martedì 5 agosto 2008

retroscena Che cosa cova sotto il conflitto nel governo Letta, Tremonti e la tetta della Verità

Editoriale da il Riformista
4/8/08

B uone vacanze a tutti. Soprattutto a chi non le fa. Il Pil non cresce, Berlusconi sembra Prodi e annuncia sacrifici per tutti. Nel frattempo fa coprire la tetta della Verità svelata dal Tempo, dipinta dal Tiepolo. E' comprensibile. A parte i guai che di recente ha avuto con le tette, la verità svelata dal tempo potrebbe essere un guaio politico ben più serio a settembre. Apparentemente, il governo va in vacanza in ottima salute. Berlusconi ha sistemato la sua agenda personale (i processi) e l'agenda di Prodi (dalla monnezza alla sicurezza). L'opposizione o si astiene o si fa male. Il Milan ha Ronaldinho. Però in autunno conterà solo l'agenda Tremonti. E lì Berlusconi sa che non può dormire sonni tranquilli. S'è infatti già aperta una linea di frattura nel governo e nella maggioranza, che al momento non ha ancora la dignità di un conflitto politico (come accadde con il sub-governo), ma che lascia intravedere il fuoco che cova sotto la cenere. E se a gridare pubblicamente al fuoco è un uomo come Gianni Letta, prudenza riservatezza e fedeltà fatte persona, allora vale la pena di indagare su quello che sta accadendo.
Le cose sono andate pressappoco così. Tremonti si sta comportando come faceva Gordon Brown nel governo Blair, quando lo chiamavano l'Iron Chancellor. E' entrato direttamente nelle scelte di spesa dei ministeri, ne ha messi molti sotto tutela, e ha tentato di presentare una finanziaria come fosse un budget a Westminster: senza sentire nessuno e dando ordini a tutti. I ministri si sono ribellati: tu puoi dirci quanto tagliare ma non dove e come, questo spetta a noi, riguarda i voti che abbiamo presi e che prenderemo. Il super ministro ha avuto allora una delle sue geniali trovate (lo diciamo senza ironia, Tremonti ha qualcosa di geniale, proprio come Brown, anche se proprio Brown dimostra che la politica non è fatta per i geni). L'idea era annidata nel quinto comma dell'articolo 60 del decreto. Dava flessibilità assoluta ai ministri. Consentiva cioè di spostare spese e modificare capitoli di bilancio con un semplice atto amministrativo. Lo scambio era: io ti taglio le spese, ma poi dentro il taglio tu ti aggiusti come vuoi. Senonchè in Italia un decreto amministrativo non può prevalere su un impegno di spesa assunto per legge, e il capo dello stato lo ha detto. Volendo essere un po' retorici, si chiama sovranità del parlamento. Il Quirinale la fa rispettare con l'acutezza che al momento manca all'opposizione parlamentare e che quella di piazza non vede, causa la sua carenza di cultura istituzionale.
Che il colpo alla strategia tremontiana sia stato duro, lo prova la reazione di Tremonti medesimo. L'ha presa malissimo. Voleva sfidare fino al limite di un conflitto aperto il capo dello stato. A chi gli obiettava che il Quirinale poteva perfino negare la controfirma rispondeva: «Vuol dire che si assumerà le sue responsabilità». Ma se anche Berlusconi avesse accettato di rischiare quel conflitto, restava un problema grosso come una casa: Napolitano aveva ragione. Dicono che Letta si sia impegnato a spiegarlo per bene al suo presidente. Il colpo di genio era una forzatura oltre i limiti del consentito. Il governo ha abbozzato, e ha mutilato l'articolo 60.
Una volta spuntata l'arma segreta di Tremonti, si è però riaperta la guerra dei ministri. Tutti in fila da Letta, un po' perché lui li ascolta e Tremonti manco li riceve, un po' perché è Berlusconi stesso che a ogni protesta risponde: parlatene con Gianni. I ministri di spesa sono disperati (la Gelmini più di tutti, dice che così dovrà chiudere la scuola italiana). Nella loro protesta si sono fatti forti dell'insofferenza che sta montando tra deputati e senatori. La situazione nei gruppi è pesantissima, e la tensione riguarda i vertici stessi, come ha mostrato qualche dichiarazione di Gasparri e Bocchino, mentre Cicchitto e Quagliariello, silenti per disciplina di partito, sudavano le proverbiali sette camicie per tenere buoni i peones privati dell'emendamento e non scommettono un euro sulla possibilità di riuscirci a settembre. Tremonti, dal canto suo, si è insospettito della eccessiva fraternità di tutti con Letta.
Per andare in vacanza in grazia di dio, per ora la vicenda si è chiusa con un colloquio tra Tremonti e Letta in cui il primo ha accettato che il secondo gli dia una mano nel sopire, troncare, ammorbidire. Ma al fondo c'è una divergenza di filosofia politica: la strategia del potere diffuso come la intende Letta e l'ambizione del potere assoluto come la concepisce Tremonti. Il primo, in ogni cosa che fa, gioca sempre a biliardo, tiene conto delle sponde e dei rimbalzi; il secondo vorrebbe sempre giocare a bowling, un colpo dritto e via. Non è solo un differenza di stile: sono due destini diversi della legislatura e del consenso che si confrontano. Anche il quarto governo Berlusconi risponde alle leggi della gravità, e non potrà levitare all'infinito. Basterebbe che l'opposizione lo capisse, mentre raccoglie firme per salvare l'Italia, cominciando col decidere se si sente più lettiana o più tremontiana.


04/08/2008

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