Stefano Menichini da Europa del 7/1/06
Perché il centrodestra può trovarsi nel fango di Bancopoli fino al collo, e stare perfettamente a proprio agio, mentre il centrosinistra soffre dannatamente se solo si bagna i piedi? La domanda viene spontanea in queste ore, mentre si attende l’immancabile pubblicazione dei nomi dei politici titolari dei conti a Lugano e a Vaduz aperti grazie alla generosità di Fiorani. L’ex banchiere di Lodi ha subìto fin qui sei interrogatori, svuota il sacco (tutto da verificare) e fa soprannomi e nomi delle sue sponde politiche. Fin qui, a quanto si capisce, esponenti del centrodestra compresi uomini di governo. C’è anche un consistente filone-Consorte, quanto a conti esteri. Passa da Montecarlo, presto si saprà quale sia stato il suo percorso e se si sia esaurito nelle tasche degli ex capi di Unipol. In attesa di questa verifica, il coinvolgimento di politici di tutti i partiti della Casa delle libertà è già accertato. Udc, Forza Italia, An, la Lega dura e pura ma ormai tante volte presa con le mani nella marmellata. È solo per una perfidia mediatica, se il centrodestra non sembra pagare dazio politico e forse neanche elettorale per questa ignobile fine della sua legislatura? A sinistra molti sembrano pensarla così. Ma c’è un’altra chiave di lettura, sempre da sinistra: quell’elettorato ha un pelo sullo stomaco alto così, ha già digerito accuse e scandali ben più pesanti, forse si immedesima perfino nella disinvoltura etica del suo ceto politico. Non è un ragionamento convincente. Almeno, non lo è per chi studiando i profili dei due elettorati non riscontra differenze antropologiche o sociali così vistose. Fuori dalle caricature, non esistono un’Italia di centrodestra corriva e un’Italia di centrosinistra virtuosa. Esiste piuttosto la lunga scia dell’antica contrapposizione che, da sinistra, sempli- ficò spesso il proprio messaggio rovesciando a piene mani su chi governava le categorie della corruzione e del malaffare. Che si annidano dovunque ci siano più potere e più soldi, e colpiscono più facilmente chi ha consuetudine con l’uno e con gli altri. La destra, spesso. Ma non soltanto, non necessariamente e non naturalmente. Se c’è una diversità, va dimostrata non tessera di partito alla mano ma con i comportamenti. La domanda iniziale rimane però inevasa: l’onestà paga? Come mai la disonestà non viene punita? Quel signore che dice che lui con la politica ha perso e non ha guadagnato, e invece nella classifica di Forbes sale dal trentesimo al venticinquesimo posto con un reddito incrementato in un anno di due miliardi di dollari. Quel signore lì, presidente del consiglio summa del conflitto d’interessi e carico di pesi giudiziari: perché oltre a essere punto di riferimento di alcuni politici in odore di corruzione, lo è tuttora anche per molti italiani? E perché soffre per Bancopoli molto meno di un Fassino al massimo ingenuo, e di un D’Alema che in tribunale ci va come diffamato e certo non come imputato? La risposta non è solo che paga di più chi si presume abbia una superiorità etica. Ce n’è anche un’altra, la stessa che spiegò il 1994, esito politico ed elettorale di Tangentopoli. Esito di destra, pur con la sinistra uscita a mani pulite. Ed è che quando comincia a correre il vento della corruzione, i polveroni si alzano e le distinzioni svaniscono, l’intera politica assume agli occhi dell’opinione pubblica mediamente disinteressata un colore grigio, finisce sotto una luce obliqua che ne deforma i contorni. Non vince a quel punto chi strilla di essere il più onesto, o l’unico onesto, o il meno disonesto. Vince chi sa staccarsi dal grigio, assumere un colore proprio, accendere su di sé luci più brillanti. Apparire – se possibile, essere – nuovo. Per questo il Partito democratico può essere la risposta politica e della politica a questa sua ennesima crisi di credibilità. Anche se non sarà sceso dalla luna e non sarà composto da gente nata ieri. Sarà comunque un oggetto che prima non c’era, una possibilità alla quale aggrapparsi. L’importante è farlo, e come si deve.
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