La Biagi e gli attacchi di sinistra ad Angius
di
Sergio Romano
Corriere della Sera
19/8/07
Gavino Angius, senatore di Sinistra democratica (il gruppo che si è staccato dai Ds di Piero Fassino e non intende collaborare alla creazione del Partito democratico) ha dichiarato al Corriere che l’attacco di Rifondazione comunista contro la legge Biagi sul mercato del lavoro è «sbagliato e strumentale (...) figlio di una degenerazione propagandistica che ha del grottesco». Non è vero, secondo Angius, che quella legge abbia prodotto un’ondata di precariato: «In questi anni il lavoro regolare, ancorché flessibile, è aumentato per milioni di giovani. Merito della legge Treu e in parte anche della Biagi. In questo modo si è contrastato in parte il lavoro nero. Perciò eliminare queste leggi sarebbe un’operazione folle». Nella sostanza questi paiono argomenti ragionevoli, sostenuti nelle scorse settimane da studiosi e uomini politici di diverso colore, spesso con dati comparativi sulla situazione italiana e quella di altri Paesi dell’Unione Europea. I sostenitori di tesi opposte dovrebbero replicare con altri argomenti e soprattutto con altri dati statistici.
Ma le parole di Angius al Corriere hanno il vizio di provenire da un senatore di sinistra, vale a dire da un uomo che dovrebbe affermare esattamente l’opposto. Scatta così ancora una volta il meccanismo delle contrapposizioni ideologiche e soprattutto dei sospetti. Con un articolo di Rita Gagliardi, Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, si chiede quali siano le reali intenzioni di Angius. E’ «uno spregiudicato uomo di manovra »? E’ una quinta colonna del Partito democratico? E’ un tenace avversario della «Cosa Rossa», la nuova formazione che dovrebbe nascere dall’incontro tra Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica? Appartiene a quella schiera di socialdemocratici europei (Blair e Brown, per esempio) che sono diventati centristi, liberisti, social- liberali? Non si rende conto che la battaglia contro la legge Biagi è «una grande insostituibile battaglia di civiltà»?
Nulla di nuovo, soprattutto in un Paese in cui i principi sono più importanti delle soluzioni, gli slogan contano più degli argomenti e le leggi sono buone soltanto quando si conformano ai dettati dell’ideologia. In queste eterne «grandi manovre» tra forze che si fanno e si disfano in nome del Vero e del Giusto, Treu e Biagi sono soltanto campi di battaglia, munizioni per la lotta, strumenti per mettere alla prova l’ortodossia del dissidente e dell’eretico. La vittima di questa ennesima faida italiana è l’economia nazionale. Dovremmo parlare delle ragioni per cui una legge, probabilmente utile negli anni Settanta (lo Statuto dei lavoratori), sia poco adatta a regolare un mercato che le nuove tecnologie e la globalizzazione hanno radicalmente cambiato. Dovremmo chiederci quale siano le esigenze del Paese oggi e come sia possibile conciliare la domanda di stabilità dei lavoratori con il bisogno di flessibilità delle imprese.
Dovremmo verificare i risultati di una legge con le cifre alla mano, fare i necessari aggiustamenti, tenere d’occhio i risultati piuttosto che gli schemi intellettuali. Ma la politica italiana, a sinistra come a destra, preferisce i proclami ideologici e le reciproche accuse. Divinizzata dalla destra al di là dei suoi meriti, la legge Biagi viene ora demonizzata da una sinistra massimalista che ignora i suoi risultati e non tiene conto dei suoi limiti. Questa politica non vuole cittadini elettori. Vuole soltanto seguaci credenti e obbedienti, sempre pronti a manifestare e a contro-manifestare. Peccato che altri Paesi nel frattempo abbiano altri metodi di lavoro e allunghino con il loro passo la distanza che li separa dall’Italia.
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