Testo integrale
RELAZIONE DI FRANCESCO RUTELLI ALLA DIREZIONE
DEL 4 LUGLIO 2005
Care amiche ed amici,
Democrazia è Libertà- la Margherita, al termine di un periodo difficile, ha insediato nel paese una linea politica potenzialmente capace di conseguire rilevanti consensi e di contribuire in modo significativo alla vittoria - possibile e tanto auspicata - dell’Unione di centrosinistra nelle elezioni politiche del 2006.
E’ una linea politica che riafferma con forza e determinazione la nostra partecipazione al campo delle forze della Federazione dell’Ulivo e del centrosinistra; e che sostanzia la qualità di questa partecipazione unitaria con una iniziativa autonoma, propositiva, innovativa, aggregante.
E’ una potenzialità di cui tutti siamo protagonisti e, in certo senso, testimoni, poiché raccogliamo in varie realtà sociali, produttive e di opinione del paese prove di attenzione e di interesse verso il corso del nostro partito. Per la prima volta da quando la Margherita è nata, però, queste potenzialità non vengono condivise dall’intero partito. Una parte importante e significativa ha deciso e comunicato di volersi collocare “all’opposizione” alla luce della linea votata a larga maggioranza dall’Assemblea Federale. Una linea il cui dettato, estremamente preciso e chiaro, gli organi dirigenti del partito centrale e periferico e quelli parlamentari sono chiamati ad attuare, senza ulteriori passaggi deliberativi.
Io credo che in principio dissensi politici anche seri non debbano essere motivo per istituzionalizzare posizioni permanenti maggioranza/minoranza. Nel corso stesso della vita della Margherita abbiamo sempre saputo comporre differenze che pure si sono prodotte. Abbiamo portato l’intero partito a condividere passaggi politici come frutto di una costruzione comune, di una condivisione al termine di dibattiti in cui non pochi hanno accettato compromessi onorevoli, approdi diversi dai rispettivi punti di partenza.
La politica in un partito complesso e maturo non può che farsi così. E l’unità interna non può che essere il frutto di un percorso dialettico, oltre che della convergenza a partire da basi comuni e su una comune strategia. Queste io le trovo limpidamente chiare e condivise. Sui passaggi politici di questi ultimi anni, vorrei che nessuno trascurasse il senso di comune responsabilità che ha portato l’intero partito a condividere, tra le altre, decisioni come la lista unitaria alle Europee, il varo della Federazione dell’Ulivo, la scelta di presentarci in misura prevalente alle regionali con liste di Uniti nell’Ulivo anziché col simbolo della Margherita, l’adesione alle “primarie”. Io ho difeso queste scelte, ma voglio riaffermare la gratitudine verso quanti non erano totalmente d’accordo con l’una o l’altra di queste decisioni. Poiché far parte di un partito non può che significare concorso alla formazione delle decisioni e rispetto verso di esse quando vengono democraticamente assunte.
In questo modo un partito che è in Italia l’unico - e sottolineo: l’unico - nato attraverso l’unione di più partiti è rimasto unito, si è consolidato, può crescere. Troppe volte in Italia abbiamo invece assistito ad aggregazioni effimere, fallite cioè in breve tempo. E abbiamo visto anche di recente rispolverare dottamente il motto della democrazia federale americana “E pluribus unum”, con il suo rapido trasformarsi nell’abituale: “Ex uno, plura”.
