domenica 26 luglio 2009

Il sub premier

Un uomo solo al comando

di Alessandro De Angelis
venerdì, 24 luglio 2009
Il Riformista

Finora ha dato l’impressione non solo di gestire l’agenda del governo, ma di poterne tracciare – stringendo i cordoni della borsa – il suo disegno strategico. Anche stimolando retroscena e sospetti (di ministri) di essere proprio lui quel “mister x” cui qualcuno vorrebbe affidare una fuoriuscita tecnica dal berlusconismo.
È stata più di una suggestione. Giulio Tremonti, su ogni dossier, si muove ormai da sub-premier. Dice un’autorevole fonte del governo: «Con la politica del rigore sta tenendo i conti in ordine ma sta mandando in bancarotta la gente. È giusto evitare l’assalto alla diligenza ma non dando soldi a commercianti, artigiani e piccole imprese Tremonti sta regalando parte del nostro consenso alla Lega.

È evidente che si illude che dalla crisi si possa uscire con una soluzione di emergenza, ovviamente da lui guidata, ma nel Pdl non ha sponde».

Anche approfittando della distrazione del premier sul sexgate, di fatto, il titolare dell’Economia ha commissariato mezzo governo. Tanto che pure Gianni Letta, parlando con un ministro, si è lasciato andare: «Giulio pare non voler ragionare con nessuno. Se si va avanti così si complica sempre più l’azione del governo». E non è un caso che gli ultimi consigli dei ministri siano stati sempre più concitati: «Se non vi va bene, sceglietevi un altro ministro» ha risposto Tremonti, più volte, a chi provava a interloquire. Nelle ultime settimane, l’escalation. Perché tra meno di un anno si vota alle regionali e sarà il sud a decidere chi vincerà. E non c’è giorno in cui Berlusconi non sia costretto ad ascoltare i mal di pancia di ministri e parlamentari del Pdl: «Al mezzogiorno non è stato dato niente». Una via crucis. Poi i movimenti attorno al «partito del sud», quel «sintomo di un malessere profondo» di cui parla Raffaele Fitto. Proprio il ministro degli Affari regionali, investito da Berlusconi del ruolo di «garante del sud» nel governo, cova più di un malcontento nei confronti del solido asse tra Tremonti e Bossi: «È certo - minacciano i suoi sherpa - che se il Pdl alle regionali va male nel sud, questa è la pietra tombale del federalismo. Nel senso che sarà svuotato dall’interno con i decreti attuativi».

Non si contano i dossier su cui, appellandosi al suo rigorismo, il superministro ha commissariato il governo. Sta tentando di mettere la Gelmini sotto tutela. Ideologica: fu lui a spiegare alla Padania la filosofia del maestro unico come archiviazione del ’68. Di cassa: solo l’abilità diplomatica di «Mariastar» ha trasformato il taglio di 8 miliardi in un «segnale culturale di rigore». Di azione: intervenendo a un convegno organizzato da Gasparri e Quagliariello la scorsa settimana ha annunciato che la riforma dell’università si farà a novembre. Lo ha detto lui. La Gelmini voleva annunciarla prima, ma Tremonti temeva che gli effetti della crisi sui lavoratori e il malessere degli studenti potessero creare un autunno caldo. Insomma vuole decidere lui. Come sul taglio del fondo unico per lo spettacolo che ha messo, non poco, in difficoltà il ministro della Cultura Bondi. Anche in questo caso a nulla è valsa la mediazione di Letta. Per non parlare della vicenda Abruzzo. Berlusconi aveva promesso che i terremotati non avrebbero pagato tutte le tasse da subito. Ma Tremonti le ha reinserite - tutte - da gennaio, tagliando corto sulle obiezioni: «I soldi ci sono, mancano i progetti». Un cambio di rotta che ha fatto infuriare sia il premier che Gianfranco Fini. E che sta costringendo il governo a studiare un’altra forma per intervenire a favore degli sfollati.

Su queste premesse non è un caso che ieri sia arrivato, di fatto, il primo schiaffo a tanto solitario decisionismo. Da Stefania Prestigiacomo (vai alla voce: partito del Sud) che si è lamentata di essere stata esautorata, nel decreto anticrisi, di alcune competenze sull’energia. Che poi sono state (parzialmente) ripristinate. Ma soprattutto da Gianfranco Fini, che ha richiamato Tremonti, in un duro faccia a faccia, a una maggiore attenzione verso il Parlamento: «Condivido pienamente - ha affermato poi il ministro in Aula - le ragioni della presidenza della Camera sulle norme stralciate dal maxiemendamento». Forse è solo un episodio. Nessuno finora è riuscito a imporgli una maggiore collegialità nelle scelte. Come ad esempio i capigruppo di Camera e Senato del Pdl - la cosiddetta «banda dei quattro» - che avevano chiesto una «cabina di regia» per discutere i provvedimenti e non far sentire i parlamentari come degli scolaretti chiamati a spingere i bottoni. Nulla da fare. La cabina di regia non c’è. E ora i capigruppo si trovano a placare le ire dei parlamentari verso il ministro dell’Economia. Una trentina di loro (da Pasquale Viespoli a Roberta Angelilli, da Cesare Cursi a Marcello De Angelis) si sono incontrati due sere fa in un ristorante romano. Piatto forte: le modifiche alla manovra economica, appena inizierà la discussione.

In questo clima si capisce perché il conclave di governo che nei desideri di Berlusconi si sarebbe dovuto realizzare all’Aquila è assai probabile che non si farà: la fase due del governo sarà come la fase uno. E continuerà a comandare chi lo ha fatto finora.

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