sabato 10 settembre 2005

Sapir: banche estere in Italia? Una necessità

Intervista ad uno dei principali ispiratori della politica economica di Blair e collaboratore di Prodi in sede UE. (Corriere della Sera 10/9/05)

«I modelli oggi in Europa sono quattro: quello dei Paesi nordici, socialmente equo ed efficace in termini di competitività; quello anglosassone, efficace ma non equo; quello continentale di Francia, Germania e Belgio, equo ma non efficace; e quello mediterraneo di Italia e Spagna: né equo, né efficace»

Ieri a Manchester l’hanno ascoltato a lungo i ministri delle Finanze dell’Ue. Spesso il premier di Londra Tony Blair lo cita per un suo studio del 2003, preparato per la Commissione europea di Romano Prodi. Ma lui, André Sapir, nei panni di uomo delle istituzioni non è a suo agio. Il suo messaggio all’Italia è dettato dai rigori della concorrenza, non dagli scrupoli della diplomazia: la crisi attorno alla Banca d’Italia - taglia corto - è un passaggio del processo di adattamento alle pressioni del mercato europeo e globale. E’ quel che ha spiegato all’Ecofin di Manchester?
«Quello che ho detto è in linea con l’intervento di Gordon Brown, il ministro del Tesoro di Londra: Cina, India e Brasile non ci aspettano, gli europei devono adattare i loro modelli sociali. E in fretta: il tempo stringe» risponde Sapir, l’universitario belga nel consiglio di Bruegel, il «think tank» di economisti europei guidato da Mario Monti.
I mezzi per competere l’Europa li ha: la seconda moneta di riserva al mondo, un mercato interno di mezzo miliardo di consumatori. Non basta?
«E’ una parte della soluzione. Ma guardiamo al dibattito in Italia: l’euro rischia di diventare un problema supplementare, se i mercati del lavoro e dei servizi non funzioneranno a dovere. Per mantenere una moneta solida, che non svaluta, bisogna saper rispondere alle sfide».
Vuol dire che l’Italia deve cambiare rotta oppure rischia, prima o poi, di dover abbandonare l’euro?
«Assolutamente sì. Non lo dico io, è un dibattito che in Italia c’è. I mercati devono diventare più reattivi alla concorrenza internazionale. Altrimenti si finisce per mettere pressione sulla politiche dei governi o della banca centrale, chiedendo loro di fare l’impossibile».
Adattarsi vuol dire aprire il mercato alle scalate delle banche estere?
«Anche. Mercati chiusi non sono più sostenibili in un’economia moderna».
Dunque, la crisi sulla Banca d’Italia, dopo lo scontro partito dall’offerta di Abn Amro su Antonveneta, è la tappa di una mutazione inevitabile?
«E’ così: vivete una crisi istituzionale prodotta dalle pressioni della concorrenza globale. Ma ora per l’Italia si tratta di fare in fretta. Nel mondo di oggi non è più sostenibile un modello di sviluppo con debito elevato, tassi di occupazione deboli e troppe misure restrittive, specie nel mercato del lavoro e dei servizi».
Sarà ancora una volta l’Europa a costringere l’Italia a modernizzarsi?
«Non è detto: far funzionare il mercato interno è una responsabilità europea, scegliere un modello compatibile e vincente è responsabilità dei singoli».
Quello della flessibilità anglosassone, secondo Blair, ha molto da insegnare.
«I modelli oggi in Europa sono quattro: quello dei Paesi nordici, socialmente equo ed efficace in termini di competitività; quello anglosassone, efficace ma non equo; quello continentale di Francia, Germania e Belgio, equo ma non efficace; e quello mediterraneo di Italia e Spagna: né equo, né efficace».
La lezione qual è?
«Che i due obiettivi, a differenza di come pensano molti, non sono incompatibili. Ma l’equità è una scelta politica, l’efficacia una necessità per chi è esposto ai venti della globalizzazione».

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