Anche per questo io non considero un evento irreversibile l’attuale mancanza di una piena unità nel nostro partito. Mi auguro essa si produca - pur con le sue inevitabili conseguenze operative - solo per una fase politica, e non permanentemente. Abbiamo con chiarezza confermato agli amici che si riconoscono nella figura di Arturo Parisi - e questo è oggetto di uno specifico documento su cui è stato definito un accordo e che sottoporremo al voto della Direzione - le giuste garanzie di rappresentanza democratica oggi e domani nella Margherita; e non potevamo che riaffermare convintamente i fondamenti politici costitutivi della Margherita, per ciò che riguarda la nostra partecipazione all’Unione di centrosinistra nel sistema bipolare, la nostra convinzione nel necessario ruolo politico della Federazione dell’Ulivo, il nostro impegno per caratterizzare il progetto di governo, l’equilibrio politico, l’innovazione progettuale della Federazione e dell’Unione, sino al disegno di medio termine perché l’Italia possa vedere la nascita di quello che io stesso ho più volte chiamato “Partito Democratico”: un “nuovo inizio” che sarà possibile solo in base a un processo profondamente diverso rispetto a poco meditate confluenze organizzative.
Un’accelerazione che portasse alla scomparsa del simbolo della Margherita dalle schede elettorali, e di gruppi parlamentari del nostro partito dalle Camere invece non era e non è praticabile in questa stagione politica.
Il consenso all’Unione, la partecipazione alla Federazione hanno entrambi bisogno di una forte e autonoma DL-Margherita. A troppe delle domande che abbiamo posto, peraltro, non è ancora giunta risposta.
Ne richiamo tre.
Perché non si pensi neppure in futuro di dare corso alla nascita in Europa e nel Parlamento Europeo di un soggetto riformista e democratico nuovo (e questo noi avevamo chiesto come sviluppo naturale della Lista Uniti nell’Ulivo alle Europee) ma al più si proponga un invito di inglobamento nel partito e nel gruppo socialista. Perché all’esempio di pluralismo assicurato dal nostro partito in occasione dei referendum sulla procreazione assistita (già noi avevamo liberamente espresso posizioni diversificate sia all’atto della votazione della legge 40, sia dell’indizione dei referendum, sia nella campagna elettorale) non abbia corrisposto la benché minima articolazione di posizioni presso i nostri partner di coalizione - confermandosi che noi siamo un partito al 100% laico, ma che tutti i nostri alleati di sinistra hanno scelto di caratterizzarsi in un’occasione tanto unilateralmente voluta e tanto importante come organicamente e integralmente laicisti. Perché ci sia stato troppe volte uno squilibrio, per cui alcuni partiti dell’Unione appaiono nel pieno diritto quando esprimono posizioni tutt’altro che concordate e condivise dalla maggioranza della coalizione, ed altri - penso al nostro - vengono considerati pietra dello scandalo quando esprimono posizioni programmatiche pienamente legittime. E, aggiungiamo, che nell’arco di pochi mesi finiscono per essere fatte proprie dalla coalizione stessa o dalla sua maggioranza: penso, solo per fare alcuni esempi, alle proposte della Margherita sulla riforma delle pensioni; sul secondo livello di contrattazione tra le parti sociali per redistribuire la produttività; sulla necessità di selezionare e concordare le modifiche alla legislazione prodotta in questi 5 anni anni dal centrodestra anziché dichiarare il confuso proposito di abolirla “al 90%” o addirittura per intero; sullo spostamento della sfida in materia fiscale verso le “tasse sul lavoro”, ovvero verso il cuneo fiscale/contributivo.
Da questa parziale elencazione scaturisce un profilo propositivo del nostro partito, che molti italiani hanno iniziato ad apprezzare, e che è assolutamente indispensabile al centrosinistra per vincere. Siamo forse solo noi coloro che propongono, coloro che si considerano e sono riformisti? Assolutamente no. Per questo, io che non credo affatto alla competizione tra noi e i DS (per esser franchi e diretti, credo che il tema di un nostro “sorpasso” elettorale sia inesistente e ribadisco l’augurio che crescano nelle prossime elezioni sia la Margherita, sia i DS, forze fondamentali e leali tra loro nella prospettiva di un centrosinistra vincente), credo tuttavia che ci sia solo da guadagnare in un’emulazione sulle proposte riformatrici. Essa può permettere all’Unione di non essere intrappolata nelle posizioni di chi si rallegra della crisi del Trattato Costituzionale europeo; oppure di chi ci propone una politica estera con slogan del passato rispetto alle nuove sfide della globalizzazione; o di chi inventa scorciatoie sbagliate, come la soppressione dei Centri Temporanei per gli immigrati sbarcati sulle nostre coste, anziché proporre di cambiare in modo serio le norme per l’integrazione dei cittadini stranieri, di umanizzare le regole di asilo ed accoglienza e di rendere più efficace attraverso la cooperazione internazionale e il rigoroso rispetto della legalità la lotta contro i traffici di persone umane; o, ancora di chi immagina atteggiamenti punitivi e depressivi in campo economico.
