A scuola di partito
di Massimo Cacciari
Dall’intervento conclusivo della prima edizione del Centro formazione politica della Margherita a Milano
L’esperienza del Centro formazione politica, che ha appena concluso il primo anno di attività a Milano, dimostra da un lato che le giovani generazioni non ne possono più di ideologia e, dall’altro, che hanno bisogno, fame di valore.
È stato uno dei grandissimi pasticci combinati negli ultimi dieci anni: sotto il titolo del crollo delle ideologie è passata l’idea che la politica fosse calcolo, tecnica, quando va bene amministrazione.
Cioè, si è buttato via con le ideologie la discussione, la passione, il dibattito intorno ai valori.
Ideologie e valori non hanno assolutamente niente a che fare. Ideologia è la pretesa, eroica sotto certi aspetti, di possedere paradigmi così forti da poter comprendere scientificamente la realtà. È fi- glia del mondo contemporaneo, e quindi della convinzione del predominio della razionalità scientifica su tutto. La pretesa di possedere paradigmi “scientifici” per comprendere la situazione attuale, sulla base dei quali poter pre-vedere (perché è questo ciò che contraddistingue il paradigma della razionalità scienti fica, la capacità di prevedere cosa avverrà sulla base di determinate situazioni in atto) il futuro corso degli avvenimenti, sapendo anche quali sono i soggetti fondamentali in grado di realizzare ciò che scientificamente è dato prevedere.
Ma, attenzione, alla fine proprio l’ideologia esclude il discorso sui valori.
Esso infatti attiene essenzialmente ad una dimensione di responsabilità individuale: il valore è la posizione da cui io parto per iniziare un dialogo, un confronto, una discussione con l’altro da me. L’ideologia, per la sua pretesa totalizzante, esclude i valori, che diventano superflui perché io so, io conosco.
Bisogna reagire all’andazzo degli ultimi decenni, che ha confuso drammaticamente la prospettiva dell’ideologia, e della critica dell’ideologia, necessaria ad ogni impostazione politica seria, con il discorso intorno ai valori.
Figure come Norberto Bobbio, Simone Weil, John Kennedy, Hanna Arendt, Franklin Delano Roosevelt, Max Weber, sono stati tra i più formidabili critici delle ideologie, tutti però appassionati nel motivare i propri valori, ciò da cui partivano. Quindi, nessun relativismo. Ma relatività: ecco un’altra distinzione assoluta.
Una cosa è il relativismo: tutto è indifferente, ogni posizione è ugualmente debole, alla fine uno scetticismo annacquato e banale; altra cosa è la relatività: sapere che il valore di cui sono convinto è relativo, ed è sempre in relazione agli altri valori, e che non può essere compreso se non in questa relazione.
Per se ad alium, questi sono i valori.
Dei valori devo essere convinto, altrimenti non comincio neanche a discutere con l’altro, ma devo sapere che il mio valore lo conosco soltanto se lo pongo in relazione agli altri. Il momento delle identità è fondamentale, contro ogni generico embrassons nous, ogni generico buonismo; ma io trovo la mia identità soltanto in relazione all’altro, questo è il discorso. Altrimenti, o c’è l’ideologia con tutte le derive populistiche o c’è il relativismo; ed è tra quest’incudine e martello che in questi anni è stata schiacciata la razionalità politica. O vecchie ideologie o democrazia come puro relativismo, in cui tutto più o meno è equivalente, ma di equivalente c’è solo il denaro: il denaro è la forma generale dell’equivalenza.
E veniamo adesso alla politica. Certo, fare politica non è fare lo scienziato.
La politica deve partire da posizioni di valore, da un’intenzionalità valoriale, l’idea regolativa dello scienziato (poi in realtà tutto si confonde perché siamo fatti in modo complesso e facciamo la società a nostra immagine e somiglianza, la società è complessa perché noi siamo complessissimi), è quella di esporre le cose come sono, al di là della sua intenzionalità specifica: se all’interno di un discorso scientifico, vedo prepotentemente presente l’intenzionalità valoriale, giustamente non lo ritengo un discorso scientifico.
Noi siamo queste diverse dimensioni e dobbiamo saperle sopportare: sopportarle è anche portarle in alto, farle vedere bene, dire «guarda che belle queste contraddizioni », «che bello questo conflitto», perché il conflitto produce quando è impostato nei termini che ho detto.
Anche l’atteggiamento religioso non può essere confuso con quello politico, perché la convinzione religiosa, è per sua natura infondata razionalmente ed è assoluta, se è tale realmente.
La decisione politica deve essere fondata su conoscenze, analisi, ascolto, e non può essere assoluta, perché è relativa all’altro ed è conoscibile soltanto in relazione all’altro. Anche qui: nessuna separatezza astratta e intellettualistica, ma distinzioni che vanno tenute ferme all’interno di un quadro di complessità comune. Vocazione politica è questa cosa, che dobbiamo far maturare prima di porci qualsiasi obiettivo di ricoprire questo o quel ruolo politico.
Vocazione politica è grande curiosità per la conoscenza di processi sociali, e grande responsabilità (il termine responsabilità è l’opposto del termine auto-referenzialità: perché auto- referenzialità vuol dire che non rispondo a nessuno se non a me stesso; responsabilità vuol dire che rispondo a chi avrò ascoltato, a chi ho conosciuto).
Non conoscenza scientifica, ma conoscenza interamente permeata, attraversata da intenzionalità di valore: «Voglio realizzare questo». Se volete: malgrado tutto. «Questa è la realtà, ma io voglio realizzare questo».
Senza questo elemento non c’è politica.
