giovedì 20 settembre 2007

La Margherita che ci serve ancora

Europa


PAOLO GENTILONI
20-09-2007

Se c’è una cosa che non mi piace, nel dibattito di queste settimane, è la tendenza a una rimozione un po’ frettolosa dell’esperienza della Margherita. Certo, la Margherita non vanta radici antiche nel secolo scorso. E non ha padri nobili da affiancare a Gramsci-Togliatti o Sturzo-De Gasperi nel Pantheon del nuovo partito. Eppure i suoi sei anni di vita, che non sono pochissimi, sono stati anni intensi e soprattutto fruttuosi. Senza l’intuizione che nel 2001 portò a riunire attorno a Rutelli diverse forze e tradizioni riformiste nella Margherita non a v r e m m o vinto le elezioni del 2006 e soprattutto non avremmo creato le condizioni per rendere possibile la nascita del Pd. Siamo al punto in cui siamo non solo per l’impegno generoso di Fassino, Rutelli e dei gruppi dirigenti che alla fine hanno deciso lo scioglimento dei partiti, ma anche per il successo di un progetto politico che si chiama Margherita. Per dimensioni e qualità, la Margherita è riuscita infatti nell’impresa che altri avevano tentato senza successo: rendere contendibile la leadership politico-culturale dello schieramento progressista evitando che tutto si risolva in una nuova tappa della lunga trasformazione del Pci. Dico subito che a questa qualità nelle dimensioni e nell’offerta politica non si è associata altrettanta qualità nell’innovare il modello organizzativo del partito. E questo è uno dei problemi con cui ci dovremo misurare. La Margherita dunque non è una parentesi da accantonare, tanto meno è un autobus. La Margherita è una esperienza originale e di successo i cui talenti vanno ora reinvestiti nella costruzione del Pd. Innanzitutto occorre coltivare l’ambizione a contribuire alla leadership politico-culturale del nuovo partito. Non parlo di ambizioni egemoniche, tanto meno di tentazioni da “mosche cocchiere”. Sostengo che la prima condizione perché la nuova stagione risulti vincente è che sia davvero nuova, capace di conquistare la maggioranza. Per esserlo, non può che essere costruita attorno all’ideale liberal-democratico. In un certo senso le idee vincitrici culturali del Novecento hanno un’occasione di rivincita anche nella politica in cui nel secolo scorso furono minoritarie. Giorni fa, alla festa dell’Unità di Bologna, Davide Riondino mi ha chiesto un commento su due ritratti: Don Camillo e Peppone finalmente uniti. Ho risposto: se il Pd è tutto qui, non andiamo da nessuna parte. Non dobbiamo saldare conti di storie passate. Anche se non ignoro il valore simbolico della caduta di steccati, osservo che si tratta di una caduta ormai vecchia di 20 anni. E che era già alle nostre spalle dodici anni fa quando Prodi propose l’Ulivo. Ora dobbiamo andare avanti, dobbiamo costruire il futuro. Il Pd dev’essere il partito delle libertà, nonostante la signora Michela Vittoria Brambilla e il suo notaio lo considerino come un marchio da registrare. Per coltivare l’ambizione a contendere la leadership e a costruire il futuro, non va disperso un altro dei talenti più preziosi della Margherita. Lo abbiamo chiamato mixappeal, alludendo alla capacità di mescolare esperienze e personalità davvero molto diverse. Diverse quanto lo possono essere Ermete Realacci e Ciriaco De Mita, veri e propri testimonial di quel mix appeal. Sembrava impossibile, ma ha funzionato a lungo. Anche sul rapporto tra laici e cattolici abbiamo imparato molto grazie a questo mix. E certo abbastanza per capire - noi laici della Margherita - la superficialità di certi approcci laicisti. E per non vedere con sufficienza e ostilità la nuova forma di impegno che attraversa la Chiesa italiana e che la grande folla di giovani accorsa attorno al Papa a Loreto ha ben rappresentato. Su questo mix appeal dobbiamo investire, come ha cominciato a fare Francesco Rutelli con il Manifesto per il coraggio delle riforme. Sarà decisivo – questo talento - nella fatica di costruire una identità plurale, di Democratici, senza annullare quelle che vi concorreranno. E evitando il rischio che le identità preesistenti siano solo carte da spendere in questo o quel tavolo di trattative. Il terzo talento da reinvestire sono le scelte