L’EUROPA PRIVA DI LEADERSHIP
di ROBERT KAGAN dal CORRIERE DELLA SERA del 8/07/08
Appena due anni or sono, il filosofo e scrittore inglese Mark Leonard pubblicò un libro dal titolo L’Europa dominerà il XXI secolo. Oggi ci si chiede piuttosto se, e in quale misura, l’Europa sarà capace di ritagliarsi una particina da comprimaria nel nuovo secolo. Non è semplicemente la conseguenza del colpo mortale inflitto dal no irlandese al Trattato di Lisbona, che si prefigge di riorganizzare l’Unione europea. Ho trascorso sei degli ultimi otto anni nella capitale dell’Ue, e ho osservato tra gli europei una progressiva perdita di fiducia, un ripiegarsi su se stessi e un pessimismo sempre più accentuato sul futuro.
Malgrado il gran parlare che si fa delle debolezze dell’economia americana, ben pochi europei immaginano che toccherà a loro ereditare il mondo. L’economia tedesca è ripartita bene in questi ultimi tempi, ma si tratta di un’eccezione, e persino i tedeschi temono che sia un fenomeno transitorio. La soddisfazione europea per il dollaro debole e l’euro forte è una piacevole distrazione dai timori, profondamente radicati, che i giganti asiatici stiano per sorpassare l’Europa e tagliarla fuori dall’economia internazionale. Il potente vicino dell’Europa, dal canto suo, suscita nuove preoccupazioni. Non passa giorno che qualche funzionario europeo non invochi una politica energetica comune per far fronte al monopolio predatorio della Russia, e non passa giorno che i russi non intavolino nuovi accordi a favore di un Paese europeo e a scapito di un altro.
Oggi gli europei appaiono molto più angosciati per l’immigrazione e la salvaguardia della loro identità culturale rispetto a una decina d’anni fa. In tutte le elezioni in Europa, di questi giorni, si riaffacciano le questioni di immigrazione e assimilazione, e la gente comune dubita che l’Europa sarà in grado di integrare i nuovi arrivati. Persino i laici temono che la cosiddetta Europa «cristiana» venga poco a poco scardinata dall’afflusso inarrestabile di musulmani e cultura islamica - di qui la reazione scandalizzata davanti alla timida proposta dell’arcivescovo di Canterbury di accogliere alcuni principi della Sharia nella legislazione inglese.
Ancor più sorprendente, forse, è la sfida continua lanciata all’unità europea. L’Ue resta un’organizzazione miracolosa, e nessuno dovrebbe ostacolarne il progresso. Tuttavia, le grandi potenze europee sono assai gelose delle proprie prerogative in materia di politica estera, specie quando si tratta di mettere a repentaglio la sicurezza dei loro soldati, e questo è comprensibile.
Ad aggravare la situazione, è opinione diffusa che all’Europa manchi una forte leadership. Gordon Brown appare assai debole. Angela Merkel è bloccata dalla sua grande coalizione. Se molti, in Italia e in America, approvano Silvio Berlusconi, nel resto d’Europa il premier italiano trova scarsi consensi.
Quando, da americano tipico, faccio notare la ventata di novità portata dalla presidenza di Nicolas Sarkozy, fuori dalla Francia per tutta risposta non ottengo altro che silenzio e fronti aggrottate. In Inghilterra e in Germania Sarkozy è visto come un fenomeno mediatico, ma ciò non toglie che si sia impegnato a difendere la Francia, non l’Europa. Gli interessi nazionali, in ogni caso, prevalgono sul bene comune.
Il Trattato di Lisbona si proponeva di risolvere alcuni di questi problemi, con la creazione di due leader a rappresentare l’Europa sul palcoscenico mondiale: un presidente e un ministro degli esteri. Per le due posizioni circolavano già alcuni nomi, da Tony Blair allo svedese Carl Bildt, anticipando un’Europa capace di assumere un ruolo più incisivo nel mondo, malgrado i molti dubbi. Per gli euro-entusiasti, la nuova costituzione era la risposta al disagio dell’Europa e il passo necessario verso la leadership globale. Dopo la bocciatura del trattato, regna l’incertezza.
Tutto questo rappresenta, ovviamente, una doccia fredda per gli Stati Uniti, in un mondo che vede la nascita di nuove potenze, due delle quali autocrazie, gli Usa puntano tutto sulla forza delle democrazie alleate. Un’Europa unita, indipendente e capace, è negli interessi dell’America, anche se non mancheranno i disaccordi. Preferirei di gran lunga che fosse l’Europa a dominare il XXI secolo, piuttosto che la Russia di Vladimir Putin o la Cina di Hu Jintao.
Il pericolo di quest’ultimo colpo inferto alla fiducia europea è che i nostri alleati, tra cui la Gran Bretagna, rischiano di scivolare lentamente nell’insignificanza globale. Ma già corre voce, a Londra, che tanti l’aspettano con piacere. Gideon Rachman, del Financial Times, è convinto che la maggioranza degli europei, se non i loro leader, sceglierebbe di gran lunga l’irrilevanza, e a ragione. Meglio insignificanti che dover imitare gli Stati Uniti, con interventi e coinvolgimenti in tutto il pianeta. Dopo tutto, «fare la superpotenza è un compito assai oneroso, oltre che cruento», scrive Rachman. La debolezza dell’Europa, invece, rappresenta una sorta di «nirvana».
Rachman ha senz’altro ragione nell’affermare che molti europei vorrebbero lasciare le cose come stanno. L’Europa ha cominciato ad assumere un ruolo simile a quello del coro nella tragedia greca, limitandosi a giudicare e commentare le azioni dei protagonisti, ma senza incidere minimamente sugli sviluppi della trama.
E forse l’Europa - l’Europa priva di leadership, l’Europa oggi priva del nuovo trattato - è così perché questa è la volontà dei suoi cittadini. Se così stanno le cose, il XXI secolo, certamente non dominato dall’Europa, rappresenterà un’epoca assai insidiosa per gli Stati Uniti.
NOTE
Copyright Robert Kagan 2008, distribuito da The New York Times Syndicate Traduzione di Rita Baldassarre
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