giovedì 27 dicembre 2007

Il Paese dove i potenti vanno in galera

da La Repubblica del 21 dicembre 2007, pag. 1

di Alexander Stille




La condanna a 23 mesi di carcere inflitta negli Usa a Michael Vick, uno dei mas­simi campioni di football ameri­cano, per aver organizzato com­battimenti illegali tra cani è di­mostrazione di un'importante realtà della giustizia americana: i potenti vanno in galera. Si può discutere sul caso specifico, cioè se sia giusta o meno una condan­na a due anni di carcere per maltrattamenti ad animali, e il sistema giudiziario americano che at­tualmente tiene dietro le sbarre quasi 2,25 milioni di persone è ampiamente criticabile, ma pos­siede alcune virtù che altri paesi, e l'Italia in particolare, farebbero bene a tener presenti: la giustizia è rapida e si infliggono pene se­vere ai ricchi e ai potenti. Ecco qualche esempio recente.



Il governatore del Connecticut John Rowland, potente repub­blicano di profilo nazionale, fu costretto alle dimissioni nel 2004 per aver accettato che una ditta eseguisse gratuitamente lavori di ristrutturazione nella sua casa di vacanza. Nel marzo 2005, im­putato di corruzione, fu condan­nato ad un anno e un giorno di carcere. Entrò in cella due setti­mane dopo e scontò nove mesi. Il governatore dell'Illinois, George Ryan, anch'egli potente repubblicano, fu costretto a la­sciare l'incarico e finì in tribuna­le alla fine del 2005 per degli ap­palti concessi a persone amiche ottenendo in cambio doni e va­canze pagate. Condannato nel­l'aprile 2006, ha iniziato a scon­tare la pena di sei anni e mezzo di detenzione nel novembre 2007, esauriti i gradi di giudizio. Jeffrey Skilling, amministratore delega­to della Enron, la società energetica texana che fu tra i maggiori fi­nanziatori della campagna elet­torale del presidente George Bush, ha iniziato a scontare lo scor­so anno una condanna a 24 anni di prigione.



Skilling, oggi cinquantaquattrenne, potrebbe quindi passare il resto della vita in carcere per il ruolo avuto nella gestione truffaldina della Enron. L'ex diretto­re finanziario della società è sta­to condannato a sei anni nono­stante le riduzioni di pena otte­nute grazie alla sua testimo­nianza al processo.



Randall Cunningham, congressman repubblicano sessantaquattrenne, è stato condan­nato a otto anni e quattro mesi per tangenti ed evasione fiscale. Ha iniziato a scontare la pena entro un anno dalle sue dimis­sioni dal Congresso. Tom Delay, potentissimo capogruppo re­pubblicano alla Camera, è stato costretto alle dimissioni per uno scandalo di fondi neri. Secondo l'accusa avrebbe fatto uso ille­gittimo di fondi elettorali in Texas. Benché finora non sia stato condannato per alcun rea­to, la dirigenza repubblicana lo ha invitato a lasciare il seggio in parlamento fino alla conclusio­ne dell'iter giudiziario.



Tutti questi casi sono di utile insegnamento. Dimostrano che violare la fiducia pubblica è una cosa seria. La magistratura è sta­ta rapida e inflessibile, nono­stante il notevole peso politico degli imputati. Tutti apparten­gono al partito al potere e questo significa che né George Bush né il congresso repubblicano sono intervenuti o avevano il potere di impedire che la giustizia facesse il suo corso. Non voglio di­re con questo che la corruzione è endemica nel partito repubbli­cano. In realtà negli anni '90, quando era presidente Bill Clinton, un'ondata di casi simili coinvolse i democratici, proprio perché la gestione del potere crea maggiori occasioni di cor­ruzione. Ma in entrambi i casi, i pubblici ministeri federali com­petenti, pur dipendendo da funzionari a nomina politica, han­no considerato loro dovere mandare in prigione i trasgres­sori, compagni dipartito inclusi. Alcuni imputati hanno cercato di dipingersi come vittime della stampa o dei pubblici ministeri locali di diverso orientamento politico, ma una volta emerse le prove inequivocabili dei reati commessi, sono stati abbando­nati dai compagni di partito. Nel sistema americano i pubblici ministeri sono più apertamente politicizzati rispetto all'Italia. I reati federali rientrano nella competenza dei procuratori de­gli Stati Uniti, designati dall'esecutivo a Washington. I reati lo­cali sono di competenza dei procuratori distrettuali, funzionari eletti, di orientamento partitico dichiarato. I fini politici possono essere contestabili a livello indi­viduale, ma ciò che conta sono i fatti. Se un pubblico ministero produce prove certe di un illeci­to, nessuno, neppure i più stret­ti alleati politici dell'imputato, può permettersi di ignorarle, in­dipendentemente dalla fonte da cui provengono.



