Filippo Fornaroli, esponente piacentino dei LiberalDemocratici diniani, ci propone questo intervento sulla proposta Dini-D'amico
Premetto che l'intervento è stato pensato e scritto prima della crisi di giverno, ma questo nulla toglie al merito delle proposte libdem e dell'intervento di Annoni.
Anzi proprio la crisi dimostra quanto sia importante, per un centro-sinistra modernizzatore, abbandonare le derive massimaliste di una certa sinistra e puntare fortemente alle politiche liberali.
Proprio le derive massimaliste hanno alla fine logorato l'Unione consegnando il Paese ad una crisi politica profonda.
Le proposte diniane vanno allora viste come un contributo per ricostruire un'alleanza tra forze libelarli e forze di tradizione popolare e socialista, nel segno della modernizzazione e della competitività del sistema Italia.
Noto con piacere che il documento Dini-D'Amico, che voleva essere un ottimo pro memoria per sferzare la politica del Governo, ha destato notevole interesse ed ha dato spunto ad una serie di riflessioni che ho letto la scorsa settimana sul nostro quotidiano locale.
Non vorrei entrare nel dettaglio dei sette punti del documento né nella disamina delle ulteriori proposte che ha sviluppato Carlo Annoni nel suo intervento.
Vorrei, invece, evidenziare il merito del documento: avere destato interesse e avere dato spunto a riflessioni e nuove proposte.
Oggi più che mai è avvertita la necessità di avere delle piattaforme programmatiche sulle quali confrontarsi, sulle quali sviluppare proposte e suggerimenti, fornire soluzioni anche diverse.
L'intervento di Annoni ha proprio fatto questo, stimolato dal documento del senatore Dini.
Ha esaminato le proposte ed ha formulato delle proprie ulteriori proposte.
Ciò significa che è più che mai sentita la necessità di poter discutere di proposte politiche e di abbandonare le sterili polemiche che, invece, riempiono i quotidiani nazionali e che altro non sono che mere contrapposizioni di parte, di natura meramente personalistica e che nulla hanno a che fare con la politica.
Il documento Dini-D'Amico ha un altro merito: ha il coraggio di proporre di abolire i privilegi di singoli apparati, di voler smantellare le rendite di posizione siano esse di natura personale che di natura collettiva o territoriale.
E' giusto prevedere lo snellimento della pubblica amministrazione e concordo nel fatto che ciò possa avvenire mediante l'espulsione dal mondo del lavoro pubblico di quel gran numero di nullafacenti che lo popolano a discapito della qualità, della quantità del lavoro e del rispetto, prima umano e poi professionale, di tutti quei lavoratori (e ve ne sono tanti) che invece si impegnano e lavorano diligentemente, sopperendo anche alla mancanze dei propri colleghi fannulloni.
Sono d'accordo che il rilancio economico debba anche passare per una riforma dei salari per dare maggiore capacità alle famiglie.
Su questo punto proporrei che venisse sgravata una parte di retribuzione (magari quella legata agli aumenti contrattuali, allo straordinario) sulla quale il prelievo fiscale venga imposto in misura ridotta rispetto ad oggi e non più alla fonte, bensì facendo pagare le tasse direttamente ai singoli lavoratori.
Con ciò si perseguirebbero due obiettivi: il primo quello di far vedere al lavoratore l'ammontare effettivo della tassazione sulla propria retribuzione, sfatando quel “mito”, si fa per dire, che i datori di lavoro pagano poco e male i propri dipendenti; i datori di lavoro non pagano né poco né male i propri dipendenti, ma danno loro ciò che residua della loro retribuzione a seguito delle trattenute fiscali e previdenziali; il secondo obiettivo è quello di responsabilizzare lo stato nei confronti dei cittadini, i quali così, oltre a rendersi conto dell'imposizione fiscale, possono poi anche chiedere conto allo stato di come vengono utilizzati i loro denari, pretendendo servizi, sicurezza, legalità e giustizia.
Non mi trovo, invece, d'accordo con la proposta di ridurre a 15 i giorni di sospensione feriale dei termini processuali.
Non è con questo strumento che si risolvono i problemi della giustizia.
I problemi sono ben più radicali e li individuo nella mancanza di organico dei magistrati, nella loro completa deresponsabilizzazione rispetto alla qualità del loro lavoro, oltre che in molti altri aspetti sui quali non intendo dilungarmi.
Posso, però, portare qualche esempio: com'è possibile che per avere una sentenza un cittadino, dopo che la causa è stata interamente istruita (ovvero è completa del materiale probatorio necessario per a decisione) debba attendere almeno due o tre anni (quando i rinvii non sono più lunghi)?.
Com'è possibile che alcune corti d'appello fissino la prima udienza di discussione degli appelli delle cause di lavoro a due tre anni dal deposito dell'appello?
Questo è uno dei mali maggiori della giustizia italiana: non avere la certezza da parte del cittadino di potere leggere una sentenza in una propria causa e, quindi, non avere la certezza dei propri diritti e dei propri doveri.
Questi sono alcuni spunti attraverso i quali cerco di portare il mio contributo, augurandomi che il dibattito innescato dal documento Dini-D'Amico possa continuare e possa far emergere altre ed ulteriori proposte che abbiano un contenuto politico e che possa stimolare un percorso virtuoso verso il cammino delle riforme che non può essere ulteriormente procrastinato.
Filippo Fornaroli
Liberaldemocratici di Piacenza
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