riformiste per le quali ci siamo spesi in questi anni – talvolta creando scandalo – e che vogliamo portare in cima all’agenda del primo partito italiano. Non voglio richiamare oggi queste scelte una a una. Mi limiterò a qualche esempio partendo da una premessa generale: il paese ha bisogno di una scossa, non si è ancora rimesso in moto. È un paese ricco di storie di dinamismo e di futuro, ma nel suo insieme appare fermo e talvolta angosciato. Spesso dai sondaggi ci viene trasmesso un clima ottimista quanto al benessere personale, ma sfiduciato sulle sorti comuni. È un paese risentito nei confronti di una politica che appare semplicemente inutile. A questa Italia serve un partito capace di assumere decisioni e di sottrarre la sinistra al suo destino minoritario. Prendere decisioni e conquistare la maggioranza. In che modo? Rompendo con i conservatorismi, anche di sinistra (come ha detto Veltroni al Lingotto). E parlando a tutti gli italiani, oltre gli schieramenti. Ermete Realacci, nei convegni che ha organizzato in questi anni ci ha aiutato a riflettere in questa direzione. Penso al suo “patriottismo dolce”. Penso al tema ambientale, che la Margherita ha portato ai piani alti di un grande partito e che come pochi altri temi può riconnettere politica, interessi quotidiani dei consumatori e futuro. E sappiamo quanto ci sia bisogno di una politica che torni a riguardare gli interessi dei consumatori e il futuro. Anche lo straordinario impatto di opinione della recente conferenza governativa sul clima deve far riflettere e spero che non si riduca a un nuovo tira e molla tra ministri. L’esigenza di oltrepassare il conservatorismo di sinistra ci viene riproposta di continuo. Penso al tema della sicurezza, non a caso al centro dell’impegno della parte dei dirigenti di centrosinistra più a contatto con il popolo, i sindaci. Capisco il regista Tornatore che invita a non condannare i giovani rumeni che lo hanno derubato e mandato all’ospedale. Ma a quanti possiamo chiedere di reagire così? E soprattutto, è vero che dobbiamo combattere le cause della piccola criminalità. Ma perché giustificarla? La sicurezza viene percepita oggi come una vera emergenza, nonostante le nostre siano le società più sicure di tutti i tempi. O forse proprio per questo, visto che l’eccesso di protezione genera sempre nuove insicurezze. Che fare? Lo slogan di Tony Blair è da questo punto di vista definitivo: duri con l’illegalità e con le cause dell’illegalità. Possibile che nella sinistra italiana ogni volta si mettano in antitesi i due termini? Che quando si dice di combattere i comportamenti illegali insorge sempre qualcuno dicendo che il vero problema è l’altro? Oppure penso alla nostra politica economico-sociale. Oggi corriamo un incredibile rischio: separarci tanto dai metalmeccanici quanto dal vasto mondo del lavoro flessibile, autonomo. Dai ceti medi, persino. Un rischio surreale ma possibile, se a una troppo timida politica riformista si accompagna una narrazione opposta, che più che al paesaggio sociale contemporaneo, sembra riferirsi agli anni 60 e 70. Da oltre un anno si parla solo di tasse e di scalone. Non si discute di come gestire il lavoro flessibile, ma di come eliminarlo. Insomma, che cosa diciamo a milioni di giovani immersi nel lavoro flessibile? Vogliamo dire loro che lo stabilizzeremo, come vogliono sentirsi dire talvolta loro stessi e comunque sempre i loro genitori? È una promessa che non sarà mantenuta. Che non può essere mantenuta, in Italia e in nessuna parte del mondo. E che per questo non deve essere un alibi per non fare le cose vere: dare più garanzie, casa, previdenza, assistenza, sostegno al lavoro intermittente. Un percorso di vita che con le opportune garanzie può essere anche migliore dei 35 anni nello stesso posto. Al Pd porteremo in dote la chiarezza di queste e altre scelte. Scelte che definiranno quella che Veltroni chiama “vocazione maggioritaria”. Il che vuol dire che attorno a esse si costruiranno le alleanze, visto che è ormai evidente che il contrario non funziona. Che non possiamo partire da una coalizione infinita e stremata, arrivando a non scegliere per tenerla insieme. Il Pd innanzitutto prenderà posizione, e cercherà alleanze sul suo