sabato 2 febbraio 2008

La fiducia perduta degli italiani

da La Repubblica del 31 gennaio 2008, pag. 21

di Peter Schneider




Siamo in crisi, mi rispondevano allegramente i miei interlocutori italiani ogni volta che negli ultimi trent'anni ho chiesto come andassero le cose in Italia. Sembrava la descrizione di una situazione stabile, piuttosto comoda, che co­me il sole, il mare e la buona cucina rientrava nelle immutabili caratteristiche d istintive del Bel Paese. L'Italia era la torre di Pisa che pende pericolosamente ma mai non vien giù. Tutto a un tratto le solite battute sulla crisi suonano come il grido disperato di chi sta per affogare.



In realtà sembra che ormai il solito traffico caotico, la fa­mosa incapacità dei politici, la nota inefficienza della burocra­zia abbiano raggiunto un nuovo stato di aggregazione.



In dicembre è stato pubblicato il rapporto Censis, un'indagine che mostra come la fiducia dei cit­tadini nello stato e nelle sue istitu­zioni sia calata a livelli mai regi­strati. Un intervistato su tre però ammette che, in determinate cir­costanze preferirebbe alla demo­crazia un regime autoritario. E il 40 per cento è dell'opinione che la democrazia funzionerebbe anche senza partiti. Alla domanda quale sia il politico depositario di maggior fiducia, un intervistato su due risponde indicando il cabarettista Beppe Grillo. E non è una battuta.



Ma come si è giunti a questo astio nei confronti dello stato del tutto singolare in Europa occidentale? In Italia non c'è stata nessuna alluvione catastrofica come a NewOrleans, né uno Tsunami come in Indonesia, e, alme­no ultimamente, nessun terre­moto devastante. Eppure è come se la sensazione di abbandono dei terremotati del Friuli e di Na­poli che, nonostante le donazioni milionarie provenienti dall'Italia e da tutto il mondo, dopo anni erano ancora costretti a vivere in alloggi di fortuna e in baracche di lamiera si sia impadronita a trent'anni di distanza di tutta l'I­talia. È l'infinito accumularsi di piccole quotidiane esperienze di impotenza e arbitrarietà che han­no fatto traboccare il vaso. La rab­bia di dover aspettare sei mesi per una radiografia se non si conosce qualcuno, o perché un comune paga gli stipendi agli impiegati con sei mesi di ritardo.



La spirale tra fallimento dello stato, corruzione o rabbia impo­tente della cittadinanza, correttivi tardivi e inefficaci, ottusi di fronte alle ragioni per cui i cittadini non hanno la minima fiducia nelle isti­tuzioni, non è evidente solo a Na­poli. Molti cittadini partono dal presupposto che lo stato non fac­cia altro che arricchirsi con le tasse dando nulla o relativamente poco in cambio. A dire il vero, stando ai dati, questa diffusa sfi­ducia non è del tutto immotivata. Il gettito fiscale in Italia ammonta­va nel 2007 a 456,3 miliardi di eu­ro. In Germania, che conta un nu­mero di contribuenti superiore di circa un terzo, nello stesso anno il gettito ammontava a 539 miliardi di euro. Perché mai, si chiedono molti italiani, pagare le tasse a uno stato che relativamente agli inve­stimenti nelle infrastrutture, nella ricerca e sviluppo, nella salute e nella viabilità si pone agli ultimi posti in Europa occidentale? A uno stato che eroga ai suoi parla­mentari tra gli 11.000 ei 12.000 eu­ro al mese, (in Germania la retri­buzione è di 7.000 euro) e ai parlamentari europei stipendi di un buon terzo superiori a quelli di tutti gli altri europarlamentari? In che cosa eccellono i servitori dello stato italiani rispetto a tutti gli al­tri loro colleghi?



Lo stesso vale anche per un altro costume - il clienteli­smo. È dimostrabile che il sistema del clientelismo e dei fa­vori non è appannaggio dei parti­ti di centro-destra. Napoli e la maggioranza dei comuni della Campania sono governati da de­cenni da coalizioni di centro-sinistra. Lo scrittore Roberto Saviano ha recentemente indicato che, ad esempio, gli imprenditori Orsi, ti­tolari di un'impresa di smalti­mento rifiuti sulla quale indagano i procuratori antimafia di Napoli, da tempo si sono allontanati dai loro amici di destra e appoggiano la coalizione di centro-sinistra. Sono queste e mille altre analoghe notizie ed esperienze ad aver por­tato i cittadini italiani alla conclu­sione che tra i grandi partiti non esiste alcuna differenza degna di nota.



