Le crisi sono un fenomeno monetario, non produttivo
di Gerardo Coco
da www.brunoleoni.it
Tutti ricorderanno la potenza industriale del Giappone e come questo paese, tra gli anni 70 ed 80 seppe costruire una struttura produttiva invidiabile ed espandersi nel mercato internazionale con prodotti innovativi ed affidabili. Ma il paese della “qualità totale” e della la “produzione flessibile” alla fine degli anni 80 entrò in recessione e da quel periodo non si è ancora ripreso. Cosa avvenne? Avvenne che nel 1985 la rivalutazione dello yen sulle principali valute internazionali, colpendo duramente le esportazioni giapponesi ridusse in modo preoccupante la crescita economica del paese. Il governo tentò di riavviarla iniettando liquidità nel sistema e, nel periodo compreso tra il 1986 ed 1987, la banca centrale giapponese (BOJ) ridusse il tasso di sconto dal 5% al 2.5%. Si innescò un falso boom economico che fece aumentare a dismisura i prezzi dei titoli di borsa e quelli del comparto immobiliare. Per contrastare l’inflazione che ne seguì, la BOJ nel 1990, fece marcia indietro aumentando drasticamente il tasso di interesse al 6%. Come conseguenza l’attività produttiva subì un tracollo facendo emergere tutta una serie di attività fittizie (bolle) che la precedente inflazione creditizia aveva alimentato. L’indice Nikkei crollò di oltre il 60% segnalando la forte recessione. Fu una delle più grandi catastrofi della storia prima, naturalmente, di quella americana del 2008. La somiglianza con la crisi americana non è casuale. Le crisi finanziarie sono sempre determinate dallo stesso meccanismo: il ciclo inizia con una diminuzione del tasso di interesse per stimolare le attività produttive e di consumo. Aumenta lo stock di moneta nel sistema innescando l’inflazione. Il rialzo del tasso, per contrastarla, provoca la deflazione, cioè la contrazione dello stock monetario e la diminuzione della spesa aggregata. Cala la liquidità, ribassano i prezzi, si contraggono produzione e consumo e la disoccupazione aumenta. Per uscire dalla crisi le autorità giapponesi abbassarono i tassi ai limiti dello zero (altra analogia con le recenti misure antirecessive americane), associando a tale misura un imponente programma di spesa pubblica. Insomma applicarono la ricetta keynesiana in grande stile. Risultato: dopo tutti questi “aggiustamenti”, il Giappone è ancora in recessione. La storia, come si dice è maestra di vita, ma, o ha allievi smemorati, o duri di comprendonio. Si può quindi prevedere cosa possa accadere all’economia americana che sta seguendo lo schema giapponese.
DIRIGISMO E DISTORSIONE DELLA STRUTTURA PRODUTTIVA
Le crisi sono un fenomeno monetario, non produttivo. Sono infatti le banche centrali a stabilire gli obiettivi di politica monetaria e del credito attraverso la manovra del tasso di interesse. Ma ciò che non viene rilevato con la dovuta attenzione è che questa politica distorce la struttura produttiva delle economie, cioè la proporzione tra produzione di beni capitali e beni di consumo, tra consumi e risparmi e, infine, tra tutte queste variabili e la base monetaria. A seguito dell’espansione del credito e conseguente ribasso del tasso di interesse, gli imprenditori rispondono alle condizioni più favorevoli indotte dalla Banca Centrale nello stesso modo in cui risponderebbero alle più favorevoli condizioni indotte da un aumento di risparmio reale. In sostanza l’effetto generato dalla Banca Centrale viene percepito come un’espansione economica. D’altro canto, i consumatori, vedendo aumentato il loro potere d’acquisto monetario, troveranno più conveniente spendere ed indebitarsi. Ora, in un sistema economico, a parità di offerta monetaria, l’offerta dei beni di consumo e quella dei fattori produttivi non possono crescere contemporaneamente perché le due domande sono in concorrenza tra loro (più consumo significa meno risparmio e quindi meno investimento. Non è certo un caso che negli Stati Uniti, da anni, il tasso di risparmio volontario sia diminuito fino a diventare negativo).
