Dal Corriere della Sera del 25/11/05
Angelo Panebianco domenica scorsa, Dario Di Vico ieri: il Corriere sta bombardando a destra e a manca, più a manca che a destra, a dire il vero. Limitiamoci, allora, al centrosinistra. Viene da dire ai suoi leader: è ottimo il vostro fervore programmatico, a Bologna con Romano Prodi due settimane fa, questo fine settimana a Milano con la Margherita e poi a Firenze con i Ds. Le bozze di programma che avete presentato, e che sono disponibili in rete, contengono tutte materiali interessanti e utili. Però, insisto con chi dirige l'Ulivo, per piacere dite agli elettori le quattro o cinque cose concrete che vi impegnate a fare se vincerete le elezioni. Questa è stata la grande innovazione di Silvio Berlusconi (il patto con gli italiani) e anche per non essere riuscito a onorarlo, o a onorarlo nella sua interezza, si trova ora nei guai. Ed è stata una bella innovazione, un'innovazione democratica: su quattro o cinque cose concrete, non su programmi generici e complicati, anche un cittadino comune può farsi rapidamente un'idea, prima per votare e poi, finita la legislatura, per esprimere un giudizio a consuntivo. Discutendo con Paolo Mieli lunedì scorso, durante la presentazione del bel libro di Francesco Giavazzi Lobby d'Italia (Rizzoli), ho avuto modo di esprimere qualche dubbio sulla richiesta che ho appena descritto, apparentemente così sensata. Berlusconi aveva una visione molto semplicistica delle ragioni che si frapponevano e tuttora si frappongono a una ripresa del nostro sviluppo, e di conseguenza una ricetta semplice e miracolistica: un bel taglio di tasse e un po' di flessibilità in più (nei mercati del lavoro, naturalmente) sarebbero bastati per trasformare la tartaruga Italia nella lepre Irlanda. La medicina, oltre che semplice, era anche molto dolce: chi può essere contrario alla riduzione delle imposte, specie se non si indicano le spese pubbliche che dovranno essere tagliate per evitare un aumento del deficit? Io mi sono convinto che la diagnosi dei nostri guai non è così semplice, che il Paese è più simile a una persona anziana piena di acciacchi che a un giovane con una gamba rotta, e dunque che la ricetta non è una semplice ingessatura, ma una miscela di numerosi interventi bilanciati e cauti, per non scassare un equilibrio precario. E mi sono anche convinto che gran parte di questi interventi non sono le dolci medicine di Berlusconi 2001, facili da scrivere in un «contratto con gli italiani», ma medicine piuttosto amare, che il paziente non ha alcuna voglia di assumere. Fuor di metafora, sono interventi per aumentare il grado di concorrenza e di efficienza in molti settori, fieramente avversati dagli interessi che li popolano. Sono interventi per cavare più risorse dal comparto della previdenza pubblica e per adeguare la dinamica dei salari e degli stipendi a quella, bassissima, della produttività. E potrei continuare con una lista che mi farebbe sparare addosso da qualsiasi responsabile dell'ufficio propaganda di un partito. Stando così le cose, come riformulerei le ragionevoli richieste di Panebianco e Di Vico? Le riformulerei in tre punti. Il primo è che, ora che i vari partiti si sono sfogati a formulare le loro analisi e le loro proposte, si mettano al lavoro per eliminare le divergenze palesi che tra queste esistono e si notano, nonostante la vaghezza di molte formulazioni: quel che conta è il programma dell'Unione, che va da Mastella a Bertinotti. Il secondo punto è il più vicino alle richieste del Corriere: da questo programma comune va estratto un messaggio che gli italiani possano capire e ricordare. Non si tratterà, probabilmente, di un «contratto» così semplice e ottimistico come quello di Berlusconi 2001, ma c'è sicuramente un modo per far capire a tutti ciò che molti hanno già capito: che la situazione è seria, ma ci sono ragioni di speranza. Alcuni provvedimenti resi necessari dalla serietà della situazione e altri che alimentano una speranza di ripresa ed esprimono ragioni di solidarietà probabilmente possono essere annunciati con chiarezza. Il terzo punto è quello che mi sta più a cuore. Chiunque vinca deve avere pronti il primo Dpef (dunque il quadro macroeconomico in cui ci si intende muovere) nonché le leggi delega che contengono le riforme più importanti, più ostiche, e che richiedono tempi lunghi per andare a effetto. Il 2006 è sia l'inizio della legislatura, sia un anno in cui le prospettive dell'economia saranno relativamente buone. Dopo, tutto diventa più difficile.
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