giovedì 13 agosto 2009

Quel protezionismo che danneggia il made in Italy

L'ossessione del "made in Italy" rischia qui soprattutto di essere controproducente per quelle imprese che al "made in Italy" rendono più onore
di Alberto Mingardi

Da Il Riformista, 8 agosto 2009

Nella sua autobiografia il conte Giannino Marzotto racconta che, a inizio anni Cinquanta, Ugo La Malfa, allora ministro del commercio estero, bussò alla porta di suo padre, Gaetano Marzotto. La domanda era semplice e in buona fede: cosa possiamo fare, per favorire le esportazioni delle imprese italiane? Marzotto fu probabilmente l'unico interpellato da La Malfa a rispondere con preoccupazione e pudore: per carità, non fate nulla.

L'imprenditore liberista è un animale rarissimo. Anche nei Paesi comunemente ritenuti "di libero mercato", in realtà l'impresa si è evoluta attorcigliata allo Stato, in una sorta di parassitismo incrociato per cui il pubblico toglie con una mano e con l'altra dà.

Questo vizioso incrocio fra pubblico e privato assume le forme le più diverse. Ora arriva a lambire anche il "made in Italy". Lo dimostrano un paio di casi. L'ultimo è quello dei quei "contadini del tessile" che, seguendo lo zufolo di un paio di deputati, si sono attivati contro i prodotti italiani che recherebbero il distintivo "made in Italy" pur essendo confezionati altrove.

Cascano male perché, piaccia o non piaccia, la disciplina dell'uso del "made in" è di rilievo comunitario. Se ci mette mano il legislatore nazionale, corre il rischio di incorrere in procedure di infrazione. Per l'Unione europea, "made in" s'intende prodotto nel Paese indicato, ma se la merce in questione è frutto del contributo di più d'un Paese (cosa certo non rara, dalle automobili ai pc e, perché no?, alle cravatte) il "made in" si riferisce al Paese in cui è stata apportata "l'ultima trasformazione sostanziale" al manufatto in questione. Parentesi: l'articolo 517 del codice penale prevede un reato di "vendita di prodotti industriali con segni mendaci", per cui chi ricevesse un foulard dalla Cina e ci schiaffasse a bella posta un "made in Italy", già oggi sarebbe perseguibile. Ma non è certo raro che il Parlamento legiferi su temi rispetto ai quali la sua opera se non è dannosa è inutile.

Parlando di danni, più gravi sono quelli che farà la legge 99/2009. La norma vieta in ogni caso l'apposizione di marchi "di aziende italiane" su prodotti realizzati all'estero, a meno che non sia indicata l'effettiva provenienza geografica di essi con "caratteri evidenti" o "altra indicazione sufficiente ad evitare qualsiasi errore sulla loro effettiva origine estera". Sulla fiancata della Cinquecento, perché possa continuare ad essere marchiata Fiat, troveremo un gigantesco "made in Poland"?
Il professor Cesare Galli, fra i maggiori esperti di proprietà industriale in Italia, spiega che così si introduce «un'assurda disparità di trattamento tra i prodotti fatti realizzare all'estero da imprese italiane e da imprese straniere, anche comunitarie, che appare costituzionalmente illegittima, ed evidentemente incompatibile con la disciplina europea in materia di libera circolazione delle merci». Già, perché al medesimo obbligo non sono soggette le aziende di altri Paesi, che possono semplicemente usare i propri marchi per lo scopo più tipico: evocare la fiducia del consumatore, senza costose "note a pie' di pagina".

L'ossessione del "made in Italy" rischia qui soprattutto di essere controproducente per quelle imprese che al "made in Italy" rendono più onore: ovvero quelle che, nel corso degli anni, hanno saputo integrarsi compiutamente nell'economia globale, delocalizzando alcune produzioni e portando il proprio know how altrove. Di solito, abbassando i costi per i consumatori. Ma soprattutto dimostrando una vitalità e una creatività preziosissime per il nostro tessuto economico. Specie con questi chiari di luna.

L'esito più probabile di questa norma è il trasferimento di alcuni marchi a società collegate straniere, da parte delle aziende italiane. La Cinquecento non dovrà recare il "made in Poland", se come titolare dei marchi non figura la Fiat di Torino ma una sua subsidiary che ha sede altrove. Un trucco da azzeccagarbugli? Piuttosto, una strategia praticabile solo da chi è grande abbastanza per non essere solo presente in altri Paesi con propri stabilimenti, ma anche con realtà imprenditoriali di diritto locale.

Sottolinea il professor Galli che «l'applicazione di questa normativa distrarrà Agenzia delle Dogane e Guardia di Finanza dal loro vero compito nel settore dei segni distintivi, la repressione della contraffazione». Le risorse (tempo, quattrini, professionalità) sono limitate anche per le agenzie pubbliche, e come sempre accade a più compiti corrisponde una meno scrupolosa esecuzione degli stessi.

È curioso riflettere sulla genesi di questi fenomeni. Lobbisti e legislatori, sperabilmente in buona fede, volevano "proteggere" le imprese italiane. Aiutarle, come La Malfa avrebbe voluto spingerle a esportare. Solo che di buone intenzioni è lastricata la via che porta all'inferno, e dal protezionismo al masochismo la strada è breve. Qualsiasi intervento pubblico, qualsiasi norma speciale, produce automaticamente vincitori e vinti. I vincitori sono di solito quelli che mettono più sforzo nell'influenzare il legislatore. Se ci mettono sforzo è perché per loro è importante. Se per loro è importante, probabilmente stimano un maggiore ritorno da un investimento in lobbying, che in attività produttiva. Il che vuol dire che non stimano di risultare molto gradite ai consumatori, contando solo sulle proprie forze.

Gaetano Marzotto non era un contadino del tessile: quanto piuttosto uno dei più grandi imprenditori della storia italiana, del settore e non solo. Allo Stato che gli porgeva la mano disse "no grazie". L'eccellenza non ha bisogno di spintarelle.

Nessun commento:

Posta un commento