da Il Sole 24 Ore del 29 aprile 2008, pag. 1
di Stefano Folli
Dalla pioggia alla grandine. Dopo il 13 aprile, ecco il 27 aprile. Per il Partito Democratico la disfatta di Roma è pesante e drammatica. Francesco Rutelli è stato impietosamente respinto dai romani e ha pagato anche per colpe non sue.
E’ diventato suo malgrado il simbolo di un Pd privo d’identità, incapace di interpretare sul serio, e non solo sul piano retorico-mediatico, un modo nuovo di fare politica. Un partito persino spento che dopo il 13 aprile si è come ripiegato su, se stesso, silente, al punto che proprio ieri il suo leader Walter Veltroni parlava di «una reazione alla sconfitta (nel voto politico, ndr) dominata dalla malinconia».
Ma c’è dell’altro e di peggio. Il Pd dimostra di aver perso il contatto con la realtà quotidiana della gente proprio in una città, Roma, che avrebbe dovuto costituire il suo «cortile di casa». E così è stato per quindici anni, fin quando si è spezzato l’incantesimo. Ci si è accorti all’improvviso che la città negli ultimi anni di Veltroni non era bene amministrata e che nei cittadini prevaleva ormai un senso d’insicurezza e l’inquietudine che ne derivava. L’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto ha assunto un valore simbolico: una discriminante al di là della quale nulla avrebbe più dovuto essere come prima. Invece non è cambiato quasi nulla. Sul piano nazionale e locale i temi della sicurezza sono stati negletti.
Roma è apparsa soprattutto come la pedina di un gioco di potere. Rutelli nel 2001 aveva ceduto il posto a Veltroni, che nel 2008 ha provato a restituirglielo. Quasi un’investitura per diritto divino. Nessuna novità, nessuna idea capace di coinvolgere e affascinare l’elettorato. Il Pd nella capitale ha offerto, diciamolo, il suo viso più stanco e più legato alle vecchie logiche di una nomenklatura politica. Peccato per Rutelli, che nel suo periodo, fra il 1993 e il 2001, era stato un buon sindaco. Ma l’operazione rientro non poteva essere organizzata in modo peggiore. Fra il primo e il secondo turno si sono perse decine di migliaia di voti: per disillusione, per scetticismo, per inerzia. E certo i consensi della Sinistra Arcobaleno, all’indomani del collasso del 13 aprile, non sono andati a rafforzare il candidato del Pd. Anzi, sembra proprio che molti elettori abbiano disgiunto il loro suffragio, votando per Nicola Zingaretti alla Provincia e per il candidato del centrodestra al Comune.
E così proprio Gianni Alemanno, il candidato perdente, il predestinato all’insuccesso, è apparso più credibile sul nodo cardine della sicurezza. Di più: è risultato il volto affidabile cui affidare le speranze di cambiamento. Alemanno ha regalato ad Alleanza Nazionale una vittoria preziosa, in un certo senso storica, che restituisce vigore politico al partito di Fini, proprio nelle ore in cui questi viene eletto presidente della Camera. Perché non c’è dubbio che nella capitale ha vinto An, non Berlusconi. Ed è evidente che il voto pro-Alemanno segna l’inevitabile ricomposizione dei rapporti con la destra di Storace. Vedremo con quali conseguenze.
Certo, non basta la scalata al Campidoglio per bilanciare il peso politico della Lega nel centro-destra. L’asse del governo Berlusconi è solido ed è quello che si va delineando in questi giorni. Tuttavia il successo di Alemanno è così vistoso (oltre sette punti...) da infliggere un colpo terribile al partito veltroniano. Che non ha vinto al Nord, è arretrato al Sud e ora frana a Roma, nel cuore dell’Italia centrale considerata fino a ieri il fortino inespugnabile del centrosinistra.
È l’onda lunga del 13 aprile, si è detto. Ed è senz’altro vero. Ma è soprattutto il riflesso di una strategia fallita a metà. Veltroni ha avuto il merito di rompere con l’estrema sinistra, affrancandosi dai suoi ricatti permanenti. Ma poi non è riuscito a conquistare l’elettorato moderato, i ceti produttivi che nel settentrione si sono divisi fra la Lega e il Pdl. Si poteva immaginare che nella capitale le cose sarebbero andate meglio, anche in virtù del voto cattolico cui Rutelli ha prestato sempre una particolare attenzione. Viceversa, la rivincita auspicata non c’è stata e ora il Pd è all’anno zero.
Dovrà affrontare una delicata riflessione interna che non potrà non investire, passata l’ondata emotiva, la stessa leadership di Veltroni e del suo gruppo dirigente. Ossia il modo con cui il partito dovrà organizzarsi, il profilo dell’opposizione parlamentare, l’orizzonte politico di medio periodo, il tipo di confronto da avviare con la sinistra rimasta fuori del Parlamento. Per quanto lo si voglia negare, il voto di Roma suona come sanzione per l’ex sindaco. Ed equivale a un atto di profonda sfiducia verso un Pd la cui natura politica appare ancora indistinta, troppo legata a un logoro blocco di potere nonostante la patina «nuovista». Si dovrà ripartire di qui.
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