Quando il governatore del Connecticut Rowland, in gene­rale molto stimato, fu costretto ad ammettere di aver beneficiato gratuitamente di costosi in­terventi di ristrutturazione della sua casa sul lago, undici dei quindici membri repubblicani del Senato del Connecticut han­no chiesto le sue dimissioni. «Ha perso la fiducia della gente», così Christopher Shays, membro del Senato del Connecticut, spiega il motivo per cui Row­land, suo intimo amico e alleato, ha dovuto lasciare l'incarico, pur avendo in seguito regolar­mente saldato i lavori eseguiti nella sua proprietà.



Al di là del generale consenso politico esistente negli Usa sul fatto che l'illegalità, in qualun­que ambito, è inaccettabile, an­che l'atteggiamento degli impu­tati qui in America è diverso. Il governatore Rowland, inizial­mente si è scagliato contro i suoi accusatori, ma alla fine si è espresso sulla sua vicenda giu­diziaria in termini che indicano consapevolezza delle proprie colpe. Scarcerato, Rowland ha ammesso di essersi fatto pren­dere la mano dall'arroganza del potere.



«Nella mia carriera di politico ho incontrato moltissime per­sone pronte a incensarti quando sei in posizione di potere. Finisci per credere a quello che dicono di te i comunicati stampa del tuo ufficio, ti senti al centro di tutto, e inizi a rimuovere il resto». La differenza con l'Italia è, in tutta franchezza, molto forte. In Italia gli imputati finiscono in cella, talvolta a torto, prima di essere condannati per un qualsiasi rea-o, ma in pratica non vanno mai in prigione dopo la condanna, per lo meno se sono ricchi e po­tenti. Le cause si trascinano per anni e le condanne non compor­tano conseguenze fi­no all'esaurimento di tutti i gradi di giudi­zio, un iter che richiede spesso più di un decennio. Se gli imputati siedono in Par­lamento vi restano fi­no all'ultimissimo momento senza rice­vere alcun invito a di­mettersi. Anche dopo una condanna le con­seguenze sono mini­me, ammorbidite da leggi ad personam o da amnistie, così che il "potente di turno" al massimo trascorre qualche mese agli ar­resti domiciliari nella lussuosa dimora ac­quistata con i frutti del suo operato cor­rotto. E nonostante le condanne, montagne di prove e sentenze mitissime, nelle in­terviste questi signori si dipingono come vittime innocenti e si scagliano contro chi ha osato svelare le lo­ro malefatte.



La cosa forse peg­giore è che in Italia gli elementi oggettivi paiono contare po­chissimo rispetto alle fonti che li producono. Così come nell'at­tuale caso Rai-Berlusconi-Saccà - nessuno contesta la veri­dicità delle intercettazioni telefoniche del dirigente Rai Ago­stino Saccà e quasi nessuno par­la del quadro agghiacciante della gestione di potere in Italia - ma vengono respinte perché vengono dalla cosiddetta "ar­mata rossa della magistratura" e perché sono state pubblicate da Repubblica.



Forse l'aspetto più importan­te della realtà americana, porta­ta qui ad esempio, è che negli Usa esistono delle istituzioni, come i tribunali e la stampa, che, indipendentemente dal colore politico, operano in autonomia, producendo elementi oggettivi da tenere necessariamente in considerazione, nel bene e nel male. A ragione o a torto, quan­do un sito web conservatore pubblicò le prove della relazio­ne del Presidente Clinton con Monica Lewinsky, immediata­mente perse importanza la fon­te della rivelazione, importante era stabilirne l'autenticità. Lo stesso accadde quando un altro sito pubblicò le prove che Rudolph Giuliani aveva messo la sua amante, diventata poi sua moglie, sotto la protezione della polizia a spese dei contribuenti. Quando la veridicità dell'infor­mazione fu confermata, Giulia­ni fu costretto a scusarsi e a for­nire spiegazioni.


Può essere legittimo rifiutarsi di adottare il moralismo ameri­cano, ma il rispetto della lega­lità, la rapidità dei procedimen­ti giudiziari e il principio di com­minare ai potenti pene severe come mezzo per scoraggiare l'abuso di potere, sono realtà che è bene tenere in considerazione.

NOTE

Traduzione di Emilia Benghi

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