domenica 18 dicembre 2005

Il modello sociale europeo

Riproponiamo una intervista a Tiziano Treu pubblicata da "Il Sole 24 ore" il 2/11/2005

L’incontro dei leaders europei convocato per il 27 ottobre (sul modello sociale europeo)è stato voluto da Blair come provocazione per scuotere l’Europa che sembra incapace di reagire alle sfide della globalizzazione. I termini della provocazione sono posti con chiarezza, quasi con crudezza, dai materiali preparativi, in particolare dal rapporto di A. Sapir. I paesi europei, soprattutto quelli mediterranei,ma anche la Germania devono introdurre dosi massicce di riforme se vogliono salvare il loro modello sociale; anzi se non vogliono pregiudicare lo stesso processo di integrazione europea. Lo confermano gli esiti negativi dei referendum francesi e olandesi, che dipendono non dal rifiuto dell’Europa ma dalla frustrazione dei cittadini per l’immobilismo dell’Unione Europea e per il senso di insicurezza rispetto al futuro che questo ingenera.
Una specificazione importante, e meno scontata, riguarda la necessità di coordinare i diversi piani di intervento, non solo le politiche europee con quelle nazionali, ma soprattutto le riforme del welfare e del mercato del lavoro con quelle del mercato dei prodotti e del sistema produttivo. Quest’ultimo nesso va sottolineato perché i due tipi di riforme si sostengono a vicenda: un miglior funzionamento dei mercati dei prodotti e dei capitali sostiene la crescita economica e la domanda di lavoro e per questa via rende più agevoli le riforme necessarie nel mercato del lavoro. Dall’altra parte un mercato del lavoro flessibile e ben governato è necessario per sostenere le grandi trasformazioni richieste al sistema produttivo, che richiederanno accresciuta mobilità e capacità di aggiornamento della forza lavoro.
L’importanza di questo nesso è confermata dai paesi leader dell’unione europea (quelli scandinavi) che hanno saputo introdurre maggiore competitività nei loro sistemi produttivi senza sacrificare il loro modello sociale, ma modernizzandolo, rendendolo più attivo e più capace di contrastare le disuguaglianze senza cadere nell’assistenzialismo.
Sarebbe illusorio copiare quei modelli trapiantandoli in Italia; ma le indicazioni che provengono da quell’esperienza sono utili anche per noi; forniscono orientamenti importanti per le scelte programmatiche del centrosinistra, dei partiti che ne vogliono costituire il nucleo riformista, DS e Margherita in primo luogo.
Anche da noi l’innovazione deve investire sia il mercato del lavoro sia il sistema produttivo; e le dosi necessarie sono effettivamente massicce per la gravità dei ritardi accumulati in questi ultimi anni. L’Italia è il fanalino di coda in Europa sia per la competitività sia per l’organizzazione del welfare.
La priorità assoluta è far ripartire lo sviluppo, senza il quale non c’è prospettiva né per il lavoro né per il finanziamento del welfare. Non bastano piccoli aggiustamenti di rotta ma si richiede un cambio del paradigma economico nelle direzioni che i paesi più virtuosi hanno avviato anni fa: un cambio incentrato sull’innovazione e sul miglioramento del mix produttivo, su liberalizzazioni diffuse per aumentare la concorrenza nei settori protetti, su investimenti massicci in istruzione e ricerca. Il cambiamento deve valere non solo nell’industria, su cui è concentrata l’attenzione, ma su tutti i comparti, a cominciare dai servizi e il settore pubblico, dove si annidano le maggiori sacche di inefficienza e di rigidità. Inoltre date le risorse scarse sarà necessario operare scelte molto selettive. Non c’è posto per i tradizionali incentivi a pioggia: non servono i 200 distretti a cui il nostro governo riconosce lo stato giuridico (salvo elargire l’elemosina di 50 milioni) ma pochi poli d’eccellenza (67 in Francia, di cui 15 internazionali).
