Ds, programmi e rivoluzione liberale
di
Piero Ostellino
Corriere della Sera 1/12/05
Con l'avvio della Conferenza programmatica dei Democratici di sinistra, entra nel vivo il dibattito sulle ricette dei partiti per l'Italia del dopo elezioni 2006. Il Corriere, con Dario Di Vico, ha denunciato l'antica consuetudine del «programmismo» — la cattiva abitudine dei partiti della sinistra di infarcire i propri programmi di un lungo elenco di proposte generiche, e persino fra loro in contraddizione, ben sapendo di non poterle realizzare. Poi, con Francesco Giavazzi, ha suggerito di limitarsi a individuare cinque punti da tradurre, qualora l'Unione vincesse le elezioni, in provvedimenti legislativi da adottare nei primi cento giorni di governo. L'auspicio, nell'interesse del Paese, è che il consiglio sia seguito. Se i punti programmatici indicati da Giavazzi non convincono, se ne propongano altri, ma il metodo ci sembra quello giusto.
Il segretario dei Ds è ottimista sul futuro dell'Italia, che — dice — è un grande Paese il cui Prodotto interno lordo lo colloca ancora al sesto posto fra i maggiori Paesi industrializzati. L'ottimismo, per un uomo politico, è (quasi) un dovere e per un uomo politico convinto di vincere le elezioni e di governare l'Italia nei prossimi cinque anni diventa necessariamente — a dispetto delle previsioni dell'Economist —un imperativo categorico. Ma se lo disaggreghiamo e guardiamo «dentro» il Pil, il valore aggiunto prodotto — cioè la ricchezza creata in più rispetto a quanto ci costa vivere e produrre — colloca ancora il nostro Paese al sesto posto o non ne registra piuttosto il forte declino?
Fassino, anche se non si pone esplicitamente l'interrogativo, avverte ugualmente l'esigenza che il centrosinistra, una volta al governo, faccia quella «rivoluzione liberale» — meglio sarebbe dire «la rivoluzione delle aspettative e delle opportunità» — che non è riuscita alla Casa delle libertà. Da uomo di una sinistra di governo, egli tende a contare ancora sulla capacità dello Stato, attraverso gli opportuni investimenti pubblici, di incentivare la ricerca (anche privata), di produrre innovazione e creare sviluppo.
Come esponente di una sinistra «liberale» e riformista, egli inclina, d'altra parte, ad attenuare la propria antica vocazione «colbertiana» non escludendo neppure misure legislative che liberino le risorse umane di cui è (sarebbe) ricco il Paese. Bene. Purtroppo, lo Stato, a meno di aumentare le tasse, non ha i soldi per finanziare lo sviluppo; non è del tutto certo che il futuro governo Prodi riesca a far approvare dalla sua stessa composita maggioranza le auspicate misure liberalizzatrici; infine, o gli italiani sono pronti a cogliere le opportunità che dischiude, essendo, però, anche disposti ad affrontare i rischi e i costi sociali che essa comporta o, come è già accaduto al centrodestra, non sarà certamente un governo di sinistra a promuovere la rivoluzione liberale.
Il segretario dei Ds, nella lodevole intenzione di massimizzare le risorse nazionali, propone, altresì, di trasformare l'Italia — grazie alla sua proiezione nel Mediterraneo e attraverso i necessari investimenti infrastrutturali — in una sorta di «porto della globalizzazione», cioè in una grande piattaforma logistica dei flussi di merci provenienti dall' Est asiatico e destinate al resto d'Europa e viceversa. Bene. Ma il progetto di Fassino ha tutti i limiti del Business to Business ( BtoB ) — cioè produrre un bene o un servizio per altri che sul prodotto distribuito metteranno poi il proprio marchio — invece che BtoC ( Business to Consumer).
Cioè produrre per i consumatori di tutto il mondo col marchio made in Italy, il solo che può (potrebbe) riconferire all'Italia un ruolo e una collocazione internazionali fra i grandi Paesi industrializzati. Si tratta (tratterebbe) di ridisegnare il profilo — produzione più marketing — del nostro sistema produttivo, rappresentato, oggi nel mondo, solo da pochi marchi: Barilla e Ferrero, per gli alimentari; la Fiat, malgrado il calo di vendite, per le auto; gli stilisti per la moda; qualche produttore di beni di nicchia. Questa sì, sarebbe una rivoluzione. Comunque la si chiami. Ma per realizzarla occorre, anche sotto il profilo politico, uno sforzo di sintesi programmatica, di chiarezza nella comunicazione agli elettori, e di tempestività nell'esecuzione nei primi 100 giorni, che il Corriere ha chiesto.
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