venerdì 20 febbraio 2009

Nel paese reale esiste ancora una sinistra

Andrea Romano
Il Riformista
20/2/2009

L’otto settembre della sinistra italiana? Non confonderei il tramonto di una piccola e stanca oligarchia con la scomparsa di un pezzo d’Italia che continuerà a chiedere rappresentanza e governo fuori dal berlusconismo. D’accordo, dentro quelle stanze la situazione è pessima. D’altra parte se la sono cercata, e non da ieri. Ma se si mette anche solo la punta del naso fuori dalla porta la situazione appare tutt’altro che disperata. Perché nel nostro paese un Partito democratico esiste ben da prima che gruppi dirigenti già sconfitti si inventassero un’ultima ancora di salvezza. Ed è destinato a sopravvivere all’implosione forse definitiva degli equilibri che quei gruppi si erano dati.

Quel partito era e rimane il partito di coloro che da quindici anni votano nella stessa direzione, chiedendo più o meno le stesse cose. Non sono necessariamente gli italiani migliori, nel senso perbenista raccontato dalla mitologia morale del post-comunismo. Forse non sono nemmeno i più solidali d’animo ma chiedono un welfare che funzioni, anche se trasformato in profondità, perché si fidano pragmaticamente delle virtù del vincolo sociale. Sono quegli stessi italiani che, credenti o non credenti, riconoscono alla fede religiosa una dignità che ha poco a che fare con le ideologie del neo-laicismo e del neo-clericalismo. Si aspettano un servizio decoroso dalla scuola pubblica non da militanti partigiani dello statalismo, ma perché auspicano che i propri figli abbiano un futuro migliore di quello che è toccato in sorte a loro. E quindi credono, ancora una volta pragmaticamente, nelle virtù della mobilità sociale. Quegli elettori sono anche e in grandissima maggioranza persone che lavorano o che hanno lavorato tutta la vita, senza particolari eroismi ma con inevitabile dedizione. E quindi si aspettano che la dignità del lavoro sia tutelata, insieme ai diritti sindacali, come strumento di miglioramento delle proprie condizioni reali e non come forma di garanzia di apparati corporativi.

C’è naturalmente molto altro nella sinistra italiana, ovvero nel pezzo d’Italia che dagli anni Novanta in avanti ha votato per l’Ulivo e i suoi vari satelliti. Così come al suo interno convivono massimalisti e riformisti, credenti e non credenti, nostalgici del PCI e della DC insieme ad elettori ormai trentenni che non hanno fatto neanche in tempo a conoscere quei partiti. Ma c’è soprattutto un grado di conflittualità ereditaria molto minore di quella che ha diviso e perduto una leadership collettiva che vediamo decomporsi in questi giorni.

Non è più tempo di contrapporre una mitologica “società civile” ad un’altrettanto virtuale “politica forte”, come accadde ormai quindici anni fa all’indomani di una slavina destinata a cambiare le elite politiche nel centrodestra molto più che nel centrosinistra. Non è più tempo di farlo soprattutto perché la sinistra del paese reale ha già iniziato a produrre le proprie classi dirigenti, senza attendere il via libera del centro. Per ora è accaduto a livello locale, nelle molte città dove non governano tecnici prestati all’amministrazione ma politici di professione che hanno saputo costruire con il proprio elettorato un rapporto di classica responsabilità democratica. Matteo Renzi è uno di questi, ma molti altri come lui hanno saputo dare visibilità a quella sinistra ragionevole e popolare che chiede solo di essere rappresentata.

Ecco perché l’ipotesi della fine del PD attraverso una scissione è quanto di più lontano dalla realtà politica del paese, potendosi immaginare solo come ultima rappresaglia tribale. Mentre la via d’uscita dal pantano in cui si è cacciata questa pattuglia di reduci è forse più semplice di quanto non appaia: lasciare che la sinistra reale del paese reale si dia una leadership in grado di rappresentarla, attraverso un percorso di selezione necessariamente lungo e combattuto. Certamente non mancano i candidati possibili né il tempo, perché nei prossimi due anni non accadrà niente che richieda al centrosinistra l’assunzione di una responsabilità di governo nazionale. Quello che manca è il minimo di lucidità necessaria ad avviare il percorso. E chissà se in quelle stanze ne è rimasta almeno un po’.

Nessun commento:

Posta un commento