lunedì 17 agosto 2009

Salvi azienda e posti: ma il caso Innse non può fare scuola

C’è il rischio che la vicenda della Innse, su cui l’informazione ha speculato quanto più ha potuto, produca effetti assai negativi
di Carlo Lottieri
Da La Provincia, 13 agosto 2009

La vicenda dell’Innse di Milano, per settimane al centro delle cronache, è ormai giunta alla conclusione: e pare si possa trattare di un lieto fine, dato che una cordata di imprenditori guidata dal gruppo Camozzi si è detta disposta a rilevare l’impresa. La soddisfazione per l’esito, molto positivo per i 49 dipendenti e per le loro famiglie, non esime però dallo sviluppare alcune considerazioni più generali.

Tra un paio di settimane, alla riapertura delle fabbriche, è altamente probabile che ci si troverà a fare i conti con molte situazioni simili: e non sempre sarà possibile salvare i posti di lavoro. Secondo una ricerca dell’associazione artigiani di Mestre, con l’autunno saranno circa 200 mila i lavoratori che resteranno a casa. Sulla compiuta affidabilità della previsione è impossibile esprimersi, ma è fuori discussione che l’economia italiana si trova in una fase di contrazione e le conseguenze saranno particolarmente dure dove più rilevante è il tessuto delle imprese private.

Ogni crisi è caratterizza da una ridefinizione della domanda che obbliga, naturalmente, a ridefinire l’offerta. In altri termini, in una situazione economica difficile molti lavoratori sono costretti a mutare attività e a rispondere alle nuove esigenze dei consumatori. La conseguenza è che quanto più velocemente un’economia si ristruttura, tanto meglio riesce a reggere di fronte alla recessione.

Per questo motivo c’è il rischio che la vicenda della Innse, su cui l’informazione ha speculato quanto più ha potuto, produca effetti assai negativi: al di là delle legittime attese dei lavoratori che si sono battuti per il loro posto e ben oltre le intenzioni di chi ne ha appoggiato le iniziative. Se però in Italia si diffonde l’idea che per ogni azienda costretta a chiudere i battenti esiste una soluzione possibile e a portata di mano (in grado di evitare i licenziamenti), ci si avvia verso una conflittualità destinata soltanto a produrre danni per tutti e a ritardare le scelte da compiersi.

È significativo ad esempio che sette operai della Cim, un’azienda di Marcellina (alle porte di Roma), abbiano deciso di scongiurare la chiusura della loro azienda piazzandosi su una torre miscelatrice alta 37 metri. In questo caso le ragioni del contendere riguardano la locazione di un terreno, di proprietà comunale, su cui l’impresa e l’amministrazione faticano a trovare un’intesa. Ma al di là del caso specifico è significativo come la storia della Innse abbia diffuso la convinzione che la semplice spettacolarizzazione del problema possa produrre il risultato sperato.

Le cose non stanno così. L’autunno alle porte sarà difficile perché l’economia globale si trova oggettivamente in una fase travagliata. Ma per affrontare al meglio la situazione è bene che quanti perdono il lavoro non si mettano a bloccare le strade, a fermare i treni, ad occupare gli aeroporti o a minacciare altre azioni di protesta.

Nelle settimane a venire tutti - dai giornalisti ai lavoratori, dai sindacalisti agli imprenditori - sono chiamati ad una prova di serietà. Se così non sarà, l’uscita dal tunnel della crisi economica rischia di essere ritardata ancora di più.

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