Una emulazione creativa perché il centrosinistra proponga al paese le soluzioni di innovazione e coesione indispensabili nella drammatica crisi in cui ci troviamo, tanto più con l’eredità fallimentare che dovrà essere raccolta tra meno di un anno, se vinceremo le elezioni.
C’è bisogno di una scossa, in Italia, come hanno invocato in molti: da Ciampi, ai sindacati, a Montezemolo. E c’è bisogno di una scossa progettuale nel centrosinistra.
Credo che le primarie in programma in ottobre possano essere l’occasione giusta. Non solo per assicurare il nostro sostegno a Romano Prodi, ma per caratterizzare questo sostegno al nostro candidato premier sulla base di essenziali indirizzi programmatici che saranno certamente diversi da quelli proposti da Bertinotti o da altri possibili candidati. Ecco la possibilità di dissolvere i timori circa il futuro della Federazione dell’Ulivo: con i suoi partiti, essa tornerà a manifestarsi e ad esprimersi in quella vasta consultazione popolare, e a definire gli assi principali della nostra sfida di governo e di coinvolgimento degli italiani in una ripresa nazionale su cui imperniare il nuovo ciclo di responsabilità del centrosinistra con la guida di Prodi. La mia opinione - credo condivisa nel partito - è che la scelta di presentare liste distinte nella scheda proporzionale non debba dar luogo a un congelamento, ma a un razionale sviluppo della Federazione. Siamo in grado di dare corso alle Federazioni a livello regionale e territoriale; nelle istituzioni (e, nella prossima Legislatura, anche in Parlamento); e attraverso l’individuazione di gruppi dirigenti unitari, e di portavoce, nelle tre importanti aree che abbiamo deciso di affidare alla Federazione: politica europea, politica estera, politica delle istituzioni.
Sarebbe francamente singolare che poiché non si considerano mature le condizioni per una unificazione dei nostri partiti - anche perché, o proprio perché si ravvisa il permanere di irrisolte culture dell’egemonia, un’insufficiente disponibilità a forme effettive di organizzazione pluralistica, un’indisponibilità a riformare le tradizionali collocazioni internazionali - non si debba dar corso ai passaggi indispensabili di lavoro comune che possono contribuire a creare proprio quelle condizioni per una più stretta collaborazione che creino basi e consenso per nuovi sviluppi futuri.
Vedo in questo i riflessi di dibattiti che vengono troppe volte condizionati da formule, da schemi, anziché orientarsi su sfide politiche, sfide di contenuti, sfide riformiste che sono le uniche che contengono una verità comunicabile al popolo e corrispondente alle esigenze difficili ma avvincenti dei cambiamenti che dobbiamo produrre in Italia. Questa è oltretutto la singolare e fondamentale condizione in cui si trovano le classi dirigenti all’inizio del XXI secolo: senza le reti di protezione delle identità del XX secolo; senza apparati ideologici comprensivi delle analisi e delle soluzioni precostituite; chiamate a capire, a interpretare, a progettare. Se mi è consentito dirlo, a studiare. A studiare con applicazione e umiltà un quadro globale ed esigenze nazionali che sono intrecciati e in costante mutamento, che esigono risposte coraggiose, difficili, mai scontate.
