giovedì 18 settembre 2008

Le cause vecchie e nuove, le sfide da vincere

da Il Messaggero del 17 settembre 2008

di Carlo Azeglio Ciampi


Per capire quello che sta succedendo in questi giorni, forse, dovremmo partire dalla debolezza congenita degli accordi di Bretton Woods e, come ci ricorda in un suo saggio pubblicato di recente Carlo Scognamiglio, tenere a mente che se fossero prevalse le idee di John Maynard Keynes per il mondo le cose sarebbero andate meglio. Abbandoniamo la storia e veniamo al presente. Il caso Lehman segnala una novità rilevante: l’infezione dei derivati non ha invaso solo il corpo di alcune importanti banche commerciali, ma è penetrata anche in quello fino ad oggi immune di una primaria banca di investimento.
Bisogna prendere atto che ciò dipende dalla natura stessa dei derivati: non solo ne sono stati immessi sul mercato tanti, troppi, in termini quantitativi; ma si è lasciato che alimentassero indisturbati una molteplicità di rapporti di fatto incontrollabile. E’ il combinato disposto di questi due elementi a determinare la dimensione sconfinata della crisi dei derivati e a impedire che si possano escludere, complice una speculazione sempre in agguato, altri fallimenti o corto circuiti che dir si voglia. Gli scricchiolii che emergono su Aig, il primo gruppo assicurativo del mondo, non lasciano tranquilli. Ma mi domando: si può dire davvero che il caso Lehman è scoppiato all’improvviso? Sino a un certo punto. Il Financial Stability Forum è stato istituito da tempo proprio per questo e, non caso, già due anni fa il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che lo presiede, aveva definito stratosferici i rischi impliciti nei derivati. Su questo punto, bisogna essere chiari: al di là delle responsabilità personali, emerge con chiarezza una responsabilità funzionale diretta che fa capo a entrambi gli organi di vigilanza americani, la Sec e la Federal Reserve, nell’ambito delle rispettive competenze.
In testa alla Fed c’è, però, anche un’altra responsabilità indiretta, quella che riguarda più specificamente la politica monetaria americana. Si è tenuto, per troppo tempo, il motore al massimo alimentandolo con una liquidità abbondante e a buon mercato, al di sopra delle sue capacità, fino a che il motore è scoppiato. Fuor di metafora, una politica espansiva protratta oltre misura ha drogato il mercato. Ha trasferito al mondo intero una sensazione forte e non sana di euforia. Il risultato finale è stato che, tra un punto di crisi e l’altro, è divampato l’incendio. La fine di questo incendio oggi ancora non si vede, la speranza è che - ripeto- la speculazione non continui a soffiare sugli altri punti di crisi determinando così nuovi dissesti.
C’è, però, un dato positivo che non va sottovalutato: tutto ciò avviene in un sistema di collaborazione molto forte a livello globale tra gli organi di vigilanza. Mi viene in mente un caso italiano del tutto diverso dell’inizio degli anni Ottanta: si trattava di una vicenda inquietante di delinquenza poi giudiziariamente accertata, il vecchio Banco Ambrosiano, dove il marcio era all’estero, a cominciare dalla repubblica andina, non in Italia. Ebbene in quel caso, da governatore della Banca d’Italia, faticai non poco a venirne a capo perchè non solo non collaborava la banca centrale di quel Paese, ma anche le banche centrali dei Paesi europei. Tutte queste prestigiose istituzioni ritenevano che ci fosse un segreto bancario da tutelare. Oggi, per fortuna, non è più così. Si è fatta «Basilea 2» proprio per uscire dalle colpevoli ambiguità del passato e la crisi globale attuale può essere affrontata con gli strumenti, gli uomini e il peso delle raccomandazioni di un organo globale importante qual è il Financial Stability Forum. Sono state indicate le vie per una vigilanza effettiva e una maggiore disciplina: più capitale e meno debito; più trasparenza e più regole. Ora è, dunque, più facile uscire positivamente dalla crisi, dobbiamo essere capaci di farlo, perchè c’è una strada già tracciata, bisogna solo percorrerla. Gli organi di vigilanza devono dimostrare (e hanno i numeri per farlo)di potere affrontare e vincere le nuove sfide. Guai se si insinua sui mercati la sensazione che tutto si possa ripetere. Non è così, non può essere così. Il sistema creditizio e finanziario europeo e quello italiano, in particolare, si sono rivelati all’altezza della situazione perchè c’è una Banca centrale europea che funziona e, in Italia, perchè quel sistema si è saputo consolidarlo con riforme profonde.
Detto questo, però, c’è un discorso che attiene all’economia reale e all’Europa che non può essere sottaciuto. La crescita ha bisogno della leva finanziaria, ma al primo posto ci sono il reddito, gli investimenti, l’occupazione. L’Europa deve uscire in fretta dall’impasse determinato dall’incidente irlandese, deve recuperare in fretta lo spirito del trattato di Roma e dare sostanza all’accordo di Lisbona. Dobbiamo fare un governo vero dell’Europa. I singoli Paesi devono essere onorati di dare i loro uomini migliori a questo governo. Abbiamo bisogno di uomini con idee, anche audaci, ma soprattutto con la volontà e la capacità di fare. La sfida di questo secolo è il rapporto Nord-Sud, la sfida Est-Ovest appartiene al secolo scorso ed è già stata vinta. La migliore risposta alla crisi globale è un’Europa che sappia affrontare e vincere la doppia partita del Mediterraneo e dell’Africa. Per riprendere ad investire davvero, a creare ricchezza e lavoro, bisogna che il governo dell’Europa sia affidato al meglio della classe politica e amministrativa di tutti i Paesi europei. Basta viaggi andata e ritorno a Bruxelles per fare il solito tram tram, la routine, il minimo necessario. Ci vuole ben altro. Mi viene in mente il conoscere per deliberare di Einaudi. Per uscire dalla crisi globale di oggi l’Europa ha ancora bisogno di conoscere, ma soprattutto di attuare. Anzi, di fare.

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