Dalla Stampa del 26/11/05
SCIOPERARE «contro la Finanziaria» è anomalo perché non riflette controversie contrattuali ma conflitto politico.
D'altra parte la politica economica determina, anche direttamente, i trattamenti di chi lavora; la decisione sul Tfr di giovedì è stata benzina sul fuoco. A molti che non hanno condiviso lo sciopero esso appare comunque un elemento del quadro di confusione, incertezza, carenza di consenso, che rende più difficile cogliere lo spiraglio di opportunità che aleggia nella congiuntura internazionale.
La responsabilità maggiore è del governo. La politica economica è da tempo opaca, improvvisata, contraddittoria, fatta di rinvii. Fra una tantum, prenotazioni di disponibilità future, espedienti contabili, promesse, annunci e disdette, la finanza pubblica è inestricabilmente complessa e incerta, con la spesa che è stata lasciata aumentare, senza dirlo, mentre si diceva di ridurre il carico fiscale-tariffario del cittadino medio, senza farlo. Nell'ultimo anno, sovraccaricando l'agenda con riforme istituzionali (Costituzione, legge elettorale, procedure giudiziali) la cui sostanza e priorità hanno troppo poco consenso, si sono aumentate le tensioni e ridotta la credibilità per riformare l'economia. Anche l'opposizione è accusata di non contribuire a chiarire il quadro, almeno quello del dopo-elezioni. Per mancanza di proposte programmatiche concrete e precise.
Per la retorica opportunista con cui si lascia spesso trascinare nel gioco degli insulti delegittimanti con la maggioranza. Perché, su temi fondamentali come liberalizzazioni e privatizzazioni (si vedano le posizioni, assunte in sede nazionale ed europea, contro la direttiva Bolkestein), appare divisa e, confrontata con la maggioranza soi-disant liberale, altrettanto poco desiderosa di valorizzare i meccanismi di mercato, altrettanto debole nei confronti delle corporazioni e delle tentazioni della demagogia populista.
Come evitare che, in questa situazione, gli scioperi diventino scioperi dell'attenzione civile alla politica, scioperi del voto e della partecipazione, scioperi della fiducia e della progettualità degli investitori, degli elettori, dei cittadini? Quel che sembra più richiesto è un programma di pochi punti concreti, da parte di entrambi i poli, le «tre o quattro cose che farai subito se ti eleggiamo» con cui trasformare la prossima scadenza elettorale, comunque vada, in una catarsi chiarificatrice. Il metodo del «contratto con gli italiani» di Berlusconi gode oggi di simpatie anche presso chi non condivide né il contenuto del contratto né il modo con cui si è cercato di vantarne il rispetto. Questa esigenza di impegni precisi e concreti è sacrosanta, ma ha i suoi limiti.
Lo ha notato bene ieri sul Corriere Michele Salvati, suggerendo poi alla sinistra un format realistico di patto con gli elettori. Governare significa prendere decisioni, per le quali servono programmi da confrontare con le realizzazioni. Ma il governare è fatto anche della coerenza, della credibilità, dell'onestà con cui si fanno e realizzano le promesse e si gestisce l'imprevedibile quotidiano. Governare è questione di uomini, della loro integrità e reputazione personale, della loro capacità di essere convincenti senza effimere superficialità.
E' soprattutto dalle qualità umane della squadra di governo che dipende la capacità di convincere in modo serio e durevole, raccogliendo spesso consensi più larghi di quello numerico della maggioranza per fare riforme contro gli interessi di pochi prepotenti, corporativi e conservatori. Soprattutto nelle cose molto mercuriali e poco ideologiche dell'economia, governare in modo efficace e convincente richiede capacità di dialogo con l'opposizione, decenza del linguaggio, sensibilità per tutti i conflitti di interesse, senso dei limiti del proprio potere.
Per evitare lo sciopero della fiducia alle parti politiche serve dunque un «impegno di stile» e - chiedo troppo? - l'indicazione degli uomini chiave ai quali la parte, se vincerà, si affiderà per realizzare il programma. Aiuterebbe se il profilo di almeno alcune di queste persone fosse caratterizzato, più che da lealtà politica di parte, da reputazione specchiata, competenza e professionalità; e se il rilievo d'assieme della squadra limitasse l'eccesso di leaderismo, del quale siamo delusi ma del quale non riusciamo a liberarci.
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