Il cittadino sconcertato cerca altri bersagli su cui scagliarsi. Non solo a Roma, ma nel nord del pae­se, in Veneto, cresce la xenofobia e la rabbia nei confronti degli stra­nieri. «Cittadini, emigrate!», si leggeva a dicembre su un tabellone luminoso della cittadina di Montegrotto Terme. «Vivrete meglio da immigrati in un'altra nazione che da cittadini nel vostro paese».



Evidentemente la globalizza­zione in Italia è arrivata molto do­po rispetto agli altri paesi dell'Europa occidentale, e ha luogo ora ad una velocità diversa, superiore. La Caritas italiana registra 3,7 mi­lioni di stranieri regolari (il 6,2 per cento della popolazione), il grup­po più numeroso sono i rumeni. Ma nell'anno 2007 la percentuale di stranieri in Italia è salita al 21,6 per cento, quasi quattro volte più rapidamente che nell'Unione Eu­ropea. «Noi italiani non siamo raz­zisti», mi assicura Beppe Grillo, «siamo solo esasperati!».



La novità in questo sfogo di rab­bia e esasperazione sta nella as­senza di un chiaro destinatario. Oppure, come ha detto Ilvo Dia­manti commentando il rapporto Censis, non si tratta di un voto di sfiducia costruttivo, ma distrutti­vo, di una sfiducia priva di speran­za, priva di futuro, priva di passio­ne positiva. Invece che sfiducia avrebbe potuto scegliere anche la parola rabbia. L'Italia, paese che più di ogni altro ha contribuito al­la cultura mondiale mostra in al­cune delle sue regioni già il volto di un failing state.



Forse l'Italia e il mondo devono abituarsi al fatto che l'emblema del bel paese non sono più Michelangelo, Leonardo da Vinci, Verdi e Puccini, bensì la cultura del calcio, la corruzione e il popu­lismo andati al potere con Silvio Berlusconi.



Da presidente di una società calcistica si è sbarazzato di tutte le norme che erano d'ostacolo alla commercializzazione del calcio. In politica il principio di Berlusco­ni era distruggere i meccanismi di controllo della democrazia: la giu­stizia e i media. Da capo del gover­no controllava oltre alle sue quat­tro emittenti private anche i pro­grammi della televisione pubblica, la Rai. e di conseguenza più dell'80 per cento delle stazioni te­levisive italiane. La volgarizzazio­ne e il machismo dei media televisivi in Italia, le scollacciature bal­zate in prima serata nelle trasmis­sioni delle reti private di Berlusco­ni e ormai anche nei media stata­li, non hanno precedenti in Europa occidentale. Anche la rappresaglia di Berlusconi contro "l'armata rossa" dei giudici è stata coronata da successo. Tramite leggi ad personam, che ostacolano non solo i processi per gli innume­revoli reati di corruzione conte­stati alla sua persona, ma anche la lotta alla corruzione nel comples­so, ha legato le mani alla giustizia. 1 senso civico non è mai stato un forte degli italiani. Con il suo esempio e la sua politica Berlusconi ha contribuito a sdoganare l'egoismo familiare e di clan. Per dirla con Adriano Sofri ha portato agli italiani «la versione mediterranea del liberalismo». "Smettetela di vergognarvi. Il vo­stro lato peggiore è in realtà il vo­stro maggior pregio".


Ad un amante dell'Italia come me riesce difficile constatare che il Bel Paese è sull'orlo di un baratro. Gli italiani soffrono la crisi ancora a un alto livello: il prodotto inter­no lordo è solo circa dell'un per cento inferiore alla media europea, ma la Lombardia, il Piemon­te e il Veneto rientrano tra le regio­ni più produttive d'Europa. Il Bel Paese può inoltre sempre contare sulla flessibilità, il talento per l'improvvisazione e il genio dei suoi cittadini, sul loro senso della bellezza e il gusto della vita. L'orgo­glio ferito degli italiani potrebbe rivelarsi la risorsa di gran lunga più importante. Beppe Grillo mi ha detto che nelle migliaia di lette­re che riceve quotidianamente viene sempre fuori la parola "vergogna". «Mi vergogno davanti ai miei figli di non poter dar loro un futuro vivibile». Da questa vergo­gna e da questo orgoglio può na­scere un altro disastro berlusconiano, ma anche un circolo libera­torio. L'interrogativo più importante cui l'Italia deve dar risposta è: come può uno stato che ha per­so quasi completamente la fiducia dei cittadini riuscire a riconqui­starla?

NOTE

Peter Schneider, nato a Lubecca nel 1940, scrittore e saggista, tra i suoi libri "Il saltatore del muro" (Sugarco) e "Papà" (e/o)
Traduzione di Emilia Benghi

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