E’ in questo quadro che si sta compiendo il fallimento politico del centrodestra italiano. L’UDC esprime una vera e propria sfiducia a Berlusconi. Fini rifluisce nei fatti verso il perimetro missino mentre pensa a un riparo nel PPE sotto l’ala berlusconiana. La Lega ribadisce una radicalità identitaria sempre più estremistica. Il centrodestra nel suo insieme perde ogni capacità di conquista di consensi, sia nel radicamento territoriale, sia nel rapporto con l’opinione.
Ed appaiono in questo contesto semplicemente false e irricevibili le chiacchiere su presunti approdi “bipartisan”. Se questa maggioranza volesse mostrarsi credibile, anche solo negli ultimi dieci mesi della Legislatura, avrebbe alcune buone occasioni per farlo. Può fermare la prepotente pretesa di stravolgere la Carta Costituzionale a maggioranza (e qui si vedrà se i distinguo degli amici dell’UDC sono mera cerimonia, e il partito di Follini si piegherà al ricatto, come purtroppo ha sempre fatto). Può ascoltare i limpidi richiami del Capo dello Stato riguardanti l’Ordinamento Giudiziario. Può far cessare l’indegno ostruzionismo di Governo sulla RAI: una maggioranza che neppure vuole applicare l’unica clausola di garanzia - la scelta del Presidente con la maggioranza dei 2/3 - prevista dalla Legge Gasparri, e si spinge persino ad immaginarne la modifica! A 24 ore dalla nuova Assemblea degli azionisti, dal governo nessun tentativo di soluzioni convergenti con l’opposizione, né alcuna risposta alla disponibilità a far convergere i nostri voti sulla eventuale designazione di Petruccioli.
Queste sono materie - i fondamenti Costituzionali, l’indipendenza dell’ordine giudiziario, il pluralismo dell’informazione, tanto più in pendenza di un così grave e pervasivo conflitto d’interessi - su cui in una democrazia matura non si ipotizzano, ma si esercitano rigorosamente comuni responsabilità tra maggioranza e opposizione. E il fatto che ciò non avvenga ci conferma nella nostra convinzione che il cambio di maggioranza comporti, imponga un cambio radicale nel ripristino dei fondamentali della convivenza repubblicana, anche mettendo riparo alle questioni-base (regolazione “europea” dei conflitti d’interesse, riforma in senso pluralistico del sistema televisivo) che lo stesso Ulivo del ’96-2001 non aveva saputo risolvere.
La crisi profonda dell’economia italiana esige risposte progettuali alte, visionarie, strategiche. Anche perché la percezione del nostro paese nel mondo è ai minimi termini. Chiunque abbia relazioni fuori dai nostri confini si sente chiedere con sconcerto quale influenza abbiano nel paese i ministri che reclamano il ritorno alla lira e la soppressione dell’Euro; cosa voglia dire la battaglia condotta dal Governatore della Banca Centrale sulla cosiddetta “italianità” delle nostre banche; perché le condizioni per gli investimenti esteri nel nostro paese vengano peggiorando costantemente, con una incertezza crescente del quadro normativo (anche, purtroppo, per effetto della Riforma del Titolo V), una durata dei processi civili che rende impossibile definire qualunque contenzioso, l’inesistenza di norme a tutela del risparmio e per dare certezza agli operatori, tra l’altro, rispetto ai falsi in bilancio e alla instabilità della legislazione fiscale e degli incentivi per le imprese.
C’è una difficoltà del capitalismo italiano, uno squilibrio tra le dinamiche della produzione e del lavoro e quelle delle rendite e del privilegio che non può che aggravarsi attraverso il manifestarsi di soggetti che improvvisano raids nel mondo bancario e dell’editoria senza prospettare alcun progetto industriale; oppure attraverso lo snaturamento di funzioni, pur fondamentali e da noi sempre difese, di importanti realtà della cooperazione.
