giovedì 11 aprile 2013

La vita è lotta. Perchè la scuola rifiuta di insegnarlo e tanto meno insegna a lottare?


Una riflessione di Carlo Annoni con la coda di discussione cui ha dato luogo su Facebook il 10 aprile 2013.

Sul fatto che la scuola italiana produca risultati disastrosi (e specialmente quando opera su genere maschile) penso ci siano pochi dubbi. Cosa non funziona nella scuola? Mi sembra di aver notato troppo frequentemente mancanza di responsabilizzazione dei discenti, mancanza di senso di responsabilità docenti, a volte aver trovato gente che sa fare poco il proprio lavoro o lo fa con scarso impegno, o non aver visto all'opera sistemi di incentivazione - positivi e negativi - verso i giovani.
Ma ciò che trovo più fallimentare è l'incapacità di insegnare ai ragazzi a lottare, e la non volontà di insegnare che la vita è lotta. Se oggi ci lamentiamo di un sistema dove si procede solo per cooptazione e per nomine dall'alto è anche perchè i nostri ragazzi sono stati educati alla passività.
La scuola rifiuta di insegnare ai giovani che la vita è lotta, competizione dura, in cui ci sono regole, che pongono dei limiti a quanto è consentito fare, ma non a lottare.
La scolarizzazione di massa all'italiana, diseducando alla lotta, ha così contribuito a creare un paese passivo, incline alla ribellione ma incapace alla lotta, che è determinazione e costanza e non furia isterica.
Mi piace ·  ·  ·  · Promuovi
  • Gianfranco Salvioli a scuola non insegnano che la vita è in gran parte una competizione..
  • Riccardo De Benedetti Caro Carlo credo che tu abbia esposto una verità e, insieme, un errore. O meglio, una prospettiva che andrebbe assunta con qualche criticità in più. Che la vita sia lotta viene fatto passare come un dato. Diciamo che è un elemento essenziale per una o più visioni del mondo che si sono combattute e si combattono in modo più o meno virulento, acquistando più o meno la prevalenza l'una sull'altra a seconda del periodo storico. Freud l'ha chiamato, per esempio, «disagio della civiltà». La vita è lotta inserisce nell'ontologia umana l'aggressività, o meglio, la sua funzione. Chi la proclama sostiene la funzionalità dell'aggressività nella formazione dell'umano. Lo ha fatto Darwin, nell'applicazione all'uomo della sua teoria della selezione del più adatto; lo ha fatto Hegel con la dialettica del servo padrone. Per entrambi si è trattato di un'adattamento a situazioni storiche di fatto, proiettando il prestigio di un'idea sullo spettacolo dei depredamenti della società vittoriana e la sua euforia economica. Proprio in questi giorni ho sotto mano alcune pagine di Lacan che ho trovato molto interessanti, te ne cito solo una breve parte che riguarda la legge di ferro del nostro tempo: «Qui, l'individuo naturale è considerato come niente, perché il soggetto umano è effettivamente tale davanti al Padrone assoluto che gli è dato nella morte. La soddisfazione del desiderio umano non è possibile che mediata dal desiderio e dal lavoro dell'altro. Se è vero che nel conflitto del Padrone e del Servo ciò che è in gioco è il riconoscimento dell'uomo da parte dell'uomo, è anche vero che esso è promosso sulla base di una negazione radicale dei valori naturali, sia che si esprima nella tirannia sterile del padrone o in quella feconda del lavoro. È nota l'armatura che questa profonda dottrina ha dato allo spartachismo costruttivo del servo ricreato dalla barbarie del secolo darwiniano». Lacan scrive così nel maggio del 1948.
  • Luisa Goglio Lotta continua... non so se sono d'accordo. Si tratta di intendersi sui termini. Sostituirei "lottare" con "farsi il culo". Io che sono di natura competitiva soprattutto con me stessa, ho imparato a mie spese che la lotta va temperata da ironia, senso del limite, capacità/volontà di cooperazione. Pena l'inaridirsi individuale e anche sociale. Se no il "bene comune" va a farsi fottere, che è poi quello a cui assistiamo ogi giorno. Ciao Carlo, ti ricordo sempre con affetto!
