da Il Sole 24 Ore del 10 settembre 2008
di Innocenzo Cipolletta
La domanda più frequente di questi giorni (emersa anche dal convegno di Cernobbio) è se la crisi finanziaria globale sia terminata o stia per terminare. Dopo un anno dalla sua manifestazione (ma dopo diversi anni che la si aspettava), appaiono alcuni elementi – l'ultimo è il salvataggio dei colossi dei mutui deciso dal Governo Usa - che ne indicherebbero un probabile superamento, almeno della fase più acuta. Lo stesso vale per le bolle sui prezzi dell'energia, degli alimentari e di alcune materie prime: gli allarmi catastrofici dei mesi scorsi stanno dando spazio a riflessioni più articolate, mentre i prezzi si riportano su livelli più contenuti. Anche la recessione nei Paesi industriali (necessaria per riequilibrare gli eccessi di domanda degli Usa che aveva sostenuto l'economia internazionale) sembra passare senza creare troppi danni.
Dobbiamo dunque aspettarci un ritorno alla normalità? In realtà siamo già nella normalità, anche se facciamo fatica ad accettarlo. Il superamento di una crisi è solo la fase di transizione verso altre fasi di crisi, senza che per questo si determinino necessariamente fenomeni catastrofici, come troppe volte paventato. Il mondo si è allargato notevolmente negli ultimi anni e la forte finanziarizzazione dell'economia - derivata dall'abbandono dei cambi stabili (1971) e dalla prima crisi da petrolio (1973) - sono fenomeni economici con i quali dovremo fare i conti a lungo, perché sono irreversibili: a meno che la politica non produca traumi catastrofici che ci riportino indietro nel tempo.
In effetti, la tranquilla alternanza tra lunghe fasi di espansione e brevi recessioni, che aveva caratterizzato i primi due decenni del dopoguerra e sulla quale era stata costruita la teoria dei cicli e tutto l'armamentario di politiche economiche, si presenta ormai in modo molto diverso. La finanza ha assunto un ruolo determinante, perché la crescita economica del mondo si basa su situazioni di perenni squilibri che determinano fenomeni di crescente finanziarizzazione. Se alcuni Paesi (ad esempio quelli produttori di energia) sono in perenne avanzo di bilancia dei pagamenti, vuol dire che si accumulano patrimoni a cui corrispondono posizioni di debito che devono essere gestite.
E poiché la finanza crea finanza (con le cartolarizzazioni e tutte le innovazioni che si sono succedute), è normale che, con il susseguirsi dei vecchi e nuovi squilibri, essa finisca per superare di molte volte l'ammontare del reddito prodotto, assumendo così un ruolo rilevante nell'economia.
Ma la finanza è anche lo strumento con il quale si compra e si vende il tempo, perché trasforma i patrimoni accumulati nel passato in investimenti e ricerca che daranno redditi nel futuro. L'ondata di innovazioni dagli anni 70 in poi è direttamente legata agli squilibri finanziari che da allora sono nati. Infatti, essi hanno stimolato fortemente la ricerca di soluzioni ai problemi economici che erano scoppiati allora (carenza di energia, eccesso di consumo di petrolio per unità di prodotto, aumento dei costi di produzione per materie prime e lavoro) e hanno fornito i capitali necessari per investire in tali campi. Ne è così derivata un'ondata di innovazioni e un allargamento delle aree del mercato, con l'emergere di nuovi giganteschi Paesi che sono usciti dalla miseria e hanno iniziato a giocare un ruolo determinante nello scacchiere economico mondiale: questo è ciò che oggi chiamiamo globalizzazione.
Un mondo con un maggior ruolo della finanza internazionale e con una molteplicità di centri economici influenti è molto diverso da un mondo dominato dall'economia reale e monocentrato sugli Usa, come avevamo nel passato. In questo nuovo mondo, dove si confrontano Paesi così diversi, dobbiamo attenderci una sequenza di crisi, sia finanziarie che reali, ma anche una maggiore capacità nell'assorbirle. Se l'attuale crisi finanziaria fosse scoppiata negli anni 60, avremmo conosciuto una vera e propria depressione, mentre ora ci avviamo a superarla senza molti danni. Ma in compenso sappiamo che dovremo affrontare presto nuove crisi in altri settori, senza che possiamo prevederle con certezza. Sappiamo solo che ci sono molte aree di tensione pronte a esplodere: dalla questione salariale e distributiva in molti Paesi di nuova industrializzazione, come testimoniano gli scioperi in India che hanno bloccato le auto di Tata (e tensioni ci sono anche nell'Est Europa e in Cina), ai problemi ambientali che sono diventati internazionali, alla lotta per la disponibilità di acqua, che è la vera risorsa scarsa del futuro, all'instabilità derivante dall'accumulo di patrimoni nei cosiddetti fondi sovrani.
In questo nuovo mondo si possono e si devono migliorare gli elementi di governo, ma senza perdere i vantaggi dell'allargamento della ricchezza e senza farsi l'illusione che la politica sia più capace dell'economia di risolvere i problemi delle persone. Molti lamentano i processi di sfruttamento che si sono messi in opera e una carenza di democrazia impliciti nella globalizzazione, e ciò è in parte vero. Ma è anche vero che oggi la minaccia per il mondo non viene dalla finanza, né dalla speculazione sui prezzi delle materie prime. Essa viene invece da un ritrovato nazionalismo esasperato in un mondo che vuole tornare a difendere improbabili identità locali etniche e culturali; dal dominio di religioni intransigenti sulla vita civile e politica di troppi Paesi; dalla pretesa degli ambienti militari delle grandi potenze di risolvere con la forza i rapporti tra le nazioni. Le guerre in Medio Oriente, gli attacchi militari in Georgia e Ossezia, l'espansionismo della Nato, le minacce di attacchi "preventivi" contro l'Iran, l'instabilità nel Pakistan, le prevaricazioni nel Tibet, e troppi altri focolai di crisi, sono a dimostrare che non è tanto l'economia globale che minaccia il mondo. Oggi è piuttosto la politica che, con la scusa di difendere i nostri diritti e interessi, rischia di riportarci indietro nel tempo a un mondo diviso, povero e afflitto da guerre. Questa sì che sarebbe una catastrofe che renderebbe reversibile la strada della globalizzazione, come purtroppo è già avvenuto nel passato, quando scoppiò la prima guerra mondiale. Sta a noi difenderci da questo rischio, resistendo alla tentazione di credere che i nostri mali vengano dalla globalizzazione.
Il nuovo ciclo mondiale, che stiamo affrontando, sarà pieno di momenti di tensione e di crisi che si susseguiranno, ma queste saranno nient'altro che la normalità di un nuovo assetto mondiale, più largo e più aperto, dove milioni di persone potranno accedere a una vita più dignitosa: in un mondo dove c'è spazio per tutti. La politica ha il compito di far funzionare al meglio questo nuovo mondo, senza ricercare la perfezione che non esiste e senza riportarci indietro nel tempo con la pretesa di difenderci da supposti nemici.
Nessun commento:
Posta un commento