progetto. Questo è il nuovo conio di cui abbiamo parlato. Non è certo un cambio dell’attuale maggioranza, ma è una svolta rispetto al decennio che abbiamo alle spalle, conviene riconoscerlo. Dobbiamo riconoscere che il Pd non è la prosecuzione dell’Ulivo con altri mezzi. Il quarto talento che ci portiamo dietro è il più prezioso. Come è giusto che sia visto che è ancora sotto terra. Ha il fascino delle incompiute. Non vanta, nella Margherita, una storia di successo. Mi riferisco all’idea che serva un partito nuovo. E che sia possibile costruire un partito nuovo. Avvertiamo ancora la distanza tra questa esigenza e la realtà. Distanza enfatizzata da un clima di opinione che rende insostenibili i difetti della nostra politica organizzata. Nessun ammiccamento a Grillo. A me, blogger, non basta certo la novità del mezzo (il blog) a temperare il giudizio sul messaggio. Altro che antipolitica! Grillo raccoglie la spinta per una politica diversa ma la indirizza verso una politica sbagliata, aggressiva, superficiale, basata sul rifiuto del bene comune e dell’idea stessa di compromesso. La sua politica è lontanissima dalla buona politica che cerchiamo. Ma l’onda non si ferma facendo quadrato attorno ai castelli di sabbia delle nostre strutture politiche attuali. Per mettere fine alla lunga coda degli anni Novanta occorre costruire un nuovo grande partito che risponda a logiche diverse. A quindici anni dalla crisi della Prima repubblica, la qualità della politica organizzata in partiti è ancora tutta da ricostruire. Non ha funzionato la risposta berlusconiana. La spinta federalista ha avuto alcuni effetti positivi, ma si è tradotta anche in una proliferazione di spesa e talvolta di sprechi. Non vorrei che alla fine il federalismo realizzato fosse quello delle aziende pubbliche controllate dalle regioni. Per dirla con l’amara radicalità di Walter Tocci, nei partiti attuali si rischia «un modello in cui si fondono due caratteri, uno antico l’altro post-moderno: il notabilato dell’Italia liberale, con il suo trasformismo basato sulla gestione del potere, e il partito televisivo della post democrazia». Un modello da incubo che non vogliamo veder realizzato. L’aspettativa più grande che circonda il Pd è oggi questa: che migliori la politica. Non lo chiedono a tutti, lo aspettano da noi. Guardatevi l’analisi di Ilvo Diamanti. Guai a deluderla, questa aspettativa. La partita è tutta da giocare, e si svolge nei prossimi tre mesi. Le difficoltà le conosciamo: da un lato la resistenza inerziale delle nostre strutture ad aprirsi al nuovo; dall’altro la diversa evoluzione di Ds e Dl alla prova delle primarie che rischia di pregiudicare uno dei presupposti di equilibrio che ha reso possibile il Pd. E non mi riferisco alla presenza di diversi nostri candidati (che è un bene) ma alla tendenza, che sopravvive nei Ds e non certo nella Margherita, a operare da partito anche quando il partito non c’è più. Questa partita si può vincere se mettiamo a frutto la nostra esperienza, il metodo Margherita. Se confermiamo – e ampliamo, verso Ds e altri – la nostra capacità di mescolare. Se intercettiamo la spinta alla nuova politica, come sappiamo fare, almeno allargando quella porta girevole tra politica e associazionismo laico e cattolico che in questi anni noi abbiamo – a fatica – tenuta aperta. Ma tutto questo non basta. Una sfida a parte riguarda la leadership di Walter Veltroni. Le scelte che farà dopo eletto, la consapevolezza che avrà di questa straordinaria occasione saranno decisive. Una politica nuova oggi ha bisogno anche di scelte dall’alto. Siamo in mare aperto. E abbiamo combattuto per esserci. Capisco che il mare aperto produca anche qualche momento di angoscia tra le nostre classi dirigenti. E possa talvolta indurre a prescindere dalla rotta e a cercare soltanto di stringersi ai consueti equipaggi. Anche il nostro fa bene a stringersi, la traversata non sarà calma. Ma molti di noi navigano in mare aperto da anni e sanno che per i coraggiosi conta la rotta e la capacità di costruire equipaggi nuovi e più forti. Così prenderemo finalmente il largo verso quell’Italia moderna e più civile che disperatamente cerchiamo.

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