giovedì 27 dicembre 2007

L'Italia declassata dopo 130 anni

da La Repubblica del 24 dicembre 2007, pag. 19

di Mario Pirani


Nell'estate del 1878 si riunì a Berlino un Congresso europeo per pervenire a una si­stemazione, che si sperava permanente, della questione balca­nica e sancire le conseguenze della guerra russo-turca, appe­na giunta a conclusione, con la rinuncia dell'Impero ottomano alla sovranità su Serbia, Montenegro e Romania, la concessio­ne di una parziale indipendenza alla Bulgaria, la cessione di una parte dell'Armenia allo zar. Fu­rono decise compensazioni, correzioni di frontiere, imposi­zione ai nuovi Stati di osservare la piena parità fra le varie con­fessioni religiose, compresi gli ebrei. L'Italia, dapochi anni uni­ta con Roma capitale, vide rico­nosciuto il suo ruolo di nuova Grande potenza.



Da allora, malgrado le scon­volgenti vicissitudini interna­zionali, i cambiamenti di allean­ze tradizionali e di regime, le guerre mondiali, quel ruolo non andò mai perduto. Persino dopo la sconfitta catastrofica del 1943, appena ristabilitasi la pace e ri­conquistatala democrazia, l'Ita­lia recuperò un ruolo formalmente paritario a fianco dei pro­motori dell'unificazione euro­pea e dell'Alleanza atlantica. Grazie all'abilità dei nostri go­vernanti e all'amicizia degli Sta­ti Uniti riuscimmo persino a fi­gurare dal 1975 nel Club del G7 (poi G8). Solo negli ultimi tempi, quasi inavvertitamente, questa posizione sta subendo insidie crescenti con un progressivo declassamento dell'Italia a un ran­go di secondo piano e, quel che è più grave, soprattutto sul piano europeo, dove avremmo tutto il diritto di avere un peso quanto meno corrispondente al nostro impegno in Libano, in Kossovo e nell'Afghanistan.



Colpisce che il mondo politi­co, i mass-media, l'opinione pubblica si straccino le vesti e si abbandonino a sceneggiate indignate, dando prova di un ridi­colo provincialismo, se qualche giornale americano, inglese o tedesco pubblica analisi irrive­renti sul profilo socio-politico dell'Italia, ignorando che quan­do per avventura avviene l'in­verso, a Berlino, Washington o Londra nessuno da mostra di accorgersene. Per contro quan­do subiamo schiaffi ben più gra­vi, è tanto se non porgiamo l'al­tra guancia.



Così solo tre giorni dopo il Vertice di Lisbona dove è stato firmato il nuovo Trattato che sostituisce in peggio la fallita Co­stituzione europea ma che, pur tuttavia, dovrebbe rappresenta­re un momento di rilancio del­l'integrazione, si è venuto a sa­pere dai giornali che il premier inglese, Gordon Brown, ha invi­tato per un incontro riservato nella prima quindicina di gen­naio il presidente francese, Sarkozy, e il cancelliere tedesco, Angela Merkel.



Discuteranno i criteri per af­frontare le turbolenze finanzia­rie nel mercato internazionale, la disciplina degli edge funds ed anche le reazioni dell'Ue alla conferenza sul clima di Bali. Il nostro premier, Romano Prodi, e il ministro degli Esteri D'Alema hanno dichiarato con malcelata irritazione di non saperne nulla.



È pur vero che il via al declassamento dell'Italia non è ascrivi­bile a loro ma al governo Berlusconi che nella primavera del 2003, per non spiacere a Wa­shington durante la guerra dell'Iraq, respinse l'invito ad un Vertice con Francia e Germania per intensificare la collaborazione europea. In seguito Lon­dra, malgrado non fosse tra i fondatori dell'Ue e non avesse nep­pure aderito all'euro, scavalcò l'Italia e praticamente ne prese il posto in una serie di Vertici che hanno dato vita a un informale Direttorio europeo, con noi relegati, per la prima volta dopo 130 anni negli scranni di seconda fi­la.



Non rappresenta una com­pensazione accettabile l'offerta di essere tra i promotori del Pat­to del Mediterraneo, suggerito da Sarkozy, per il posto negato nel «patto del Nord» tra Inghil­terra, Francia e Germania. Non si tratta di lamentare una vanità offesa ma di saper difendere gli interessi storici del nostro Pae­se, soprattutto nel quadro euro­peo. Appare, infatti, evidente a chiunque voglia leggere la realtà, che l'Europa oggi a 27 e domani a30 non sarà in grado di attuare iniziative forti e integra­te incampo politico, economico e di difesa. Solo un «gruppo di avanguardia», deciso ad andare avanti con la meta di giungere un giorno anche ad un nuovo Trattato di integrazione, potrà indicare ai Paesi ancora rilut­tanti l'unica via perché l'Europa regga nella competizione glo­bale. In questa prospettiva l'In­ghilterra, contraria ad ogni ulte­riore integrazione, compresa quella monetaria, non avrà cer­to una funzione trainante. L'Ita­lia, per contro, può dare un contributo importante e ineludibile alla svolta auspicata. Fosse solo per questo non è accettabile il declassamento.

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