Ci può essere una grande passione conoscitiva, una grande passione per partecipare, accompagnare, che è essenziale nella politica, ma poi c’è qualcosa di più: «Ho ascoltato, ho accompagnato, ma voglio trasformare così, voglio decidere, la situazione in atto». La vocazione politica è complessa perché ha un elemento conoscitivo che, per un certo verso, l’aggancia all’elemento “scientifico” e ha un elemento “decisionistico” che, per un certo verso, l’aggancia all’elemento “religioso”. Questa è la complessità della vocazione politica.
Mi pare che dal punto di vista del gettare le basi culturali del Partito democratico, cosa che siamo ben lungi dal fare, il problema di fondo è comprendere come pensiamo la forma democratica all’interno di una situazione epocale in cui viene meno, o sta venendo meno, o verrà meno, ogni rapporto tra nomos e spazio.
Badate: tutte le icone che ho citato sopra, nostro riferimento valoriale, hanno sempre ragionato dando per scontato il rapporto tra nomos e spazio, cioè tutte ancora all’interno della storia del Leviatano. È pensabile democrazia? Quale forma della democrazia oltre il Leviatano? Di questo nessuno sta parlando politicamente e praticamente.
Vi sono solo gli scienziati, quando non diventano ideologhi, come spesso accade, vedi Toni Negri, vedi tanti. Ma appunto, politicamente, il discorso non è stato ancora impostato nelle sue conseguenze sul diritto, sul diritto internazionale: il diritto internazionale sembra diventato, nei discorsi più seri: come organizzare una nuova lex mercatoria. Quando si tratta di pace, di guerra e di grandi questioni il diritto internazionale è occasionalismo puro, l’unica cosa che viene normata, oggi, è l’aspetto economico finanziario.
Qui mi pare vi siano le grandi questioni che dobbiamo affrontare per le corna. Se cioè è ordinabile democraticamente una situazione nella quale il rapporto, la relazione tra nomos e spazio viene meno. Sarà lungo questo processo? Oppure: è reversibile? Si giungerà ad una riaffermazione di grandi spazi statuali-imperiali, organizzati secondo modelli statuali e imperiali? Molti affermano che la prospettiva non è quella di un venir meno del rapporto nomos-spazio, ma di una sua riarticolazione in termini statuali- imperiali.
Da tutto ciò si può subito trarre un’altra questione. Non sarebbe il caso di parlare della crisi della democrazia, anche al nostro interno? Come intende il Partito democratico affrontare il tema? Si sono spese tante parole nel denunciare l’auto-referenzialità dei partiti: tema interessante, ma non sarebbe più interessante discutere del fatto che la democrazia è, ed è sempre stata, pluralismo elitario, più o meno partecipato? Il problema è che sta diventando oligarchia! La democrazia, nel suo essere intrecciata alla forma di mercato, è sempre stata quel paradosso per cui tutti vogliono essere presenti in questo spazio per concorrere tra di loro, ma tutti vogliono concorrere tra di loro per eliminare la concorrenza. E da qui i problemi già affrontati, legati alla necessità di un equilibrio da mantenere, altrimenti si esce immediatamente dalla democrazia, proprio per questo meccanismo intrinseco dovuto al rapporto della democrazia con la forma di mercato; legati alla necessità di mantenere tutta una serie di anticorpi, di poteri autonomi che devono garantire un mercato concorrenziale, e non la caduta in forme oligopolistiche o monopolistiche. Questo è il significato delle authority, delle Corti costituzionali, dell’autonomia della magistratura.
Questo è il significato della pluralità di poteri e di fonti di potere.
Ma il problema oggi è che vi sono tendenze oligarchiche chiarissime. E da questo punto di vista è utile analizzare anche l’esperienza berlusconiana in Italia che, esplicitamente, afferma una prospettiva di questo genere, camuffandola poi in termini ideologici, populistici, demagogici. E la riforma elettorale esplicita in modo drammatico questa tendenza in atto. Allora dobbiamo coniugare il grande problema globale, planetario del pensare forme democratiche, ordinamenti democratici in questo spazio globale dove il rapporto della legge con la territorializzazione viene meno o minaccia di venir meno o sta venendo meno, con il tema: come vivono gli stati democratici oggi questo processo e questo pericolo? Il ceto politico deve formarsi nel fuoco di questo dibattito, non di un dibattito astratto-accademico, ma nella capacità di tradurre questo dibattito in forme di vita e questo significa a partire dal locale, a partire dal comunale.
Cioè, la formazione di un nuovo ceto politico, sopratutto di un nuovo ceto politico del Partito democratico, può nascere soltanto nel vivo del confronto su questi temi, all’interno di strutture di partito aperte dove questi sono i temi che si discutono, intorno ai quali si differenziano tesi, non in termini accademici, ma nel senso che la mia tesi io l’ho verificata in questa esperienza sul campo. E questa esperienza ha dimostrato che la mia tesi ha ragione, che trova maggiori consensi, che è più efficace. Uno spazio di grande dibattito culturale che permetta larghe e significative esperienze sul campo. Un nuovo ceto politico si è sempre formato grosso modo così, ma oggi è quanto mai necessario perché non possiamo più dare per scontata nessuna delle dimensioni precedenti: non possiamo più dare per scontato un quadro democratico tradizionale, quindi oggi è ancor più necessario che la formazione di un nuovo ceto politico e di un nuovo soggetto politico si formi nel vivo di queste contraddizioni, conflitti, discussioni di alto profilo valoriale.
Perché il nuovo Partito democratico deve essere un grande partito di massa, è evidentissimo.
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