domenica 23 ottobre 2005

Cacciari: sul caso Milano l’Unione ha sbagliato tutto Addio ai candidati forti

Dal Corriere della Sera del 23/10
L’INTERVISTA / Il filosofo: le primarie sono indispensabili ma la società civile se ne starà alla larga

Professore, il 29 gennaio si faranno le primarie per il candidato sindaco del centrosinistra a Milano... «Certo, saranno delle primarie un po’ del cavolo, c’è poco da fare. Ma a questo punto sono comunque indispensabili». A quale punto? «Al punto in cui il centrosinistra s’è fregato un candidato vincente come Veronesi. Non so se è astuzia, ma certo non è l’astuzia della ragione...». Il filosofo Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, sta all’aeroporto e se la ride a guardare le peripezie alla Jacques Tati d’un altro viaggiatore, «ma guarda, ha un carrello pieno di valigie, se le sta perdendo una dietro l’altra e manco se ne accorge...». Un po’ come i candidati del centrosinistra a Milano? «E certo. Basta considerare la mossa miope, cieca, politicamente irrazionale con la quale hanno liquidato un candidato della cosiddetta società civile come Veronesi. Perché al di là delle balle sulla società civile c’è un’area di professionisti, di tendenze culturali profondamente radicate in città che se ne starà alla larga, è pacifico. I vari de Bortoli non si candideranno mai. E se qualcuno si farà avanti sarà a un livello assolutamente incomparabile». E allora? «Vedrà che salteranno fuori le candidature di partito, nomi scontati, a parte testimonianze come quella di Dario Fo. Se Margherita e Ds non sono completamente impazziti, si metteranno d’accordo su qualcuno. Sennò vincerà quello espresso dalla Quercia». Ne vale la pena? «Beh, ci mancherebbe soltanto una candidatura di partito senza neanche il sostegno delle primarie, lì sarebbe veramente decidere di perdere. Certo mi convincono fino a un certo punto, se le fai quando i buoi sono scappati...». Ma le primarie servono? «Io sono convinto che siano un ottimo sistema se si tratta davvero di risolvere in termini democratici il problema di linee politiche concorrenti. Là dove invece ci sono degli pseudo-plebisciti o non entrano in gioco le forze davvero decisive della coalizione, come nel caso delle primarie tra virgolette per Prodi...». Tra virgolette? «Ci fossero stati Rutelli e Veltroni, Prodi e Fassino, quelle sì. Ma dove le forze politiche decisive non hanno candidati, le pare siano primarie? Per nostra fortuna la cosa si è risolta rafforzando Prodi, visto che si correva il rischio di indebolirlo, ma sono i casi della vita. Sa cosa temo? Che cosa? «Che scatti un meccanismo per cui, quando servono, non le vuoi fare e viceversa. A Venezia, per esempio, sarebbero state indispensabili per decidere tra il candidato rossoverde e quello della Margherita. Ma non le hanno volute. A Milano si sarebbero dovute decidere un anno e mezzo fa. Con queste cose ci stiamo giocando lo strumento delle primarie». Per quale ragione, secondo lei, non hanno voluto Veronesi? «Perché la leadership dei partiti cittadini è del tutto inadeguata a quello che dovrebbe essere la centralità della città nella politica italiana. In questo caso salvo i Ds, se non altro hanno mostrato maggior realismo: onestamente, a Milano, ho trovato più corrispondenze con loro che con la Margherita. Ma il centrosinistra manca di strategia comune, è dagli anni Ottanta che fatica a collegarsi con ciò che nasce di nuovo in città, basterebbe la puzza sotto il naso con cui hanno affrontato il tema dei "terzisti"...». Ora si parla di Penati... «Se ci sarà lui stravincerà le primarie, e poi che Dio ce la mandi buona. Sarà decisivo l’avversario, se il centrodestra presenterà una candidatura che lacera come fece per la Provincia ce la dovremmo fare, se invece fosse un nome che riesce davvero a unificare tipo la Moratti o più ancora Confalonieri sarebbe dura. Mah, quasi mi viene in mente un’utopia...». Quale? «Candidare Bruno Tabacci, il commissario cittadino dell’Udc! Ma sì, sarebbe una mossa dirompente, la politica è anche far leva sulle contraddizioni dell’avversario! Solo che è irrealizzabile, conosco i miei polli, la loro totale mancanza di agilità tattica, di spregiudicatezza. Il problema è che siamo anchilosati, appesantiti neanche più dalla ideologia - quella andrebbe ancora bene perché somiglia alle idee, anche se ne è cattiva scimmia - ma da meccanismi corporativi e microburocrazie. Così rischiamo di perdere una partita che, con Veronesi, avevamo quasi vinto».

Gian Guido Vecchi

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