martedì 6 novembre 2007

LIBERALI DENTRO E FUORI DAL PD

Dal dibattito della Associazione per la Democrazia Liberale

Intervento di Gim Cassano

Catania 4/11/07

In questi giorni, “Europa” è il luogo di una interessante discussione tra liberali, che mi auguro prosegua, avviata da Federico Orlando con l’ invitare i liberali a non fare altri errori proseguendo nelle separazioni, cui Valerio Zanone ha risposto dicendo: “Spero in Dini nel PD”.

E’ stato un errore, di tutti, non avviare questi ragionamenti mesi fa, quando avrebbero potuto contribuire a render possibile l’affermazione di una riconoscibile presenza politica liberale nel PD: cosa che, non mi stanco di dirlo, non sono state solo le “regole” a rendere impossibile; ma è stata impedita anche (ed è cosa più preoccupante dal punto di vista liberale) dalla scarsa consapevolezza di non pochi liberali al riguardo. Molti dei quali hanno imboccato pregiudizialmente strade separate nell’approdo al PD, chi affidandosi all’uno e chi all’altro dei supposti maggiorenti del nuovo partito, rinunziando così ad ogni pretesa di soggettività.

I risultati non si sono fatti attendere e, quelli dei singoli come quelli complessivi, sono sotto gli occhi di tutti.

C’è voluto che alcuni scegliessero di starne fuori, per mettere in agenda una discussione sul ruolo e sulla prospettiva dei liberaldemocratici; il che è avvenuto dopo che il Manifesto Dini-D’Amico ed i comportamenti che ne devono seguire sono entrati prepotentemente nel pieno del dibattito politico.

Non solo di quello interno ai liberali, ma soprattutto di quello relativo all’intera maggioranza.

Da quindici anni a questa parte, è la prima volta che accade qualcosa di simile.

La discussione non riguarda i contenuti: Zanone riconosce al Manifesto Dini-D’Amico il merito di indicare con concretezza le linee di un’azione liberale e, condividendolo, arriva a scrivere che il programma del PD e l’azione di governo dovrebbero recepirne le linee. Per contro, non credo che oggi un liberale possa non far propri i cinque aggettivi indicati da Valerio: laico, antifascista, europeista, riformista, democratico (che, se si va a ben vedere, sono inscindibili l’uno dall’altro).

Dunque, la discussione tra i liberali non sta qui, né tantomeno può esser vista seriamente in termini di differenze misurate su una sorta di sinistrometro. Essa verte unicamente sulle prospettive e sugli strumenti politici; in altre parole, sui comportamenti, che per i liberali, poco abituati a ragionare in termini valoriali e propensi invece a giudicare in termini di effettività, coerenza e concretezza delle scelte politiche, sono il metro di valutazione.

Su questi parametri, in definitiva, si misura la possibilità o meno che i liberaldemocratici possano o meno trovare nel PD la loro casa.

Valerio Zanone, forse con qualche dubbio, ritiene che in definitiva ciò possa essere, e sembra ritenere che il confluire di tutti i liberaldemocratici nel PD renda più facile l’abitarvi, meno grande la difficoltà dello starci da liberali, e meno evidente la fragilità delle loro trincee; di qui “spero in Dini nel PD”.

Ma ciò richiede il verificarsi di due condizioni; entrambe mi paiono di difficile realizzazione.

La prima sta nel fatto che, come Valerio Zanone ritiene debba essere, il PD possa o voglia recepire nel proprio programma, ed il Governo nella propria azione, i contenuti del Manifesto Liberaldemocratico, o almeno, contenuti non del tutto difformi da questi.

Il punto è che, oramai, nessuno nega a nessun altro, a destra ed a sinistra, un po’ di “valori liberali”. Nelle relazioni di Prodi e di Veltroni all’ Assemblea Costituente del PD non è contenuto nulla che, in termini di enunciazioni, confligga palesemente con obbiettivi liberali, e che un liberale non possa condividere.

Ma il termine “liberali” non compare in alcuna delle due relazioni neanche per una sola volta, e neanche per citarli tra i supposti ascendenti del nuovo partito, che nella visione di Veltroni dovrebbe detenere il copyright del riformismo italiano: si parla molto di cattolici e di laico-socialisti, un po’ meno di ambientalisti, per nulla di liberali. In relazioni nelle quali ogni parola viene attentamente misurata, ciò non è privo di significato.

In altre parole, mentre si ammettono tra le idee del nuovo partito anche concezioni che un liberale può accettare, si ritengono irrilevanti i liberali. Al di là delle parole, di questo vi sono prove e controprove: dalle “regole”, alle liste preconfezionate, sino alla totale assenza di ogni liberale dall’unica Commissione importante (quella per lo Statuto), e la presenza del solo Valerio Zanone in quella per il Codice Etico. Il che fa seguito alla non casuale assenza dei liberali dalla discussione dei 14 per il Manifesto e da quella dei 45 per le regole.

Ciò può significare una cosa sola: che gli eredi del consociativismo, non riuscendo a negare l’ attualità e la necessità di contenuti liberali, pensano di poterne stabilire l’effettiva portata ed applicabilità, inserendoli in un contesto di comportamenti, cioè di politiche, che ben poco ha a che fare con la coerenza del metodo liberale.

