mercoledì 12 marzo 2008

Protezionista o liberale? I dubbi del Pdl

da Il Sole 24 Ore del 11 marzo 2008, pag. 12

di Guido Gentili


Il programma del Pdl è liberal-liberista o social-protezionista? Prevalgono le idee di Tremonti, il cui nuovo libro, La paura e la speranza, sta infiammando il confronto politico, o quelle della pattuglia Brunetta-Martino-Della Vedova? Infine: che cosa sceglierà di fare, o di non fare, Berlusconi?



Partiamo da un dato di fatto: la " Carta dei Valori", cioè l'ancora del programma del Pdl. Volendo semplificare, si può dire che la lettura delle sei cartelle riflette assai di più le tesi di Tremonti che non quelle del terzetto pro-globalizzazione (frutto a sua volta di convergenze diverse: Brunetta socialista, Martino liberale "friedmianiano", Della Vedova riformista radicale).



Si legge nella "Carta" che il "modello sociale europeo" è quello cui occorre far riferimento e che la globalizzazione ha imposto «rapidi e non sempre positivi cambiamenti alla nostra vita sociale ed economica». Da qui la sfida per «fondere armoniosamente le nuove forze di mercato con il dinamismo economico, il rispetto della persona umana, e la responsabilità sociale».



Conclusione operativa: «Noi ci impegniamo a sostenere in sede europea politiche mirate a ridurre il volume delle regole non essenziali (tipo la fitta normazione sulle dimensione delle cipolle, ndr) e a difendere la nostra produzione dalla competizione asimmetrica che viene dall'Asia, dove è necessaria l'effettiva e paritetica applicazione delle regole di rispetto sociale e ambientale comunemente accettate e sottoscritte dai più importanti Paesi asiatici».



Insomma, il Pdl preme perché l'Europa si difenda dalla sleale concorrenza asiatica con il sistema dei dazi e delle quote, concetto ripetuto nelle "missioni" del programma. È l'idea forte di Tremonti, sulla scia dei programmi "difensivi" di McCain e Obama negli Usa. E l'idea della Lega, ieri come oggi.



Il 20 febbraio è apparso su «La Padania» un documento a doppia firma Bossi-Tremonti così titolato: «La globalizzazione ha fatto esplodere il carovita e ha rovinato le famiglie coi mutui». Si parla di crisi dell"assolutismo capitalista", di «follia che ci ha staccato dai valori», di «ritorno alla materialità del duro lavoro, l'opposto dei salotti e dei loft della finanza».



Si consideri, poi, che lo stesso Berlusconi, in caso di vittoria, ha annunciato per Tremonti un ruolo da ministro dell'Economia. Il che dovrebbe spegnere ogni altra polemica sul senso di marcia (piaccia o non piaccia) della politica del Pdl.



Ma ecco il problema: Berlusconi. Nel 2004, su pressione di Fini e Casini, costrinse proprio Tremonti, che criticava Pallora Governatore Fazio, a lasciare il ministero. Salvo poi ripescarlo, in finale di legislatura, dopo la breve parentesi di Siniscalco. E (piaccia o non piaccia) fu proprio Brunetta, consigliere di Berlusconi, uno dei critici più severi di Tremonti nel corso della passata legislatura.



Oggi, dietro le quinte dell'interessante confronto culturale, lo schema si ripete. Di qua Tremonti, di là i suoi critici, ma tutti sotto lo stesso tetto (fattosi più grande). Berlusconi galleggia sui contrasti e non arbitra la partita, finendo così per accrescere la confusione. E quando fischia il Cavaliere ecco scendere in campo il leader ultra dei tassisti romani Bittarelli e l'imprenditore Ciarrapico (fascista, ma anche nel recente passato ammiratore del Pd di Bettini e Veltroni). All'insegna, sconcertante, del tutto si tiene. Anche se tutto ha un limite invalicabile.

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