Quando diciamo che occorre un Patto di legislatura tra le forze produttive; quando - come abbiamo fatto nel seminario di Frascati organizzato dall’Esecutivo della Margherita che ha visto la partecipazione di leader autorevoli del mondo dell’impresa, del sindacato, delle professioni, delle categorie preoduttive, delle Università, dell’associazionismo civico - noi poniamo al centrosinistra il duplice traguardo di valorizzare i talenti del paese e di reperire le risorse indispensabili per le riforme, la coesione sociale, gli investimenti, ci candidiamo a dare le risposte giuste, non solo a denunciare lo sfascio della Destra.
In queste settimane è esplosa la crisi dell’Europa. E’ una crisi che coinvolge le élites nei paesi in cui il Trattato Costituzionale è stato bocciato, ma che riguarda l’intera classe dirigente europea, in deficit di comunicazione di idee forti e coinvolgenti per il popolo, per il demos europeo.
Alla base del rilancio europeista dev’essere la consapevolezza dei successi dell’Europa. Non dimentichiamo che cade in questi giorni il decimo anniversario della disonorante strage di Srebrenica. Dieci anni, sono passati, non cento, da quelle atrocità che provocarono anche il cedimento della forza interiore di un uomo coraggioso e visionario come Alex Langer. E se l’Europa cessa di essere motore di integrazione, le crisi determinate dai nazionalismi torneranno alle nostre porte: nei Balcani, a Cipro, nella scomposizione dell’ex-impero sovietico, nel ritorno di conflitti a base religiosa.
Ma, certo, l’Europa deve anche cambiare passo, non solo proseguire un allargamento che rischia di trasformarla nel sogno della signora Thatcher, ovvero in un grande spazio economico ma non una potenza politica. Occorre che, mentre si manda avanti il recupero delle regole comuni contenute nella Costituzione - indispensabili per far funzionare un’Unione a 25 e presto a 27 - gruppi di volenterosi (usiamo per una volta questa espressione) si facciano iniziatori di una collaborazione più stretta e avanzata. Penso all’Eurogruppo, per la promozione, finalmente, di politiche coerenti e decise per la crescita economica e per l’innovazione secondo i principi di Lisbona. Penso alla promozione - anche con il Regno Unito, non solo con Francia, Germania e Spagna - di una collaborazione in materia di difesa integrata nel quadro transatlantico e con la NATO, ma capace di mettere fine nell’arco di una decina d’anni ai molti sprechi e duplicazioni, e all’impotenza dell’Europa sulla scena della sicurezza globale.
Penso che abbiamo assistito, per l’appunto, impotenti, agli errori gravi dell’unilateralismo di Bush. E anche per questo è necessario che il centrosinistra italiano ed europeo si faccia promotore di una strategia condivisa e graduale di uscita dall’Iraq entro l’indispensabile stabilizzazione di quel paese. Anche per questo, riaffermando che noi non saremo mai nel novero degli anti-americani, esigiamo dai nostri alleati fedeltà e rispetto, anche nella lotta al terrorismo, della legalità stabilita nel nostro paese.Ma abbiamo assistito a troppi atti di unilateralismo anche in Europa, anche tra i nostri principali partner: la Germania si fa promotrice di una rottura della solidarietà europea nella ricerca nazionalistica di un proprio seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU; la Spagna si ritira unilateralmente dall’Iraq senza farne l’oggetto di un’iniziativa, di un negoziato con gli alleati per mutare il corso di quella missione; la Francia – guardando alla Turchia - adotta unilateralmente per la prima volta in 50 anni di processo di integrazione europea una modifica costituzionale che impone un referendum nazionale, e dunque un diritto di veto preventivo, ad ulteriori allargamenti dell’Unione; il Regno Unito boccia il bilancio dell’Unione a difesa dei propri privilegi, ignorando la generosa disponibilità a sacrificarsi presentata dai paesi, pur meno ricchi, dell’Europa centro-orientale.
