martedì 23 dicembre 2008

Sulla cultura d’impresa

Ripubblichiamo questo interessante articolo del 2006 apparso su il Sole 24 Ore.
Autore il prof.Giulio Sapelli

Che cosa sia la cultura, la cultura d’impresa in un mondo che ha fatto
dell’impresa il centro dell’attenzione e della stessa società diviene difficile e
arduo da definire, tanto sono le aspettative che si sono create in proposito. E
troppe parole sono state dette a sproposito. Viene quasi a noia il problema
quando si vive di retorica melensa. Torniamo invece ai fondamenti. La cultura
d’ impresa nel suo porsi storico e sociologico e antropologico - e solo dopo
economico - è un condensato di saperi tecnologici e organizzativi che
consentono la riproducibilità della razionalità produttiva, sia il prodotto un
bene materiale o un servizio immateriale. E questo perchè l’ impresa non è l’
imprenditore, condizione necessaria ma non sufficiente. Quest’ ultimo è un
innovatore, un deviante rispetto al normale e prevedibile fluire delle cose del
mondo. L’ imprenditore produce uno scarto di mondi vitali tecnologici,
relazionali, antropologici: innova, appunto, come ci insegnano i classici… e
rischia del suo e non dell’ altrui, sempre. Ma può farlo individualmente o
come gruppo senza perciò automaticamente dar vita a una impresa. In un
chiosco di prodotti della campagna e del mercato globale come vediamo
spesso nell’ America del sud o all’ angolo delle strade nei pasoliniani vicoli di
Napoli, dove la storia si è fermata ma la società si riproduce con mille
invenzioni che consentono di vivere, ci sono migliaia di imprenditori senza
impresa, ricordiamolo. L’impresa, invece, è la continuità organizzativa,
tecnologica, relazionale - tra le persone, beninteso - e tra questa continuità
condensata in prodotti e in servizi e il mercato, quale che sia la forma che
esso assume sotto l imperio della legge e gli usi e le consuetudini. Pensate a
quale condensato di saperi, di culture, di passioni è necessario per far tutto
ciò. Non finisco di esserne affascinato e ogni girono mi commuove la fatica e
la tensione che tutto ciò., a tutte le persone che nell impresa lavorano, tutto
ciò richiede. Eccola qui la cultura d’ impresa: una necessità di
razionalizzazione strumentale, di monitoraggio continuo delle opportunità di
processo e di prodotto, una capacità di inventare e di costruire gerarchie nei
mercati dei beni e dei capitali, tra economia monetaria e relazione sociale.
Una intelligenza sociale, dunque, applicata alla tecnologia e alle persone e
governata dalla razionalità del profitto e quindi dalla padronanza della
relazione tra mezzo e fine sulla scorta della necessità di riprodurre sempre
un sovrappiù governato dalla lotta continua contro i rendimenti decrescenti e
l’ottimalità della ricerca della relazione di scala più idonea per garantire quella
medesima continuità. L’ orientamento dell’ impresa è legale –razionale o non
è; il comando non si consuma nel narcisismo del potere,pena il disordine e la
morte, quanto, invece, nella gioia di perseguire il risultato. Ma allora- e qui
veniamo al nesso tra impresa e società-per l’impresa e per coloro che la
dirigono l’ ambiente omeostatico a tutto ciò che abbiamo prima descritto è
essenziale come l’acqua per i pesci. Intendiamoci bene: non deve essere
eguale all’ impresa sennò l’ impresa entra in relazione con nulla di diversonon
ostile e decade e finisce . L’ impresa ha bisogno di una diversità ben
temprata e ben moderata, omeostatica, che non è omogenità, ma terreno
fertile di coltura di specie diverse e quindi benefiche. E’ la diversità virtuosa
che fa vivere l’ impresa. Non l’omologazione: di essa si muore per asfissia,
come ci sta capitando. Ma allora la società deve essere una società fondata
sulla credenza nella legalità, sulla cultura della disciplina dei doveri più che
sulla caparbietà narcisistica di diritti. Ecco la sostenibilità necessaria per l
impresa nella società. La diversità non configge con la certezza procedurale,
perché solo la certezza delle regole garantisce che l’ impresa abbia tutto ciò
di cui ha bisogno:prevedibilità, chiarezza, non assistenzialismo, ma sostegno
a distanza dettato e garantito dalle regole uguali per tutti. In un mondo di
contratti imperfetti l impresa ha bisogno di etica, ossia di morale condivisa in
vista del sostegno del mercato: di fairness che consenta di continuare a