  • Carlo Annoni Carissimi, grazie per i contributi. Confesso che per il tuo, Riccardo, dovrò tornarci sopra. Non è banale, almeno per me. Grazie Luisa per avere introdotto la parola "cooperazione". Ho voluto porre attenzione su lotta (e sul lato competitivo) per provocare la reazione.. ma l'inadeguatezza della scuola la ho riscontrata tanto sulla incapacità a insegnare a lottare, quanto a cooperare. Forse perchè non sono due termini antitetici, ma due facce della stessa medaglia, come ben sa chi pratico o solo segue gli sport di squadra.
  • Mario Saccone Capisco Carlo e gli do ragione riguardo alla scuola italiana. Ma non mi sembra giusto in assoluto dire solo che la vita è lotta se per lotta si intende la competizione. La vita comprende sia competizione che collaborazione ed è la capacità di usare entrambe che serve nella società umana.
  • Gianfranco Salvioli la competizione non è "lotta"; è solo lo stimolo a fare bene e meglio. Un tempo anche al Politecnico di Milano c'era il voto "politico", tutti uguali
  • Carlo Annoni Vedo che il termine lotta è un pò indigesto, ma ripeto, dobbiamo recuperarne il posto e l'uso.. la competizione presuppone la lotta, oltre all'ingegno alla cooperazione e a tutto quello che vogliamo. Ma senza lottare non si ottiene nulla. Forse "lotta" non è politicamente corretto nella mielosa melma del politicamente corretto italiano, ma proprio per questo dobbiamo riscoprirlo. Poi ha ragione Riccardo a dire che è una prospettiva che andrebbe assunta con qualche criticità in più. Come hanno ragione Mario e Luisa a mettere accento su lato cooperativo. Ma senza lotta c'è solo subalternità e servitù. Altro che progresso e sviluppo, senza lotta siamo al declino totale e ad un futuro di schiavitù. Forse non è un caso che a tanti delle nostre elite la cosa piaccia
  • Riccardo De Benedetti Sono d'accordo con la tua precisazione. Le secche educative in cui siamo arenati, credo però dipendano non tanto dalla mancanza di un'educazione alla lotta per la vita, quanto dalla distruzione in corso in forme radicali della figura del padre. È il paterno, la legge del padre che è stata cancellata e quindi anche ciò che da essa ne discendeva in termini di distribuzione delle responsabilità tra eguali e fratelli. Il padre i nostri figli non possono nemmeno ucciderlo perché non ce l'hanno più. La sostituzione con figure materne che accompagna tutelando il soggetto dalla realtà, facendogli credere che c'è solo il godimento e null'altro (semplifico ovviamente) predispongono il soggetto a pretendere alla realtà ciò che essa non può dargli se non a prezzo di una lunga lotta (e qui il termine lo accolgo) e confronto per il proprio riconoscimento indentitario. Ma il mio è un discorso molto complesso a cavallo tra psicoanalisi, e ciò che ne resta, e le dinamiche sociali che vengono qua e là interpretate e non tutto riesco a giustificare in un post...
  • Carlo Annoni Bel contributo Riccardo, bello .. e utile! aggiunge una dimensione in più ad un ragionamento che è necessariamente complesso e multidimensionale. Si, il padre è stato cancellato ..e infatti mi sembra che l'ideale traguardo della nostra scuola, almeno relativamente al genere maschile, sia il castrato, l'eunuco.
  • Giovanna Balestreri Educare alla competizione significa a mio parere lasciare per strada risorse e sensibilità che dalla competizione non vengono affatto stimolate, anzi vengono inibite dall'esprimersi.. ad es. un poeta... un artista. Se invece il discorso è più ampio.. beh, non mi sembra che la scuola abbia mai educato particolarmente alla vita, ma perlomeno dava un metodo, una regola magari contestabile, strumenti critici per lottare che ora non dà più.
  • Gianfranco Salvioli il problema diventa sempre più complicato: si potrebbero considerare la meritocrazia, la capacità creativa, ecc ? : non ci sono evidenze che la nostra società le abbia . I giovani sono convinti che non siano criteri normalmente applicabili/applicate. (pensa ai recenti concorsi di insegnante)