Ciò dunque che è fondamentale capire è che se la domanda di beni di consumo aumenta la domanda dei fattori produttivi deve diminuire e viceversa. L’una può crescere solo a spese dell’altra. La domanda di beni di consumo, infatti, non è la domanda di fattori produttivi e se essa cresce in modo sproporzionato dissipa lo stock di capitale. La domanda globale (fattori produttivi e consumo) può solo aumentare attraverso lo stimolo di iniezioni monetarie, cioè introducendo nel sistema un volume di potere d’acquisto artificiale (in eccesso rispetto al risparmio reale) che avrà le conseguenze nefaste descritte nel prossimo paragrafo. Alla base dei boom artificiali c’è proprio questo meccanismo. Gli investimenti sono finanziati dal sistema bancario che crea, per così dire, “investimento senza risparmio” ed il credito è distribuito non secondo gli obiettivi di politica industriale, cioè in vista della creazione di un surplus per aumentare lo stock di capitale, ma secondo obiettivi di consumo. Il Giappone non si è più ripreso perché ha dissipato la sua base di capitale produttivo. Infatti, il risparmio che, tradizionalmente affluisce nel sistema postale giapponese finanzia, attraverso l’acquisto di titoli di stato, spese di consumo, non la formazione di capitale produttivo. Tutto ciò, nell’economia, ha come effetto netto lo squilibrio della struttura produttiva. Non ci sono scorciatoie allo sviluppo reale. L’investimento senza risparmio significa che nuovo potere d’acquisto è stato creato artificialmente. Ne segue l’inflazione e, successivamente, il fenomeno opposto: la deflazione. Quando, infatti, per contrastare l’inflazione, la Banca Centrale rialza i tassi e riduce la liquidità, sia i produttori che i consumatori si troveranno nei guai. Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che il fenomeno delle crisi, non è inerente al capitalismo che è un fenomeno produttivo, ma è dovuto al dirigismo delle autorità monetarie che ha ben poco a che fare con il laissez faire. In un regime di laissez faire, infatti, il costo del denaro e la liquidità sarebbero determinati dal libero incontro della domanda ed offerta di risparmio, non dalle autorità monetarie.
I PRESUPPOSTI DEL PENSIERO ECONOMICO CONTEMPORANEO
La deflazione che segue ad un boom economico artificiale è vista dagli economisti come il peggiore dei mali. Ma altro non è il che il segnale che dà la sveglia alla società per ritornare in contatto con il mondo reale. Per superare la deflazione, invece, gli economisti, tornano al loro mondo immaginario che si basa sulla convinzione che massicce iniezioni monetarie nel corpo economico creino nuovo potere d’acquisto reale. Ma non è così, perché il denaro, di per se stesso, non è agente di sviluppo economico. Se lo fosse, la povertà sarebbe stata sconfitta da molto tempo.