Anche qui, è un vitale interesse nazionale - che largamente coincide con l’interesse europeo - riprendere il processo di integrazione, ma anche accettare la sfida di rafforzare il bilancio comunitario, migliorarne l’efficienza, difendere la coesione sociale senza rinunciare a rinnovare il modello sociale europeo (penso alla Direttiva destinata a portare più concorrenza nei Servizi, accusata ingiustamente di “liberismo selvaggio” e rispondente invece ai fondamenti del Trattato di Roma del 1957, oltre che all’interesse tutto italiano di migliorare la nostra capacità competitiva nel campo dei servizi, dei servizi pubblici locali, come delle professioni).
Dunque: i difensori dell’Europa non possono che essere gli innovatori dell’Europa.
Del resto, è nostra convinzione che non debba esistere un centrosinistra conservatore; o, meglio, che esso sarebbe condannato come l’asino di Buridano a morire di fame per non saper scegliere tra riforme coraggiose e capacità di mobilitare il consenso popolare. Del resto, in tempi di stagnazione economica e di insicurezza globale sappiamo che può avere miglior gioco, nel breve termine, la demagogia populistica delle Destre.
Queste convinzioni ci hanno spinti ad intraprendere un’iniziativa inizialmente giudicata da molti come velleitaria. A far nascere un Partito Democratico Europeo che rigettasse la deriva conservatrice ed euroscettica cui è oggi ridotto il PPE - a dispetto delle sue grandi tradizioni ed ispirazioni fondatrici - e nella consapevolezza di non poter aderire al contenitore socialista, la cui crisi è resa evidente dalle crescenti divaricazioni programmatiche e oggi resa esplosiva dal NO degli elettori socialisti che ha fatto prevalere il NO nel referendum francese, e dalla frattura massimalistica che colpisce in modo drammatico la socialdemocrazia tedesca. Le ultime settimane hanno dimostrato che l’intuizione del PDE, ovvero di una “Terza Via” europeista e riformista (cui, va ricordato, Prodi dette sin dall’inizio un significativo contributo), sta facendo passi molto più importanti delle attese. Il nostro principale alleato, l’UDF, ha deciso per la prima volta in 50 anni di negare la fiducia al governo francese di centrodestra, e il suo leader François Bayrou si vede proiettato nei sondaggi al secondo posto tra i candidati presidenziali: due sviluppi coerenti e promettenti, sia pure in un quadro estremamente difficile. Ai sette partiti europei promotori - che stanno mediamente crescendo e consolidando i loro consensi - stanno per aggiungersi nuovi soggetti politici, appena sei mesi dopo la nascita del PDE. La prospettiva di un’alleanza internazionale tra partiti di ispirazione democratica sta conquistando interesse in importanti paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina. Il nostro recentissimo viaggio negli Stati Uniti è stato un importante successo, e ci ha permesso di raccogliere autorevoli consensi nel mondo politico ed intellettuale dei Democratici americani, e di consolidare formalmente l’Alleanza del PDE e della Margherita con la vasta corrente dei New Democrats, ovvero con i 75 membri del Congresso USA più vicini all’ispirazione di Bill Clinton. Con queste forze, la collaborazione e l’iniziativa su temi fondamentali quali la crescita della democrazia, la “globalizzazione umana” (lotta alla povertà e per l’ambiente), la sicurezza internazionale e regionale sono destinate a crescere e rafforzarsi.
E questo mentre la mobilitazione di questi giorni attorno alla musica rock, per sostenere una causa di solidarietà planetaria, ci ricorda crudamente la debolezza e l’insufficienza della mobilitazione della politica, e la difficoltà dell’impegno per recuperare la fiducia e l’autonoma iniziativa civile delle giovani generazioni.
