giovedì 8 dicembre 2005

Un´elezione non fa democrazia

RALF DAHRENDORF

su Repubblica del 8-12-2005

Non c´è ordine liberale senza democrazia politica. Ma come spesso ci ricordano le vicende attuali, la democrazia politica da sola non garantisce l´ordine liberale. Le elezioni, anche se libere e regolari, possono condurre al potere un presidente come quello dell´Iran, che vorrebbe «cancellare Israele dalla carta geografica del Medio Oriente». O come il leader venezuelano, che entusiasma le piazze con la sua intolleranza verso il mondo degli affari, ma induce all´emigrazione i suoi esponenti, la cui iniziativa sarebbe cruciale per il benessere della popolazione. Altrettanto problematica, seppure meno dannosa, è l´elezione di un governo di minoranza che disattende le promesse di cooperazione fatte prima del voto e persegue con tracotanza gli interessi personali dei suoi componenti. In altri termini, se si vuole portare la democrazia nel mondo non basta promuovere elezioni, che possono anche condurre a una democrazia illiberale, se non a qualcosa di peggio. Il processo elettorale va quindi inserito in un quadro istituzionale assai più complesso, che vorrei definire l´ordine liberale. Prima condizione per un ordine liberale è un sistema democratico che non tolleri chi si prepara a distruggere la democrazia. In alcuni paesi – come ad esempio in Germania – la legge prevede la messa al bando dei partiti politici i cui programmi sono palesemente antidemocratici: un alegge che è già stata applicata per tenere a bada i partiti della destra e della sinistra estreme, e ha sicuramente contribuito a evitare qualunque accenno di un possibile ritorno ai metodi totalitari del XX secolo. Ma non sempre è possibile prevedere i comportamenti dei politici e dei partiti, una volta che abbiano vinto le elezioni. Questo il motivo per cui molti paesi si sono dotati di norme costituzionali – di cui un esempio è il ventiduesimo emendamento della Costituzione Usa – che pongono limiti alla durata delle cariche politiche. Una norma del genere esiste anche in Russia, e il presidente Vladimir Putin ha dichiarato che intende rispettarla. C´è da sperare che si comporti di conseguenza. Altrove – in particolare in molti degli stati dell´ex Unione Sovietica e in America latina – i governanti al potere hanno semplicemente cambiato la costituzione a proprio vantaggio, modificando anche le norme che limitavano il loro mandato. E´ qui che entra in gioco il secondo pilastro dell´ordine liberale: lo stato di diritto. Non si ripeterà mai abbastanza che democrazia e stato di diritto non sono la stessa cosa. Esistono democrazie che non sono stati di diritto, e stati di diritto non democratici. Per garantire la libertà sono indispensabili entrambi; ma dei due, lo stato di diritto è il più difficile da istituire e da preservare. Non solo deve fondarsi su una costituzione, ma deve poter contare – cosa non meno importante – su un sistema giudiziario sensibile alle violazioni della legittimità e delle norme costituzionali. Le elezioni dell´assemblea costituente in Iraq sono un evento di estrema importanza, che ha prodotto – seppure con qualche pressione esterna, in particolare da parte sunnita – un documento che potrà servire da base a uno stato di diritto. Ora però si dovranno trovare, nominare e accettare giudici indipendenti: un compito particolarmente difficile, in un contesto nel quale la sharia – la legge religiosa islamica, amministrata non da giudici, ma da religiosi – è sempre dietro l´angolo. Uno stato di diritto laico rappresenta di fatto il più delicato dei prerequisiti di un ordine liberale. Oltre tutto, la storia ci insegna che per scardinare lo stato di diritto e soppiantarlo con una tirannia ideologica può bastare una legge che ne conferisca il potere al leader di turno, come dimostra il caso di Hitler in Germania. E´ qui che entra in gioco il terzo elemento dell´ordine liberale: la società civile, il più poderoso dei pilastri dell´ordine liberale: una pluralità di associazioni e di attività civili, regolate ma non controllate dallo Stato, libere di esprimere le proprie vedute e anche di manifestare pubblicamente le proprie (diverse) opinioni. Una società civile viva e vibrante si mobiliterà se lo stato di diritto verrà violato, e potrà anche controllare le eventuali propensioni illiberali di una maggioranza democratica. Oggi, grazie alla diffusione quasi universale dell´informazione, le organizzazioni volontarie non governative che costituiscono la società civile possono emergere assai più facilmente. Ma non si è mai completamente al riparo dagli abusi di potere. Perciò la comunità internazionale deve riconoscere che non basta promuovere, organizzare e monitorare elezioni in paesi di recente democratizzazione. Un programma di espansione dell´ordine liberale dev´essere affrontato in maniera assai più sofisticata. Ma è necessario soprattutto che le istituzioni e gli organismi internazionali si tengano costantemente all´erta contro il rischio di democrazie illiberali. Copyright: Project Syndicate/Institute for Human Sciences, 2005 traduzione di Elisabetta Horvat


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