domenica 1 gennaio 2006

L'ossessione dei poteri forti

La politica e le bordate anti-establishment

di
Ernesto Galli Della Loggia

Dal Corriere della Sera 31/12/05


Ho paura che molte delle cose che dirò qui di seguito saranno per molti versi simili a quelle che ricordo di aver scritto su questo stesso giornale la bellezza di 11 anni fa. Anche allora, nell'estate del 1994, infatti, cominciarono a partire violente bordate contro i cosiddetti «poteri forti». Con un'importante differenza rispetto a oggi: che 11 anni fa l'attacco partì dal compianto Giuseppe Tatarella, vicepresidente del Consiglio del governo di centrodestra, e fu poi portato avanti da gran parte del suo schieramento appena reduce dalla vittoria elettorale ma già sopraffatto dalla difficoltà di governare; oggi, invece, a prendersela con i poteri forti sono sia gli ambienti vicini al premier (che è sempre quello del '94) sia però anche molti ambienti vicini all'onorevole Massimo D'Alema, con alcune significative dichiarazioni di D'Alema stesso che vanno senza mezzi termini nella medesima direzione.

Dico subito che poche cose come la polemica contro i «poteri forti» rivelano la pochezza intellettuale e insieme il primitivismo ideologico di chi se ne fa autore o promotore. I «poteri forti» sarebbero la magistratura, l'alta dirigenza statale, la grande industria e l'alta finanza, gli editori e i loro giornali: in una parola quello che si chiama l'establishment. Che cosa si rimprovera a questi poteri, ieri come oggi? In poche parole di non essere allineati con la politica — o meglio con le strategie di alcuni leader o partiti politici — e quindi di essere insensibili ai loro interessi o desiderata, dunque di mettersi di traverso, di «remare contro» ricorrendo al loro multiforme potere di influenza. Naturalmente essi lo farebbero in obbedienza a interessi particolari e inconfessabili nonché a pura volontà di potere, all'insegna di intese più o meno occulte, di oscure complicità.
Tipico di chi polemizza contro i «poteri forti», infatti, è il pensare il mondo perlopiù attraverso la categoria del complotto. Categoria che è evocata più o meno esplicitamente ma resta sempre come uno sfondo ineliminabile della polemica, un ingrediente necessario. Ed è nella convergenza su di essa che la pochezza intellettuale della peggiore destra e della peggiore sinistra finiscono per incontrarsi naturalmente, che l'eco della congiura demo- pluto-massonico-giudaica si confonde con l'eco del «piano del capitale» e con l'anatema verso le «200 famiglie».

L'idea del complotto è la cartina al tornasole della prospettiva radicalmente antiliberale in cui si muovono i nemici dei «poteri forti».
Basta poco, infatti, per capire che esistono «poteri forti» quando c'è una società civile forte. Chi se la piglia con i primi — come fanno certi luogotenenti di Berlusconi o come capita a D'Alema quando perde la sua abituale lucidità — in realtà è della seconda che vorrebbe sbarazzarsi: della società civile, cioè dell'opinione pubblica e delle sue capacità di conoscenza, d'intervento e in qualche misura di controllo, di cui i giornali e le libertà di stampa sono lo strumento principale.

Il primitivismo ideologico di cui ho detto sopra sta nel tentativo di giustificare questa insofferenza con l'argomento — che come si sa è un'architrave del Berlusconi- pensiero, ma che talora fa capolino anche dall'altra parte — secondo il quale in una democrazia sarebbe realmente legittimato a parlare, a esprimere punti di vista forti con parole forti, solo chi si è sottoposto con successo al vaglio elettorale, moderna versione dell'antica unzione divina.

Ovviamente nulla di più antiliberale (è infatti comune tanto alla tradizione fascista che a quella comunista) di questa che appare come la radice di una vera e propria utopia panpoliticistica. Se infatti la politica, sia pur legittimata dalle elezioni, pretende non solo di avere, come è giusto, l'ultima parola, ma anche di toglierla agli altri per non vedersi intralciata, che ne sarà mai allora della divisione dei poteri, della libertà del dibattito pubblico, dell'autonomia delle formazioni sociali e di altre quisquilie del genere?
E come non vedere anche qui — anche in questo plebiscitarismo che risulta inevitabilmente leaderistico, in questo non «disturbate il manovratore» — il terreno di potenziale convergenza di antiche pulsioni antiliberali comuni tanto alla destra che alla sinistra?
C'è un ulteriore motivo che la polemica contro i «poteri forti», specie quella di natura specificamente economica e/o proveniente da destra (ma con compagnie ancora una volta imprevedibili) evoca di frequente più o meno velatamente. È il motivo nazionale: i suddetti poteri sarebbero sempre pronti a non fare l'interesse dell'Italia, a tradirlo per il loro. Peccato però che ogni volta che tale interesse dell'«Italia» viene specificato, ogni volta che gli viene dato un nome e un cognome, allora ci si accorge che esso, stranamente, non corrisponde a quello degli italiani. Il che, come si capisce, pone qualche problema. Perché mai, ad esempio, dovrebbe essere un interesse dell'Italia che gli italiani paghino i servizi bancari o i viaggi aerei interni ai prezzi più cari d'Europa? O, per dirne un'altra, in che senso è stato un interesse degli italiani all'epoca dell'Iri che lo Stato accumulasse passivi miliardari per produrre gelati o automobili Alfa Romeo anziché investire tutti quei quattrini, che so, nella costruzione di nuove linee ferroviarie o nell'acquisto di nuove attrezzature per il servizio sanitario nazionale?
In conclusione è difficile non essere d'accordo con quanto si leggeva ieri sul Riformista: e cioè che in realtà la polemica di certa politica contro i poteri forti nasce soprattutto dal suo senso di impotenza, dalla consapevolezza che essa avverte di essere sempre meno capace di esprimere idee-forza, di prendere decisioni, di ottenere ascolto e consenso dalla gente.
Vero, ma bisogna domandarsi: il rimedio a questi mali che ci riguardano tutti sta nella revisione dei meccanismi della vita politica e dei partiti, nel rafforzamento degli istituti della democrazia liberale o nel mettere sotto accusa chi è fuori dal sacro recinto della politica medesima? Un rimedio in tale direzione, guarda caso, lo si cerca solo da noi, solo in Italia, ma non è davvero un primato di cui andare particolarmente fieri.

Nessun commento:

Posta un commento