Il versante dell’innovazione e della riqualificazione dell’offerta sarà un test decisivo per la qualità del programma di governo. Nelle primarie il test è stato parziale. Bertinotti ha presentato un manifesto segnato da tratti dirigistici e tutto incentrato su temi distributivi, “dalla parte” della domanda. E’ un messaggio lontano da ipotesi riformiste, espresse nel manifesto, pur generico, di Prodi.
Non a caso quando Prodi ha esplicitato alcune posizioni, ad esempio in tema di liberalizzazioni, le differenze con Rifondazione Comunista e altri settori della sinistra si sono acutizzate.
Le scelte di riforma sono altrettanto urgenti in tema di welfare perché il nostro sistema, come ci ricorda il rapporto Sapir, non è giusto nè efficiente.
La priorità non è moltiplicare i tipi di contratto (come ha fatto la legge 30 del 2003) ma organizzare il mercato del lavoro in modo da garantire quella flessibilità nella sicurezza che è scritta nei testi europei e che è stata attuata nei paesi più virtuosi.
Per questo occorre un organizzazione di servizi all’impiego, degli ammortizzatori, dell’aggiornamento e della formazione continua che siano in grado di aiutare attivamente i lavoratori ad adeguarsi ai cambiamenti tecnologici richieste a tutti i sistemi produttivi.
Questo implica una diversa logica degli interventi di welfare: il miglioramento delle tutele è doveroso, ma per essere efficiente non deve ridurre gli incentivi al lavoro. A chi riceve i benefici vanno richiesti comportamenti attivi per uscire dal bisogno.
Questa nuova ottica è necessaria anche per mantenere efficaci le tutele del lavoro, di tutti i lavori: perché ormai la pressione competitiva non risparmia più neppure il nucleo forte dei lavoratori (gli insider), rendendo deboli le protezioni nel rapporto di lavoro su cui si è concentrata finora la legislazione del lavoro. Solo con un mercato del lavoro adattabile e sostenuto da tutele attive, in un sistema produttivo vitale, si può rompere il circolo vizioso di cui è vittima il nostro sistema: di bassa occupazione (regolare), bassa mobilità, alta precarietà.
Le esperienze dei paesi scandinavi, mostrano come un efficace mix di servizi e di politiche attive del lavoro migliora i livelli effettivi di tutela dei lavoratori e insieme permette di contenere i costi degli interventi passivi (indennità di disoccupazione e simili). Questo dei costi è un punto critico per il nostro welfare nell’immediato, dato le condizioni delle nostre finanze ma anche in prospettiva. Se si vogliono sostenere i capitoli più carenti della spesa sociale, nelle direzioni richieste dallo sviluppo e dai bisogni dei cittadini (formazione, assistenza all’infanzia e agli anziani, ammortizzatori sociali e politiche attive, casa per i giovani) la spesa per le pensioni non deve crescere ma contenersi o meglio diminuire.
Questi punti costituiranno un altro test decisivo per la capacità riformista dei partiti della coalizione. Anzi proprio perché il welfare è terreno di elezione della tradizione socialdemocratica, saranno un banco di prova particolarmente delicato. Non a caso sugli stessi punti si sono misurate le rotture più nette dei partiti socialdemocratici del nord Europa. Il rinnovamento del welfare scandinavo non è stato meno significativo di quello introdotto dalla terza via di Blair. Mentre viceversa le difficoltà di rinnovarsi su tali temi è uno dei punti di crisi più gravi della socialdemocrazia tedesca e della sinistra francese.
Questi temi investono la responsabilità di tutta la coalizione, ma in primo luogo di DS e Margherita. Di questo sarebbe bene occuparsi più che discettare sul nome del soggetto nuovo da costruire e della confezione dell’involucro. Solo così si può far avanzare il percorso verso il partito democratico, accelerato dalle recenti primarie.
Scelte nette sulle questioni della qualità dello sviluppo e del welfare sono necessarie se si vuole porre su basi solide un programma di governo che non ammetterà mezze misure. Solo proposte di riforme da avviare subito potranno farci riprendere credito in Europa e permetterci di agire, specie nei primi anni, senza essere strozzati dai vincoli finanziari.

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