In Italia, il partito ha in corso la nuova campagna di adesioni e costituzione dei Circoli. Chiedo a tutti di dare impulso e forza al radicamento territoriale della Margherita, e a controllare attentamente i rischi di proliferazioni controproducenti. Anche a questo fine, avrei preferito chiudere la campagna di adesioni al prossimo 31 luglio. A malincuore, ho accettato una proposta di rinvio al 31 ottobre, per dare un’ulteriore prova di disponibilità agli amici della componente tradizionalmente legata a Romano Prodi, che ci hanno chiesto più tempo per recuperare intere le condizioni della loro partecipazione alla vita del partito. In modo altrettanto esplicito, dico ad Arturo Parisi e agli altri amici che ci aspettiamo da loro un concorso alla crescita e all’affermazione di questo nostro partito, piuttosto che solo al legittimo esercizio della critica. Sappiamo che il loro legame con Romano Prodi è di lunga data, e che il riconoscimento della loro autonomia di giudizio non avrebbe potuto spingerci ad immaginare che un’uscita di Parisi dalla Margherita avrebbe potuto avvenire senza coinvolgere il leader della nostra coalizione.
Merita attenzione, in particolare, la loro sollecitazione a ricercare intese elettorali più larghe in vista della presentazione del simbolo della Margherita nella quota proporzionale, e non solo con l’UDEUR con cui stringemmo l’accordo nel 2001, ma con le forze socialiste e laico-repubblicane. Dobbiamo agire subito, peraltro, per dimostrare la capacità di attrazione e aggregazione pluralistica del nostro partito. Vi sono esponenti ed intellettuali del mondo laico-socialista, oltre che cattolico popolare, ma anche di altri mondi e culture sociali e civili, che guardano con interesse alla nostra politica e che possono illustrare efficacemente l’ispirazione democratica e plurale del nostro partito. Un partito che non cresce per incorporazioni organizzative, ma per adesione e dunque libera partecipazione alle nostre scelte e alle nostre iniziative.
Noi cresceremo dimostrando - come indica il nostro Statuto -che i nuovi arrivati hanno vera e pari cittadinanza, diversamente da altri partiti che considerano fisiologico assimilare le culture che ad essi aderiscono. Naturalmente, noi che dobbiamo rispettare correttamente il nostro Statuto, non abbiamo interesse nel promuovere trasformismi dell’ultim’ora: non è infatti per nulla automatica la raccolta di consensi da elettori delusi del centro-destra (che Democrazia è Libertà sta già dimostrando di poter attirare in virtù della sua coerenza, progettualità ed equilibrio politico) attraverso l’imbarco a bordo di esponenti del centro-destra dispersi nell’ambiente e di cui non si sia resa nota negli anni passati alcuna propensione a un coraggioso e disinteressato distacco dall’attuale governo.
Abbiamo dunque da applicare, nel percorso decisivo verso gli appuntamenti della prossima primavera, le linee guida già decise attraverso una precisa e qualificata gamma di iniziative della Margherita (per iniziare, dò a tutti voi appuntamento alla nostra Festa, in programma quest’anno a Monte Argentario, dal 5 al 10 settembre); attraverso il rilancio mirato della Federazione dell’Ulivo; attraverso la definizione del progetto di governo dell’Unione di centrosinistra.
Perché la scelta di presentare il nostro simbolo risponde a mio avviso a quella che Machiavelli adottò come definizione della Libertas: la qualità “quae suis stat viribus, non ex alieno arbitrio pendet” (di stare in piedi con le proprie forze, senza dipendere dalle altrui); un concetto che tuttavia per noi non è di orgogliosa autosufficienza. La politica per noi, come disse Hannah Arendt, “è la facoltà di dare inizio”. E solo insieme ad altri si può dare compimento a progetti durevoli.
Sono convinto che DL-la Margherita farà al meglio la sua parte. Che in questo cammino potremo ritrovare la completa unità del partito. Che le idee e la classe dirigente che sapremo mettere in campo rappresenteranno un fattore decisivo per vincere le elezioni del 2006 e, soprattutto, per governare stabilmente e con le innovazioni indispensabili per far ripartire l’Italia attraverso la ritrovata fiducia degli italiani.
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