d'altronde anche per Prodi: la fiducia che si è creata attorno alla sua figura, nelle primarie, Berlusconi l'ha completamente sottovalutata (nell'evento inoltre non c'era alcunché di fittizio). In questo caso è lui il soldato tecnicamente inadatto, ignaro che un programma cattivissimo può ben combinarsi con un'eccellente - e vincente - tecnica combattente. C'è qualcosa di poco umile, anche di arrogante, nella sottovalutazione delle arti tecniche avversarie. Se l'avversario dimostra particolari capacità di persuadere l'elettorato, se sa ascoltarlo e non solo farsi ascoltare, vuol dire che c'è immedesimazione nel cittadino smarrito: un vantaggio non trascurabile. D'Alema ne è consapevole: «Occorre imprimere una svolta alla campagna, perché non si è mai vista una competizione per il governo che non affronti alcuno dei grandi problemi sul tappeto», dice a Geremicca su La Stampa di sabato. Ambedue i contendenti sono guidati da persone che non hanno pieno controllo sulle proprie truppe, che son costrette a continui arretramenti, vaghezze. Ambedue hanno estremisti che devono saper contenere. Sono difficoltà che Berlusconi ha con la Lega più ancora che con la Mussolini, e non solo sull'Islam ma sull'uscita dall'euro, preconizzata dai ministri Maroni e Calderoli. Ma l'opposizione non è dissimile. Il programma che ha varato è molto, molto lungo. Ed è impreciso non perché profondo, ma perché su essenziali dilemmi non v'è accordo: dalla Tav all'Iraq. È la prova che Prodi non è vera guida, nonostante le primarie, e che per vincere deve diventarlo e come tale esser riconosciuto, non screditato da impazienti come Veltroni che sognano grandi coalizioni centriste scambiandosi con Casini complici bigliettini. Ma soprattutto il programma dell'Unione è introspettivo anziché indirizzato all'esterno, all'Italia. È fatto per risolvere i problemi tra partiti coalizzati, ed è scritto da chi - pensando di avere la vittoria in mano - si prende il lusso di parlare solo a se stesso. La vittoria in mano non ce l'ha, l'ora di combattere infine comincia, e non è male che sia così. Perché finalmente dovranno esser sacrificati estremismi e utopie, per definizione inconciliabili con l'umile ascolto di elettori incerti. Dovrà esser usato un vocabolario chiaro, conciso. La voce dissonante di Ferrando su Israele «Stato artificiale» e Prodi «maggiordomo delle banche» avrebbe dovuto esser ritenuta incompatibile prima che il Corriere della Sera la rivelasse: allo stesso modo in cui - nel mondo bancario, in Banca d'Italia - Fiorani avrebbe dovuto esser estromesso prima che il magistrato intervenisse. Esser molto sicuri di stare dalla parte della ragione dà conforto, ma non necessariamente vittoria. Dice ancora Sun Tzu: «Se non conosci né il nemico né te stesso, soccomberai in ogni battaglia». Tutti e due i compiti vanno affrontati, a destra come a sinistra.

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