Come dire: non occorrono i liberali, in quanto saremo noi a proporre contenuti liberali, stabilendone di volta in volta il dosaggio e l’ambito di applicazione: sarebbe troppo rischioso il lasciare in mano ai liberali le loro idee. E’ un atteggiamento che ricorda da vicino quello sulla “sana” laicità fatto da Ratzinger.

E’ illuminante, al riguardo, la totale amnesia in cui il Partito Democratico è caduto a proposito di laicità dello Stato e di diritti degli individui.

E queste non mi paiono questioni di posti o di visibilità, ma di sostanza politica.

In effetti, a render difficile, se non impossibile il poter considerare il PD come una casa adeguata per i liberali, non sono le dimensioni della stanza assegnata, ma l’ architettura d’insieme, cioè la concezione stessa della politica. E qui sta, appunto, la seconda condizione di difficile attuazione.

La questione è di fondo, e riguarda le concezioni tolemaiche della politica che il PD ha ereditato dalla antica DC e dall’antico PC, e che toccano sia il suo collocarsi nel sistema politico italiano che il suo modo di costruirsi e la sua forma-partito: i tempi cambiano, il muro di Berlino è caduto, anno dopo anno i vecchi testi sacri del pensiero ideologico sono stati spostati su scaffali sempre più alti e meno raggiungibili nelle librerie; ma le concezioni in base alle quali la DC fosse comunque il centro inamovibile di qualsiasi maggioranza, ed il PCI detenesse il monopolio dell’opposizione, e che il consociativismo protezionista fosse il meglio che la politica avesse da offrire agli italiani restano ancora largamente presenti.

Ed il neonato PD si è andato costruendo su una nuova concezione monopolistica, che ha origine nel non riescire a concepire l’esistenza di più riformismi che concorrano su progetti di governo, e tra i quali quello liberaldemocratico non è affatto marginale. Il che porta alla conseguenza, pericolosa perché irreale e falsamente semplificatrice, di postulare la titolarità esclusiva del riformismo italiano che, in questa visione, non avrebbe ossigeno e possibilità di esistenza al di fuori del PD.

Specchio di tale concezione è la forma-partito tratteggiata da Veltroni: il partito leggero, di “cittadini elettori”, nel quale le tessere, se vi saranno, non avranno peso determinante, dal quale saranno bandite le correnti, e la cui identità si costruirà strada facendo, è la visione di un partito tolemaico.

Il nuovismo veltroniano, forte della cambiale in bianco rilasciata il 14 Ottobre, appare indirizzato a costruire un partito nel quale una base amplissima che, proprio per la sua ampiezza ed in assenza di effettivi criteri di rappresentanza politica interna, non è in condizioni di far altro che acclamare o andarsene, si trova di fronte ad un centro operativo ristretto e scelto più per cooptazione e nomina dall’alto che sulla base del confronto politico interno. Riappare una concezione centralistica, che riaggiorna il centralismo democratico in versione modernizzata, solo apparentemente smentita dalla finta democrazia delle primarie: non è il meccanismo di voto in sé a render le primarie un metodo che aggira una democrazia effettivamente operante, ma la cernita che viene effettuata a monte, prima del momento del voto; il che si è visto in tutta evidenza il 14 Ottobre.

Se la selezione dei candidati alle competizioni elettorali locali e nazionali dovesse venir effettuata con gli stessi criteri adottati per l’elezione dell’Assemblea Costituente, vi sarebbe non poco da temere per le sorti della rappresentanza politica e dei diritti all’elettorato passivo.

La forma di un partito politico non è separabile dal progetto politico che questo esprime; e mi chiedo quali comportamenti liberali possa concretare un partito cui il manifesto e gli atti iniziali del proprio Segretario assegnano una concezione monopolistica nei rapporti esterni e centralistica all’interno. Ed il pensiero che i due maggiori partiti italiani si assomiglino per questi aspetti, con la benedizione di Giuliano Ferrara, e che, come qualcuno ha scritto, siano gli altri a rappresentare un’anomalia, è del tutto preoccupante per le prospettive della democrazia italiana.

Quando Federico Orlando invita i liberali a non fare altri errori, non si può, allora, rispondere con altro che col tener vivo il dibattito tra questi, reso oggi attuale e necessario dalle diverse scelte che sono state fatte, e reso vivo dal fatto che, dopo anni, una parte dei liberaldemocratici occupa un proprio spazio politico; e, realisticamente, definire i campi delle possibili iniziative comuni.

Ve ne sono molte di possibili: penso alle questioni relative alla laicità dello Stato, ai diritti alle libere scelte individuali, alle questioni relative alla giustizia ed all’informazione, alle correzioni in senso liberale delle scelte di politica economica. Su questi campi, si possono definire obbiettivi comuni a tutti i liberali, ed iniziare a smuovere le acque; e su questi campi può esser definito in termini concreti uno spazio di azione del Gruppo Italiano dell’Internazionale Liberale, come luogo di raccordo e convergenza di tutti i liberali e laici che, sia pur da trincee diverse, condividono la necessità di non consegnare il Paese al berlusconismo e di combattere i protezionismi sociali, economici, e politici del populismo e del conformismo di destra e di sinistra.

A fine mese sarà in Italia Annemie Neyts; potrebbe essere quella l’occasione per iniziare a dare sostanza a questi ragionamenti.

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