operare anche laddove la legge non giunge perchè non può tutto coprire con
il suo manto. ma dove quel mantello non giunge deve giungere il sentimento
interiore di essere dei buoni cittadini. E la società deve premiare e non
punire i buoni cittadini, se si vuole che l’ impresa sopravviva. La civiltà delle
buone maniere- che non è star composti a tavola, o non è solo questo- deve
sovradeterminare l’orientamento, le volizioni, i valori delle persone, tanto più
quanto più esse sono collocate in posizioni apicali nella società. E allora che
dire dell’ Italia? Hic Rodus, Hic Salta! L’ Italia è sempre stata, salvo che in
periodi brevissimi, generatrice di culture contrarie all’ impresa. Quei periodo
sono il secondo ottocento, quando la destra storica risorgimentale conseguì il
potere politico, e gli anni del secondo dopoguerra quando la generazione
degli anti-italiani formatisi nella lotta nazionale di Liberazione (non solo dal
fascismo, ma anche e forse soprattutto, dalle tare originarie dell’ Italia stessa)
assunsero il potere. Poi l’ Italia tornò a essere quella che è oggi:quella
leopardiana, fondata non su virtù ma su consuetudini e vizi, sulla mancanza
del monopolio della forza in larga parte del territorio nazionale. La prova che
ciò non sia vero tocca ancora a quelli che sostengono il contrario. E del resto
basta vedere quali brillanti risultati conseguano i manager e gli imprenditori
italiani negli stati esteri in cui la civilizzazione istituzionale si afferma, per
comprendere il senso di ciò che voglio dire. E questo a riprova che le
capacità personali, imprenditoriali, appunto, hanno bisogno dell’ acqua ricca
d’ ossigeno della legge, dell’etica, della sconfitta della corruzione, del
nepotismo, del patronage.
In queste condizioni l’impresa in Italia, tuttavia, si sviluppa, ma non cresce.
proprio per queste avverse condizioni. Anche se non solo per questo,
naturalmente. Essa può salvarsi solo con quella che io definisco nei miei
lavori la cultura dell’impresa, ossia quella dell’ imprenditore- sia esso
individuale famigliare o manageriale- che si comporta come classe dirigente,
che lavora come se il destino del mondo dipendesse dal suo agire e così
facendo sceglie di lavorare nell’ impresa perché vive l’ impresa come libertà
dei moderni. Ma far questo implica lottare con l’ esempio , piu che con
qualsivoglia legge, contro i mali italici contro le culture non solo
anticapitalistiche che oggi sono ininfluenti rispetto a quanto lo furono un
tempo, per fortuna, ma ma soprattutto contro quelle antiproduttivistiche,
fondamentalistiche in materia ambientale, e quindi estranee tanto alla cultura
dello sviluppo sostenibile della biodiversità quanto alla calcolabilità
procedurale e alla continuità organizzativa. L’ impresa non ha trovato ancora
la sua legittimazione? E vero.< Io mi sono consumato la vita per cercare di
far ciò e ogni giorno oscillo tra la speranza e la disperazione. Ogni giorno
incontro manager e imprenditori che voglio produrre cittadinanza alla cultura
umanistica, benessere per i dipendenti e rispetto per la persona, vantaggi per
i consumatori e sussidiarietà orizzontale, ossia sostegno alle comunità in cui
si opera. Cosi fanno,< del resto, le migliori grandi corporation anglosassoni,
alcune grandi imprese europee,alcun delle ormai pochissime grandi imprese
italiane, industriali e bancarie e, soprattutto, molte piccole e medie imprese
famigliari. Ma non basta. Occorre una rivoluzione gobettiana, liberale nel
senso morale e intellettuale, che promuova energie nuove e cangianti per la
loro capacità di superare e vincere le tare originarie di uno stato e di un
popolo che non è una nazione perchè non è una comunità di destino e che
quindi non riesce- salvo poche brillanti eccezioni- a inserirsi virtuosamente
nella globalizzazione nonostante l immensa ricchezza delle nostre capacità
personali, l immensa ricchezza delle esperienze umane di generazioni e
generazioni di manager e imprenditori intelligenti.> Occorre formare e
formarsi nell’ impresa con grandi progetti educativi, di bildung e valorizzare le
imprese che ciò fanno. Non è il managerialismo che ci salverà, ma l’alta
cultura e lo sviluppo autonomo e libero delle persone. Così si vincerà con l
impresa e per l impresa perche si vincerà incivilendo la società: l’ anima di
un popolo che deve continuanemte ritrovare se stesso.
Giulio sapelli

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