da Il Messaggero del 5 marzo 2009, pag. 1
di Josè Maria Aznar
L’economia mondiale, e quella europea in particolare, sono entrate nella recessione più grave degli ultimi venticinque anni. l cittadini, da parte loro, chiedono ai loro governi, con ragione, iniziative in grado di superare una crisi che sta minacciando milioni di persone. Non condivido le visioni catastrofiche, ogni volta purtroppo sempre più numerose, di una nuova Grande depressione simile a quella degli anni Trenta. Questa non è la prima crisi dal 1929 e l`economia, così diffusa e globale, è oggi radicalmente diversa da quella di ottanta anni fa. I depositi bancari sono sicuri. Non c`è più l`oro come modello di riferimento, bensì un sistema fiduciario che permette alle nostre banche centrali di emettere il denaro necessario. Non c`è più la forte deflazione degli anni Trenta e nei Paesi sviluppati il reddito pro capite non teme paragoni con quello di allora, il che rende la crisi meno acuta. Ancor meno condivido l`idea che ci troviamo alle prese con una crisi dell`economia di libero mercato analoga, per gravità, a ciò che il crollo del muro di Berlino significò per il comunismo. Tanto meno sono d`accordo con chi afferma che è necessario rifondare il capitalismo. Esiste una sola possibilità che questa crisi mondiale possa realmente sfociare in qualcosa di paragonabile a una grande depressione, cioè che i governanti commettano gli stessi fatali errori di politica economica perpetrati agli inizi degli anni Trenta: protezionismo e interventismo insensati. Questo è ciò che deve realmente preoccuparci. L`Europa, e in particolare le nazioni europee che più soffriranno di questa crisi come Spagna e Italia, non devono scommettere su meno mercato e più Stato, ma al contrario su più mercato e, sopra ogni cosa, migliore Stato. La cosa più urgente è rinunciare a tentazioni protezionistiche che sempre rispuntano in tempi di crisi. L`Europa deve portare avanti le conclusioni positive del summit di Doha dell`organizzazione mondiale per il commercio, tenendo fede agli impegni presi dai principali leader europei a Washington a novembre 2008. E deve rinunciare a qualsiasi intenzione di proteggere i mercati nazionali mediante politiche di aiuti di Stato, come disgraziatamente è successo in Francia e Spagna. Oggi, più che mai, è il momento delle riforme. Credo che l`Italia, come tante altre nazioni europee, debba darsi un`agenda di privatizzazioni di imprese pubbliche e di ampia liberalizzazione dei mercati finora chiusi alla concorrenza, fra i quali energia e telecomunicazioni. I mercati dei servizi professionali devono aprirsi anche loro alla libera e piena concorrenza. E inoltre necessario liberalizzare la distribuzione. commerciale, compresi l`apertura di nuove aree e gli orari di vendita. Occorre eliminare i molteplici e ingiustificati ostacoli burocratici all`avvio di nuove iniziative imprenditoriali. Credo che in Italia, coane in Spagna, sia di cruciale importanza la razionalizzazione del settore pubblico, riducendone le dimensioni, contenendo il pubblico impiego e liberando spazi e libertà per l`iniziativa privata. L`Italia ha bisogno di meno funzionari e più imprenditori. Ciò esige coraggio politico in termini di tagli preventivi e di congelamento del pubblico impiego, ma a partire dal 1996 la Spagna ha dimostrato che ciò è possibile. Credo che l`Italia, come la Spagna, necessiti di uno Stato meno invadente e migliore, di riforme per migliorare la qualità dei servizi offerti dallo Stato nella sua qualità di supervisore, di riforme delle regole finanziarie per aumentare la trasparenza e di riforme per punire la mancanza di onestà imprenditoriale, incompatibile col libero mercato. Il welfare necessita di riforme profonde che riducano. l`inefficienza di servizi pubblici come la sanità e di maggiore attenzione ai suoi dipendenti. Le riforme devono dare maggiore spazio alla sanità privata con il sostegno economico dello Stato. Le riforme intraprese in Svezia negli anni Novanta ci indicano la strada da seguire. La sostenibilità del sistema pensionistico pubblico esige anch`essa riforme profonde e graduali che a loro volta esigono coraggio politico, ma che sono imprescindibili: ad esempio, accelerare le norme sull`aumento dell`età pensionabile e intraprendere il riequilibrio finanziario a lungo termine fra prestazioni e contributi. Analogamente, occorre incentivare maggiormente i meccanismi privati di previdenza per i pensionamenti. Insieme al taglio della spesa pubblica è essenziale ridurre le tasse, specialmente quelle relative ai salari e alla competitività. La Spagna ha dimostrato che ciò è fattibile e conveniente con le riduzioni fiscali apportate nel 1999 e nel 2003. L`imposta sulle società, l`imposta sui redditi e gli accantonamenti per la previdenza sociale devono essere ridotti, una volta attuati i necessari tagli alla spesa pubblica. Anche il mercato del lavoro esige una nuova impostazione. In Spagna come in Italia, le norme sindacali sono obsolete e impongono relazioni industriali rigide e incompatibili con la creazione di occupazione. Credo che l`Italia abbia bisogno di una profonda riforma in tal senso, imperniata sul dialogo sociale, che affronti con criteri di libertà aspetti come la contrattazione collettiva, i meccanismi di assistenza in caso di disoccupazione, la flessibilità geografica e quella funzionale, le cause dei licenziamenti, le politiche attive e la mediazione sindacale. Credo che l`Italia, come la Spagna, necessiti di rafforzare la sua capacità energetica. La nuova scommessa italiana sull`energia nucleare di nuova generazione, che è pulita. sicura e a buon mercato, è una splendida notizia per l`Italia. La scommessa su nuove infrastrutture nei trasporti dev`essere vinta puntando sul sostegno dell`iniziativa privata. I criteri di concessione amministrativa e i meccanismi di collaborazione fra pubblico e privato devono consentire. anche in questo campo, iniezioni di efficienza e nuovi spazi di libertà per l`iniziativa privata. Credo che l`Italia, colpe la Spagna. debba riformare radicalmente il proprio sistema educativo, liberandosi della zavorra sessantottina rappresentata da modelli che servono solo a pregiudicare la formazione dei giovani col falso pretesto dell`uguaglianza. La libertà di scelta per i genitori, il privilegiare la qualità della formazione e l`eccellenza nella selezione dei docenti devono essere i pilastri di un nuovo sistema didattico. La stessa università, infine, necessita di profonde riforme. Né l`Italia né la Spagna dispongono di università all`altezza del loro peso economico nel mondo. La concorrenza fra i vari atenei è essenziale per garantire livelli minimi di qualità. Le università private devono giocare un ruolo importante nella nuova mappa universitaria europea, ma perché questo avvenga le amministrazioni pubbliche non devono soffocarle a beneficio delle università statali. L questo il cammino da seguire per superare la crisi: più mercato, migliore Stato. Tutto il contrario del protezionismo commerciale, di una maggiore (e peggiore) presenza dello Stato e di un maggiore (e peggiore) intervento pubblico che qualcuno vorrebbe resuscitare.
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