Corriere della Sera
di MICHELE SALVATI
30-06-2008
Da quando Silvio Berlusconi è «disceso» in politica il principio democratico (il potere risiede nell'investitura popolare) e il principio dello stato di diritto (chiunque è soggetto alla legge e a chi deve farla rispettare) si sono trovati in conflitto nel nostro disgraziato Paese — come se non avesse altri problemi — e oggi quel conflitto si è riacutizzato.Nessuno in passato ha trovato il modo di conciliare i due principi nel caso specifico, cosa certo non facile, e dubito che ciò possa avvenire adesso: il Presidente del consiglio farà passare i provvedimenti cui tiene - l'uno in sé ragionevole, l'altro inaccettabile - e la vicenda finirà li. Ma finirà anche aspetto positivo di una vicenda sgradevole - il potere condizionante di un'area giustizialista che, al di fuori del problema Berlusconi, non mi sembra abbia molto altro da dire. Davanti a noi ci sono cinque anni difficili, che partono da una crisi economica internazionale ben lontana dalla soluzione e vedono il nostro Paese messo assai peggio di quelli con i quali è ragionevole confrontarlo: un debito pubblico e dunque una fragilità finanziaria assai maggiori e una crisi strutturale di competitività avente un'origine antica, che ci farà crescere a velocità dimezzata rispetto a quella pur bassa degli altri. Ammesso che crescita ci sia, visto che per il 2008 le previsioni sono di poco superiori allo zero e per gli anni successivi del tutto aleatorie. In questi cinque anni compito della politica dovrebbe essere quello di realizzare le condizioni in cui l'economia possa tornare a crescere: se non c'è crescita, anche gran parte dei problemi non economici diventano di difficile soluzione. Compattando al massimo, tre sono gli obiettivi: un'economia più dinamica e competitiva; un'amministrazione pubblica più efficiente in tutti i suoi comparti, e soprattutto in quelli dell'istruzione, della giustizia, delle infrastrutture; un Mezzogiorno che, per efficienza, dinamismo e legalità, cominci ad accorciare le distanze con il Nord. Per tutti e tre questi macro-obiettivi le distanze programmatiche tra governo e opposizione non sono insuperabili, e molto gioverebbe al Paese un'opposizione costruttiva: un'opposizione che, per ognuno dei numerosi problemi in cui quegli obiettivi si articolano, avesse proposte chiare da confrontare con quelle del governo, a volte constatandone la somiglianza, a volte opponendosi recisamente, a volte cercando un compromesso. Alla luce del programma elettorale presentato dal Pd queste proposte già ci sono o potrebbero essere rapidamente definite. Ciò che ostacola il confronto, mi sembra, è lo stato di crisi politica in cui quel partito si trova. Nonostante primarie, assemblee costituenti, statuti, carte dei valori - o forse per il modo in cui questi passaggi si sono svolti - il Pd non ha ancora trovato un'identità e un'anima: le cariche che contano sono ancora distribuite secondo le vecchie componenti, la leadership non è riconosciuta da tutti, manca una linea politica maggioritaria che venga seguita anche da coloro che non la condividono, come deve avvenire in un partito serio. Semplificando molto, si stanno in realtà combattendo in modo opaco due linee politiche molto diverse, quasi opposte. La prima linea, quella dell'attuale segretario, scommette su un futuro bipolare del sistema politico, su una competizione dei due principali partiti nel campo degli elettori centristi, su un possibile sfondamento al Nord, su politiche economiche e sociali attente sì ai bisogni dei più deboli, ma modernizzanti e liberali: se questa linea prevale, la fase attuale di violento contrasto col governo è destinata ad esaurirsi e il confronto di merito a prevalere. La seconda linea vede il Pd come strutturalmente perdente in un confronto bipolare e il Nord come una fortezza inespugnabile del centrodestra. Ne viene per conseguenza che l'unica possibilità di tornare al governo, anche pagando lo scotto di un rafforzamento dei partiti centristi e di un Pd dimagrito e più vicino alla sua componente Ds, è quella di coalizioni rese possibili da una legge elettorale proporzionale. Non solo il Partito democratico, ma l'intera strategia dell'Ulivo, il tentativo di fusione dei riformisti laici e cattolici, sarebbe stato un errore. E per conseguenza ne viene anche che il terreno di scontro sarebbe il Sud, non il Nord; che anche l'antiberlusconismo più radicale può servire a cementare coalizioni incoerenti; che bisogna stare molto attenti a proposte modernizzanti, quando queste sono percepite come una minaccia dai ceti più vicini al centrosinistra, dai lavoratori difesi dal sindacato, dal pubblico impiego, da un Sud spaventato dal federalismo fiscale. Personalmente ho pochi dubbi che sia la prima linea quella più favorevole al Paese, quella che può maggiormente aiutarlo a superare la crisi profonda in cui esso versa. Dal punto di vista del partito, delle sue potenzialità elettorali e di governo, della sopravvivenza dell'attuale ceto politico, la questione è più controversa e si può discutere. Domanda: in un partito serio, per discutere e soprattutto per decidere, non si fanno i congressi?
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