Nuovo potere d’acquisto reale nell’economia si forma attraverso la produzione. Il mercato, infatti, funziona nel modo seguente: si producono merci e servizi per ottenere denaro e con questo si acquistano altri beni e servizi. Il denaro è solo un intermediario di scambio. Infatti, in termini reali, sono i beni stessi a costituire il mezzo di pagamento per acquistare altri beni. Quando la banca centrale, attraverso l’espansione del credito immette nuova liquidità nell’economia, crea potere d’acquisto monetario (non reale) slegato dalla produzione di beni reali ed il denaro, creato dal nulla, cessa di essere un intermediario di scambio per svolgere la funzione illusoria di motore di ricchezza. Il nuovo potere d’acquisto fasullo entrato in circolo, oltre a diluire il potere d’acquisto reale, favorisce il fiorire di attività fittizie e squilibra i processi di produzione. Lo stesso effetto è causato dall’altra misura che, come abbiamo visto, spesso accompagna la politica monetaria: il ricorso massiccio agli “investimenti statali”. Questi, in realtà, sono solo “spese di consumo”, perché, se fossero produttive, non sarebbero finanziate dal prelievo fiscale che proviene dalle tasche dei privati. Ora, la produzione di beni (l’offerta) si basa sul risparmio (dei consumatori e imprese) e non può esistere produzione (investimento) senza risparmio reale. La produzione è pertanto condizionata dai livelli di risparmio. In una economia più il risparmio è elevato, maggiore è la formazione di capitale capace di generare più alti livelli di produzione, di occupazione e quindi di consumo. Ma a partire da Keynes, il risparmio, invece di essere il principale fondamento del progresso e della prosperità, cioè la fonte di capitale produttivo, diventa la causa delle recessioni ! Le persone, più risparmiano più povere diventano (è il famoso “paradosso del risparmio”). Keynes ritiene, infatti, che il livello totale produttivo in una economia aumenti secondo un multiplo di spesa fatta dai consumatori, governi ed imprese (è il famoso “moltiplicatore”). Pertanto, ciò che guida l’economia e fa aumentare la produzione è la domanda di beni e le recessioni economiche sono il risultato di una domanda insufficiente. Ma ciò è illusorio. E’ l’offerta (la produzione) a precedere la domanda (il consumo), non il contrario. E’ la produzione a creare potere d’acquisto senza il quale non c’è domanda che tenga. Ed è infine la produzione ad aumentare lo stock di capitale che, a sua volta determina, in una economia, la quantità di beni finali per il consumo. La banca centrale non può sostituirsi ai processi di crescita reale forzando la domanda globale (fattori produttivi e consumo) attraverso un processo inflativo. Ma gli economisti contemporanei credono che il problema fondamentale dell’economia non sia la produzione della ricchezza, ma la produzione del consumo.
PERCHE’ LE CRISI SONO INEVITABILI
Gli economisti post-keynesiani (molti dei quali premi Nobel e, sfortunatamente, suggeritori dei governi e delle autorità monetarie), ignorano le relazioni di dualità tra produzione e consumo, tra consumo, risparmio e formazione del capitale tra potere d’acquisto reale e crescita economica. E non può essere diversamente quando l’economia è rappresentata attraverso un modello, la macroeconomia, in cui poche “costanti” trainano l’intero apparato. Gli individui e le imprese, veri artefici dell’economia recitano il ruolo dei servitori e i servitori fanno quello che viene loro ordinato dal padrone, in questo caso la macroeconomia. La macroeconomia o economia degli aggregati guarda solo al consumo e, dimenticandosi del ruolo del risparmio e dell’investimento produttivo, ignora la struttura produttiva che è l’economia degli individui e delle imprese. Del resto, per Keynes la microeconomia, il teatro degli eventi che influiscono profondamente sulla macroeconomia, era l’isolato di quartiere. Nella sua opera, Teoria dell’Occupazione, Interesse e Moneta, egli non spiega mai perché la produzione e gli investimenti ad un certo punto calano. Il calo è causato dagli animal spirits come lui chiama le fluttuazioni economiche che gli imprenditori sono incapaci di dominare. Ed è per tale motivo che, secondo questo pensatore ed i suoi discepoli, l’intervento dello Stato e la Banca Centrale è necessario. Essi devono guidare il gregge degli imprenditori e lavoratori che peraltro mantengono, con il loro lavoro, questi enti sovrani, pagando rispettivamente, tasse e aprendo conti deposito. E’ incredibile come, trascorsi più di 70 anni, la dottrina keynesiana imprigioni ancora la mente degli economisti. Nelle economie dominate dal dirigismo bancario e statale le crisi saranno pertanto inevitabili. Invece di proporre drastici tagli alla spesa pubblica, diminuzioni delle tasse a favore della produzione e del lavoro e ridurre lo strapotere inflazionista delle banche, gli economisti vanno esattamente nella direzione opposta. Per questo motivo le crisi continueranno ed il costo da sopportare, sarà la risultante dell’alternarsi dei processi inflazionistici e deflazionistici: cioè la costante perdita del potere d’acquisto e la distruzione dello stock di capitale nella società. Altro che liberismo selvaggio!
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