  • Giovanna Balestreri Non so se sia corretta questa dicotomia tra scuola "padre" (di origine poi gentiliana e fascista) e scuola nemmeno "madre" ma addirittura senza palle, come dice Carlo (permissivismo e derivati vari degli anni 70)... in realtà né l'una né l'altra sono modelli accettabili
  • Mario Saccone Mi sembra che mettere l'accento su una sola delle caratteristiche umane ad esempio sulla cooperazione oppure sulla competizione siano due errori paralleli. Bisogna saper competere e cooperare, cosa che risulta evidente nella lotta politica: si coopera per competere. Tatticamente però capisco Carlo. L'ideologia dominante nella classe dirigente Italiana nasconde l'elemento di lotta e competizione ovviamente pro domo sua.
  • Riccardo De Benedetti Per quanto mi riguarda è freudiana e lacaniana. Non c'entra affatto Gentile. È un tratto della cultura psicoanalitica abbastanza consolidato ormai. Ripreso anche da analisi sociologiche tipo quelle di Baumann ma non solo. Sul piano più strettamente educativo il discorso necessita evidentemente di articolazioni più dedicate che io non sono in grado di fare.
  • Matteo Forelli Un temo si diceva non per la scuola ma per la vita...♠
  • Giovanna Balestreri questa discussione si fa troppo competitiva 
  • Antonino Salerno Molti spunti interessanti, rarissimi fu FB. Manca però una banale considerazione sociologica. Gli insegnanti, nell’immaginario collettivo, da modelli di conoscenza e saggezza, anche da temere ma tenuti in grande considerazione, sono diventati esempio fallimentare: tanto studio, tanti anni, tanto impegno per uno stipendio da poco, magari vestiti non proprio come il maestro Perboni, ma siamo lì. Oggi che tutto si misura sulla ricchezza molti giovani, quelli culturalmente più disarmati, i più, guardano ad altri modelli più telegenici, secondo la ragioneristica logica del costi-benefici. Lo dico con una certa conoscenza della scuola, se pure non in prima persona. Il problema non è che la Scuola non insegna a lottare ma che la scuola serve a chi non ne ha bisogno.
  • Giovanna Balestreri Già... quando la scuola è l'immmagine stessa del fallimento, come può insegnare a lottare?
  • Daniel Negri Lavita come lotta è una visione tipica dei paesi anglosassoni di religione protestante. Per me è più semplicemente ricerca
  • Carlo Annoni Quindi Daniel mi suggerisci che sia l'elemento religioso a spiegare la divergenza nello sviluppo tra paesi del sud e del nord Europa? Ritorno a Weber?
    12 ore fa tramite cellulare · Mi piace
  • Daniel Negri Io gia' ho serie difficolta' a parlare per me stesso, figuriamoci a rappresentare il sud europa
    12 ore fa tramite cellulare · Non mi piace più · 1
  • Gianfranco Salvioli La lotta (anticamente "lutta", dal latino lŭcta) consiste nel combattimento corpo a corpo tra due avversari o anche la fase del combattimento in cui i due contendenti finiscono avvinghiati in contatto diretto. Il termine si riferisce in particolare a tecniche, movimenti e contromosse applicate al fine di ottenere un vantaggio fisico, come posizioni di dominanza, uscite e sottomissioni, o per infortunare un avversario. Viene studiata e praticata soprattutto per sport e competizioni agonistiche, ma anche nelle arti marziali, per difesa personale o per addestramento militare. Esistono molti stili di lotta ognuno con regole diverse sia tra gli sport tradizionali (la lotta popolare) che tra le discipline di combattimento moderne; ognuna adotta un vocabolario ed una terminologia diversa anche in occasione delle stesse tecniche ed azioni, questo perché ognuno di essi possiede una propria storia ed ha risentito del condizionamento culturale della società in cui si è evoluto. (da Wiki)........Meglio competizione premiante ?
  • Carlo Annoni Ciao gianfranco, possiamo eliminare la lotta dal vocabolario ma non dalla vita. L'ideologia buonista e pacifista che ha incoraggiato questa mistificazione non è funzionale allo sviluppo del paese ne tanto meno dei suoi cittadini. Ho sospetto serva solo a mantenere lo status quo nei rapporti di forza tra i gruppi sociali. avere dei sudditi passivi e remissivi è il sogno di ogni elite "estrattiva" .

Nessun commento:

Posta un commento