Da Europa 4/1/2006
di Linda Lanzillotta
Sull’onestà personale dei Ds, a cominciare da quella dei suoi leader, non ci piove. E le velenose battute degli avversari circa la pretesa perdita di quella verginità che legittimava il mito della “diversità” sono del tutto fuori luogo. Lo dimostra anche la correttezza dei Ds nel difendere la procura di Milano dagli attacchi del ministro Castelli. La questione legata alle vicende Unipol, sviluppatesi nel corso di questi mesi ed emerse anche negli ultimi giorni, riguarda un profilo tutto diverso da quello della morale e dell’onestà personale. Essa attiene infatti all’idea che una forza politica riformista e innovatrice deve avere circa il funzionamento del mercato, delle sue regole, dei pesi e dei contrappesi che devono esistere perché il potere economico e finanziario non condizioni la politica fino a minare il funzionamento del mercato e della democrazia. Nel corso dell’ultimo quindicennio, a partire dalla svolta della Bolognina, il Pds prima e i Ds poi hanno radicalmente rivisto le proprie posizioni non solo di politica internazionale ma di politica economica optando senza riserve per un modello economico e sociale basato su di una moderna e aperta economia di mercato. Si trattava, peraltro, non di aderire al pensiero dominante in Italia ma di affermare (e praticare) una visione profondamente nuova per un paese come il nostro; un paese in cui, nel secondo dopoguerra, si era sviluppato un capitalismo debole abituato ad operare in mercati protetti, con una forte industria pubblica e un sistema bancario asfittico che tirava le fila del capitalismo nostrano. Toccava dunque al centrosinistra, dopo il crollo della prima repubblica, raccogliere la grande sfida, sfruttare il mutamento di scenario geopolitico e geoeconomico che si veniva determinando con il crollo del Muro di Berlino e con l’apertura del mercato europeo, per dare una spallata al nostro asfittico sistema industriale e finanziario, per costruire un sistema nuovo, aperto e competitivo. Occorreva, lì, dare corpo e sostanza a una nuova “diversità”. Ma, come farlo? Sostenendo i “nuovi capitani coraggiosi” o affidandosi ad una rifondazione delle regole attraverso un lento processo che avrebbe comportato anche un duro confronto con i protagonisti del nostro sistema industriale e bancario chiuso e conservatore? La seconda è stata imboccata (alcune privatizzazioni, poche liberalizzazioni, qualche Autorità indipendente) ma senza sufficiente determinazione e convinzione; tant’è che quanto veniva realizzato nella direzione della modernizzazione veniva poi in parte contraddetto da comportamenti che rivelavano l’idea che fosse comunque necessario fare parte del vecchio sistema, diventare uno dei players del vecchio gioco, piuttosto che lavorare alla costruzione di un gioco del tutto nuovo. Rivendicare per le cooperative amiche il diritto a possedere una banca che giocasse in un sistema bancario chiuso, ritenere che la posta in gioco potesse anche valere il prezzo di allearsi con personaggi certo non rappresentativi di un nuovo e dinamico capitalismo produttivo, avallare procedure elusive dei diritti dei risparmiatori non pone oggi una questione di onestà e di trasparenza personale ma una più impegnativa questione politica. Rispetto alla quale la risposta di introdurre un codice deontologico appare riduttiva ed elusiva. La questione che si pone per noi tutti è quella di una politica che assuma come obiettivo strategico la costruzione di un sistema moderno e competitivo, la creazione di un mercato efficiente e regolato, che affidi ad organismi indipendenti ed autorevoli la tutela degli interessi dei diversi stakeholders, che disciplini in modo rigoroso tutta la materia dei conflitti di interesse (interni alle banche e alle imprese, tra banche e imprese, tra banche e giornali, eccetera), che garantisca l’autonomia tra la politica e i soggetti ad essa contigui che operano nel mercato: cooperative, fondazioni bancarie, aziende pubbliche statali e locali. Sono campi in cui si sono creati intrecci di interessi incompatibili con un esercizio delle funzioni politiche e di governo che abbiano al centro l’interesse generale, che siano credibili, trasparenti, autorevoli. Porre oggi queste questioni non significa infierire o strumentalizzare le difficoltà di un alleato ma cercare, insieme, una risposta vera a problemi su cui i nostri elettori ci interrogano e sui quali vogliono risposte vere, convincenti. Eludere oggi questi problemi sarebbe un grave errore che rischierebbe di alimentare una sorta di disincanto e di disaffezione nel momento in cui è invece indispensabile raccogliere tutte le forze e le energie per battere la destra. E a farne le spese saremmo tutti, insieme.
Nessun commento:
Posta un commento