da La Repubblica del 31 gennaio 2008, pag. 21
di Peter Schneider
Siamo in crisi, mi rispondevano allegramente i miei interlocutori italiani ogni volta che negli ultimi trent'anni ho chiesto come andassero le cose in Italia. Sembrava la descrizione di una situazione stabile, piuttosto comoda, che come il sole, il mare e la buona cucina rientrava nelle immutabili caratteristiche d istintive del Bel Paese. L'Italia era la torre di Pisa che pende pericolosamente ma mai non vien giù. Tutto a un tratto le solite battute sulla crisi suonano come il grido disperato di chi sta per affogare.
In realtà sembra che ormai il solito traffico caotico, la famosa incapacità dei politici, la nota inefficienza della burocrazia abbiano raggiunto un nuovo stato di aggregazione.
In dicembre è stato pubblicato il rapporto Censis, un'indagine che mostra come la fiducia dei cittadini nello stato e nelle sue istituzioni sia calata a livelli mai registrati. Un intervistato su tre però ammette che, in determinate circostanze preferirebbe alla democrazia un regime autoritario. E il 40 per cento è dell'opinione che la democrazia funzionerebbe anche senza partiti. Alla domanda quale sia il politico depositario di maggior fiducia, un intervistato su due risponde indicando il cabarettista Beppe Grillo. E non è una battuta.
Ma come si è giunti a questo astio nei confronti dello stato del tutto singolare in Europa occidentale? In Italia non c'è stata nessuna alluvione catastrofica come a NewOrleans, né uno Tsunami come in Indonesia, e, almeno ultimamente, nessun terremoto devastante. Eppure è come se la sensazione di abbandono dei terremotati del Friuli e di Napoli che, nonostante le donazioni milionarie provenienti dall'Italia e da tutto il mondo, dopo anni erano ancora costretti a vivere in alloggi di fortuna e in baracche di lamiera si sia impadronita a trent'anni di distanza di tutta l'Italia. È l'infinito accumularsi di piccole quotidiane esperienze di impotenza e arbitrarietà che hanno fatto traboccare il vaso. La rabbia di dover aspettare sei mesi per una radiografia se non si conosce qualcuno, o perché un comune paga gli stipendi agli impiegati con sei mesi di ritardo.
La spirale tra fallimento dello stato, corruzione o rabbia impotente della cittadinanza, correttivi tardivi e inefficaci, ottusi di fronte alle ragioni per cui i cittadini non hanno la minima fiducia nelle istituzioni, non è evidente solo a Napoli. Molti cittadini partono dal presupposto che lo stato non faccia altro che arricchirsi con le tasse dando nulla o relativamente poco in cambio. A dire il vero, stando ai dati, questa diffusa sfiducia non è del tutto immotivata. Il gettito fiscale in Italia ammontava nel 2007 a 456,3 miliardi di euro. In Germania, che conta un numero di contribuenti superiore di circa un terzo, nello stesso anno il gettito ammontava a 539 miliardi di euro. Perché mai, si chiedono molti italiani, pagare le tasse a uno stato che relativamente agli investimenti nelle infrastrutture, nella ricerca e sviluppo, nella salute e nella viabilità si pone agli ultimi posti in Europa occidentale? A uno stato che eroga ai suoi parlamentari tra gli 11.000 ei 12.000 euro al mese, (in Germania la retribuzione è di 7.000 euro) e ai parlamentari europei stipendi di un buon terzo superiori a quelli di tutti gli altri europarlamentari? In che cosa eccellono i servitori dello stato italiani rispetto a tutti gli altri loro colleghi?
Lo stesso vale anche per un altro costume - il clientelismo. È dimostrabile che il sistema del clientelismo e dei favori non è appannaggio dei partiti di centro-destra. Napoli e la maggioranza dei comuni della Campania sono governati da decenni da coalizioni di centro-sinistra. Lo scrittore Roberto Saviano ha recentemente indicato che, ad esempio, gli imprenditori Orsi, titolari di un'impresa di smaltimento rifiuti sulla quale indagano i procuratori antimafia di Napoli, da tempo si sono allontanati dai loro amici di destra e appoggiano la coalizione di centro-sinistra. Sono queste e mille altre analoghe notizie ed esperienze ad aver portato i cittadini italiani alla conclusione che tra i grandi partiti non esiste alcuna differenza degna di nota.
