da La Repubblica del 24 dicembre 2007, pag. 19
di Mario Pirani
Nell'estate del 1878 si riunì a Berlino un Congresso europeo per pervenire a una sistemazione, che si sperava permanente, della questione balcanica e sancire le conseguenze della guerra russo-turca, appena giunta a conclusione, con la rinuncia dell'Impero ottomano alla sovranità su Serbia, Montenegro e Romania, la concessione di una parziale indipendenza alla Bulgaria, la cessione di una parte dell'Armenia allo zar. Furono decise compensazioni, correzioni di frontiere, imposizione ai nuovi Stati di osservare la piena parità fra le varie confessioni religiose, compresi gli ebrei. L'Italia, dapochi anni unita con Roma capitale, vide riconosciuto il suo ruolo di nuova Grande potenza.
Da allora, malgrado le sconvolgenti vicissitudini internazionali, i cambiamenti di alleanze tradizionali e di regime, le guerre mondiali, quel ruolo non andò mai perduto. Persino dopo la sconfitta catastrofica del 1943, appena ristabilitasi la pace e riconquistatala democrazia, l'Italia recuperò un ruolo formalmente paritario a fianco dei promotori dell'unificazione europea e dell'Alleanza atlantica. Grazie all'abilità dei nostri governanti e all'amicizia degli Stati Uniti riuscimmo persino a figurare dal 1975 nel Club del G7 (poi G8). Solo negli ultimi tempi, quasi inavvertitamente, questa posizione sta subendo insidie crescenti con un progressivo declassamento dell'Italia a un rango di secondo piano e, quel che è più grave, soprattutto sul piano europeo, dove avremmo tutto il diritto di avere un peso quanto meno corrispondente al nostro impegno in Libano, in Kossovo e nell'Afghanistan.
Colpisce che il mondo politico, i mass-media, l'opinione pubblica si straccino le vesti e si abbandonino a sceneggiate indignate, dando prova di un ridicolo provincialismo, se qualche giornale americano, inglese o tedesco pubblica analisi irriverenti sul profilo socio-politico dell'Italia, ignorando che quando per avventura avviene l'inverso, a Berlino, Washington o Londra nessuno da mostra di accorgersene. Per contro quando subiamo schiaffi ben più gravi, è tanto se non porgiamo l'altra guancia.
Così solo tre giorni dopo il Vertice di Lisbona dove è stato firmato il nuovo Trattato che sostituisce in peggio la fallita Costituzione europea ma che, pur tuttavia, dovrebbe rappresentare un momento di rilancio dell'integrazione, si è venuto a sapere dai giornali che il premier inglese, Gordon Brown, ha invitato per un incontro riservato nella prima quindicina di gennaio il presidente francese, Sarkozy, e il cancelliere tedesco, Angela Merkel.
Discuteranno i criteri per affrontare le turbolenze finanziarie nel mercato internazionale, la disciplina degli edge funds ed anche le reazioni dell'Ue alla conferenza sul clima di Bali. Il nostro premier, Romano Prodi, e il ministro degli Esteri D'Alema hanno dichiarato con malcelata irritazione di non saperne nulla.
È pur vero che il via al declassamento dell'Italia non è ascrivibile a loro ma al governo Berlusconi che nella primavera del 2003, per non spiacere a Washington durante la guerra dell'Iraq, respinse l'invito ad un Vertice con Francia e Germania per intensificare la collaborazione europea. In seguito Londra, malgrado non fosse tra i fondatori dell'Ue e non avesse neppure aderito all'euro, scavalcò l'Italia e praticamente ne prese il posto in una serie di Vertici che hanno dato vita a un informale Direttorio europeo, con noi relegati, per la prima volta dopo 130 anni negli scranni di seconda fila.
Non rappresenta una compensazione accettabile l'offerta di essere tra i promotori del Patto del Mediterraneo, suggerito da Sarkozy, per il posto negato nel «patto del Nord» tra Inghilterra, Francia e Germania. Non si tratta di lamentare una vanità offesa ma di saper difendere gli interessi storici del nostro Paese, soprattutto nel quadro europeo. Appare, infatti, evidente a chiunque voglia leggere la realtà, che l'Europa oggi a 27 e domani a30 non sarà in grado di attuare iniziative forti e integrate incampo politico, economico e di difesa. Solo un «gruppo di avanguardia», deciso ad andare avanti con la meta di giungere un giorno anche ad un nuovo Trattato di integrazione, potrà indicare ai Paesi ancora riluttanti l'unica via perché l'Europa regga nella competizione globale. In questa prospettiva l'Inghilterra, contraria ad ogni ulteriore integrazione, compresa quella monetaria, non avrà certo una funzione trainante. L'Italia, per contro, può dare un contributo importante e ineludibile alla svolta auspicata. Fosse solo per questo non è accettabile il declassamento.
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