mercoledì 25 febbraio 2009

dopo elezione Franceschini

ospitiamo un commento dell'amico Cristiano Zironi (di Ferrara)

"a mezzo secolo di distanza si può ricordare che un altro nostro amico fu eletto come “segretario di transizione”. Allora si trattava della D.C., l’anno era il 1959, e l’eletto scelto per evitare la spaccatura fra i due fronti. L’uomo era Aldo Moro."

Cari amici tutti,

il mio commento-svegliarino dei giorni scorsi ha suscitato reazioni di consenso e di dissenso. Qualcuno, a fronte della mia analisi certamente radicale e un po’ nichilista, mi ha chiesto: “ma tu chi vuoi, con chi stai?”. Cerco di rispondere, anche alla luce dei primi atti di Dario, che mi sono molto piaciuti.

Come primo atto da neo-segretario ha fatto bene ad andare nella sua Ferrara a partecipare alla commemorazione delle vittime del nazi-fascismo prelevate dalle loro case nella “lunga notta del 43”, celebrata anche dal film di Florestano Vancini.

Ha fatto bene a farsi accompagnare dal padre on. Giorgio Franceschini, deputato ferrarese insieme all’on. Natale Gorini agli albori della mia entrata in politica fine anni 50. Quando gli uomini delle altre province della circoscrizione Bo-Fe-Ra-Fo si chiamavano Zaccagnini e Salizzoni. Tutti uomini seri, onesti e di valore.

Ha fatto bene a giurare pubblicamente sulla Costituzione per dare un significato simbolico molto forte alla sua missione, ed a confermare che la carta costituzionale si può aggiornare, ma non stravolgere. In questo avrà vicini gli ultimi costituenti attivi come Scalfaro, Andreotti e Gui.

Ha fatto infine benissimo a rilasciare quelle dichiarazioni che sono apparse oggi sui giornali e ieri in Tv, su Berlusconi, il suo governo, la sua pretesa di spadroneggiamento. E questo è già un positivo cambiamento rispetto al tono melenso del suo predecessore. Purtroppo è stato sempre così: gli ex-comunisti per farsi perdonare la propria origine, ed anche per tentare di non essere più “ figli di un dio minore” (per dirla con il D’Alema del 1998), finiscono coll’indebolire la posizione di ferma opposizione e di alternativa al Cavaliere.

Per cui alla domanda iniziale, la risposta verrebbe automatica: piena fiducia a Dario. Anzi – si parva licet componere magnis – a mezzo secolo di distanza si può ricordare che un altro nostro amico fu eletto come “segretario di transizione”. Allora si trattava della D.C., l’anno era il 1959, e l’eletto scelto per evitare la spaccatura fra i due fronti (da una parte Fanfani e dall’altra i neonati “dorotei”). L’uomo era Aldo Moro. Che seppe trarre dalla sua condizione di presunta debolezza, il genio, il coraggio, la prospettiva storica e la forza morale per traghettare, lungo l'arco di vent'anni, la DC e i suoi alleati dal centrismo al centro-sinistra, alla politica dell’attenzione ed al rapporto con il PCI, considerato essenziale, ma diverso.

Dario non deve essere l’uomo-parafulmine che si accolla l’onere della formazione delle liste, della campagna elettorale, e ancor più della scelta di una opportuna strategia con le altre forze minori danneggiate dallo sbarramento del 4%. E poi se l’esito non è buono viene mandato a casa per far posto ai “condottieri” che nel frattempo si sono procurati alleanze, hanno preparato le loro campagne congressuali e si sono magari anche spartiti le poche spoglie istituzionali rimaste al centro-sinistra. Peraltro non proprio inesistenti, visto che parliamo di seggi a Strasburgo, di presidente di Province e Comuni e di quant’altro collegato, bottino ghiotto per una nomenclatura difficile da sconfiggere.

Invece il compito di Dario è proprio quello di “cambiare” rispetto alla gestione Veltroni e dei suoi finti ministri-ombra che più ombra non potevano essere, o dei dirigenti calati per meglio dire estratti dall’alto, altrettanto fatiscenti nella gestione di un partito, che non è stata né efficiente né democratica. Il pericolo vero è che Dario ha preso il 99% dei voti dell’assemblea. Possibile che tutti fossero d’accordo su tutto? Non è forse come nel listone delle primarie su Veltroni dove c’era tutto e il contrario di tutto? E’ bastata Eluana per mandarlo in fumo!

Dario non deve essere il primo segretario democristiano di un partito comunista o socialista, come una facile battuta sembrerebbe legittimare.

Al contrario Dario deve riprendere i buoni propositi di Chianciano e le intelligenti proposte di uomini di Valore come Piero Scoppola, che avevano messo in guardia dal pericolo che il PD fosse semplicemente la quarta dizione degli ex-comunisti, dopo il Pci, il Pds, i Ds.

Chi frequentava Andreatta ricorda bene che quando “inventò” Prodi e quella coalizione che poi sarebbe diventata l’Ulivo, si guardò bene di applicare il principio anglosassone che il leader doveva essere il capo del partito più grossi, ma individuò una persona che potesse garantire l’equilibrio della coalizione ed insieme rassicurare larghi strati della società civile.

Dario anche se di provenienza dalla nomenclatura PD e prima della Margherita, come ieri ricordava giustamente Ilvo Diamanti (vedi articolo allegato), ha anche delle caratteristiche di fisionomia politica e di background partitico e culturale (viene dal Movimento Giovanile DC, da vicesegretario dei Popolari, da un’esperienza amministrativa e culturale dei cattolici democratici e dei cristiano sociali) che lo mettono in condizione di guidare il PD e di fare una vera opposizione che impensierisca Berlusconi.

L’importante è che non accetti di fare il “capro espiatorio”: i risultati delle prossime europee e amministrative non possono essergli addebitati tranne che per la piccola parte di vice di Veltroni, e quindi voglia svolgere fino in fondo il suo ruolo. Che è quello di fare un partito non solo mediatico, di recuperare tutte le energie dentro e fuori il Pd, di dialogare con efficacia e pagando i giusti prezzi a Casini per non lasciar scivolare l’Udc, Tabacci, Pezzotta, Monticone, ecc. dall’altra parte.

Che è quindi quello di dare vera democrazia al fantasma del Pd e a farlo diventare un partito dei “democratici davvero”, non quelli dello slogan di Rosi alle primarie, ma quelli che hanno fatto un percorso di allargamento della democrazia dal centrismo ad oggi e che, se troppo giovani, hanno il diritto di esserne portati a conoscenza per sapere come veniva svolta la buona e alta politica della DC.

Se le sinistre interne e esterne – con le quali Dario può dialogare meglio perché non ha scheletri Pci nell’armadio – lo capiranno, potrà andare avanti. Ed io gli formulo il migliore e più affettuoso augurio.

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