Il cittadino sconcertato cerca altri bersagli su cui scagliarsi. Non solo a Roma, ma nel nord del paese, in Veneto, cresce la xenofobia e la rabbia nei confronti degli stranieri. «Cittadini, emigrate!», si leggeva a dicembre su un tabellone luminoso della cittadina di Montegrotto Terme. «Vivrete meglio da immigrati in un'altra nazione che da cittadini nel vostro paese».
Evidentemente la globalizzazione in Italia è arrivata molto dopo rispetto agli altri paesi dell'Europa occidentale, e ha luogo ora ad una velocità diversa, superiore. La Caritas italiana registra 3,7 milioni di stranieri regolari (il 6,2 per cento della popolazione), il gruppo più numeroso sono i rumeni. Ma nell'anno 2007 la percentuale di stranieri in Italia è salita al 21,6 per cento, quasi quattro volte più rapidamente che nell'Unione Europea. «Noi italiani non siamo razzisti», mi assicura Beppe Grillo, «siamo solo esasperati!».
La novità in questo sfogo di rabbia e esasperazione sta nella assenza di un chiaro destinatario. Oppure, come ha detto Ilvo Diamanti commentando il rapporto Censis, non si tratta di un voto di sfiducia costruttivo, ma distruttivo, di una sfiducia priva di speranza, priva di futuro, priva di passione positiva. Invece che sfiducia avrebbe potuto scegliere anche la parola rabbia. L'Italia, paese che più di ogni altro ha contribuito alla cultura mondiale mostra in alcune delle sue regioni già il volto di un failing state.
Forse l'Italia e il mondo devono abituarsi al fatto che l'emblema del bel paese non sono più Michelangelo, Leonardo da Vinci, Verdi e Puccini, bensì la cultura del calcio, la corruzione e il populismo andati al potere con Silvio Berlusconi.
Da presidente di una società calcistica si è sbarazzato di tutte le norme che erano d'ostacolo alla commercializzazione del calcio. In politica il principio di Berlusconi era distruggere i meccanismi di controllo della democrazia: la giustizia e i media. Da capo del governo controllava oltre alle sue quattro emittenti private anche i programmi della televisione pubblica, la Rai. e di conseguenza più dell'80 per cento delle stazioni televisive italiane. La volgarizzazione e il machismo dei media televisivi in Italia, le scollacciature balzate in prima serata nelle trasmissioni delle reti private di Berlusconi e ormai anche nei media statali, non hanno precedenti in Europa occidentale. Anche la rappresaglia di Berlusconi contro "l'armata rossa" dei giudici è stata coronata da successo. Tramite leggi ad personam, che ostacolano non solo i processi per gli innumerevoli reati di corruzione contestati alla sua persona, ma anche la lotta alla corruzione nel complesso, ha legato le mani alla giustizia. 1 senso civico non è mai stato un forte degli italiani. Con il suo esempio e la sua politica Berlusconi ha contribuito a sdoganare l'egoismo familiare e di clan. Per dirla con Adriano Sofri ha portato agli italiani «la versione mediterranea del liberalismo». "Smettetela di vergognarvi. Il vostro lato peggiore è in realtà il vostro maggior pregio".
Ad un amante dell'Italia come me riesce difficile constatare che il Bel Paese è sull'orlo di un baratro. Gli italiani soffrono la crisi ancora a un alto livello: il prodotto interno lordo è solo circa dell'un per cento inferiore alla media europea, ma la Lombardia, il Piemonte e il Veneto rientrano tra le regioni più produttive d'Europa. Il Bel Paese può inoltre sempre contare sulla flessibilità, il talento per l'improvvisazione e il genio dei suoi cittadini, sul loro senso della bellezza e il gusto della vita. L'orgoglio ferito degli italiani potrebbe rivelarsi la risorsa di gran lunga più importante. Beppe Grillo mi ha detto che nelle migliaia di lettere che riceve quotidianamente viene sempre fuori la parola "vergogna". «Mi vergogno davanti ai miei figli di non poter dar loro un futuro vivibile». Da questa vergogna e da questo orgoglio può nascere un altro disastro berlusconiano, ma anche un circolo liberatorio. L'interrogativo più importante cui l'Italia deve dar risposta è: come può uno stato che ha perso quasi completamente la fiducia dei cittadini riuscire a riconquistarla?
NOTE
Peter Schneider, nato a Lubecca nel 1940, scrittore e saggista, tra i suoi libri "Il saltatore del muro" (Sugarco) e "Papà" (e/o)
Traduzione di Emilia Benghi
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