domenica 4 maggio 2008

La batosta più pesante

da La Stampa del 29 aprile 2008, pag. 1

di Andrea Romano


Come si dice a Roma, le chiacchiere stanno a zero. Se c’era qualche dubbio sul senso di questa tornata elettorale, la netta vittoria di Gianni Alemanno nella corsa al Campidoglio si è incaricata di fare chiarezza. Il centrodestra si afferma anche nella roccaforte del veltronismo e lo fa nella sua versione più disinibita, quella di un leader da sempre orgoglioso della propria militanza giovanile neofascista. Il curriculum del nuovo sindaco di Roma è tale da far alzare qualche legittimo sopracciglio anche tra gli osservatori meno legati ai riti della correttezza politica. Ma sta di fatto che da oggi l'ampiezza del mandato democratico ricevuto dagli elettori dovrà spingere tutti a giudicarlo non per il suo passato ma per le capacità che saprà mostrare nell'amministrazione della capitale.

D'altra parte il voto di Roma può aprire un ciclo nuovo per la politica italiana, nel centrodestra non meno che nel centrosinistra. Per un partito come Alleanza nazionale, rimasto fino ad oggi prigioniero di una navigazione a vista scandita da svolte e controsvolte, la prima esperienza di governo di una metropoli può rivelarsi educativa e disciplinante. Mentre la leadership di Gianfranco Fini non è riuscita ad ereditare lo scettro del Cavaliere, è anche dalla palestra delle grandi amministrazioni locali che può emergere una classe dirigente in grado di andare oltre il berlusconismo rinnovando l’offerta politica del moderatismo italiano. Da oggi non basterà soffiare sul fuoco delle molte paure e insicurezze che - a Roma e non solo - hanno conquistato tanti elettori alla causa del Popolo della Libertà.

Sarà indispensabile mostrarsi capaci di buona amministrazione e di soluzioni di governo dotate di prospettiva. In questo senso la vittoria di Alemanno è una sorta di assegno in bianco che l'intero centrodestra dovrà incaricarsi di riempire di contenuti politici.

Non meno importanti sono le implicazioni del voto romano per l'intero gruppo dirigente del Partito democratico, alla cui insipienza si deve la responsabilità di questa sconfitta. Francesco Rutelli è stato un buon sindaco, a suo tempo. Un tempo che risale ormai a più di dieci anni fa, trascorsi i quali dalle parti del Pd si è pensato bene di riproporre la stessa identica personalità senza nemmeno provare a cercare una candidatura che fosse espressione di rinnovamento. Di più, il tentativo di staffetta tra Veltroni e Rutelli ha tradito una visione proprietaria delle istituzioni: l'idea che il Campidoglio fosse un bene di famiglia da usare a seconda delle convenienze del momento, un rifugio dove attendere tempi migliori. Il peso che questa rappresentazione familistica di Roma ha avuto su tanti elettori in carne e ossa (non quelli immaginati nei benevolenti salotti capitolini) è confermato dalla vittoria alle provinciali di Nicola Zingaretti: un giovane leader che non viene certo dal nulla e che è stato premiato anche per il segno di novità che la sua candidatura ha saputo esprimere. Far finta che non sia successo niente sarebbe un atto di supremo autolesionismo, per Walter Veltroni e per tutto il gruppo dirigente che con Veltroni ha condiviso scelte e strategie. Nelle due settimane trascorse dal voto del 14 aprile la linea di difesa su cui si è asserragliato il quartiere generale è stata la glorificazione di un recupero elettorale di fatto inesistente (come ha scritto Luca Ricolfi sulla Stampa) e la mancanza di alternative alla leadership di Veltroni, sempre più insofferente alle critiche che gli vengono rivolte. Da oggi la verità è che la strada del Pd è ingombra di una generazione politica che ha tentato di sopravvivere a se stessa, finendo per consegnare Palazzo Chigi a Silvio Berlusconi (per la terza volta) e il Campidoglio a Gianni Alemanno.

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