martedì 3 luglio 2007

Pensioni, se la politica si arrende

Da Repubblica

3/7/07

"Pensions casinò". Dopo la sorprendente apertura di gioco che il ministro del Lavoro ha fatto ieri sulla proposta avanzata da Cgil Cisl e Uil, non c'è formula migliore di quella inventata da Giuliano Amato nel suo ultimo libro per descrivere la sempiterna trattativa tra governo e parti sociali. La riforma senza fine, stavolta, rischia davvero di diventare la fine della riforma. Al tavolo della cervellotica roulette previdenziale italiana, alla fine, il banco paga sempre. I padri vincono, i figli perdono.

Dopo mesi di appuntamenti mancati e di rinvii annunciati, Cesare Damiano annuncia l'ennesima capitolazione della politica, di fronte all'ennesimo veto del sindacato. Il governo è disposto a rivedere i criteri di attuazione dei coefficienti previdenziali, già fissati dalla legge Dini del 1995, ed è disponibile a sostituire con uno "scalino" a 58 anni dal 2008 e un sistema di incentivi nei due anni successivi lo "scalone" a 60 anni, già previsto dalla legge Maroni del 2004. In un colpo solo, non uno ma due passi indietro.
Accantoniamo per un momento la pur non trascurabile sequenza di impegni formali disattesi da Palazzo Chigi in quest'ultimo anno e mezzo. Dal Dpef dell'anno scorso (che prefigurava la riforma delle pensioni nella successiva Finanziaria) al protocollo d'intesa sottoscritto con Epifani Bonanni e Angeletti a settembre 2006 (che indicava il 31 marzo 2007 come termine per il raggiungimento di un accordo). Dal "dodecalogo" prodiano "non negoziabile" di dicembre (che stabiliva al punto 8 il "riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani") al "preambolo" del Tesoro di aprile (che stabiliva la chiusura della trattativa "prima del nuovo Dpef").

In quest'ultima settimana, piaccia o no alla Triplice confederale, sembravano acquisiti nel dibattito alcuni elementi sostanziali. Oggettivi, dunque non discutibili e per questo non disponibili. La rinuncia alla revisione dei coefficienti costerebbe, di qui al 2040, un punto e mezzo di Pil, portando la spesa previdenziale italiana al record europeo del 16,6%. La rinuncia all'applicazione dello "scalone" costerebbe, nel 2008, circa 4,5 miliardi di euro, che diventerebbero 10 miliardi l'anno a regime. Conclusione ovvia: "I soldi per eliminare lo scalone non li abbiamo, e anche se li avessimo riterrei sbagliato metterli in un'operazione di questo tipo". L'aveva detto Massimo D'Alema ad un Epifani piuttosto contrariato, durante un ruvido faccia a faccia a Serravalle Pistoiese. Solo quattro giorni fa.
Nel giro di un week-end, queste amare ma banali verità sembrano già dissolte. Le parole di un vicepresidente del Consiglio (politicamente impegnative, perché traducono fedelmente la linea del ministro dell'Economia) svaniscono nel vento. Se quella di Damiano non è solo una posizione personale, il governo è pronto ad accogliere il surreale invito del leader della Cgil: si siede al tavolo senza la calcolatrice. Negozia a mani nude: sulla base della pura convenienza elettorale, e senza nessun criterio di sostenibilità attuariale. Concede al sindacato esattamente quello che il sindacato ha chiesto.
Il governo depone la calcolatrice matematica.

Superare lo schema dello "scalone" è un giusto obiettivo di equità, che il programma dell'Unione aveva indicato chiaramente. Ma il sistema alternativo non dà alcuna garanzia per la tenuta dei conti previdenziali di qui al 2011. Al contrario, rischia di aggravare gli squilibri. Lo stesso esperimento della legge Maroni, nella somma algebrica tra le erogazioni rinviate e i minori contributi versati, dimostra che il meccanismo degli incentivi non funziona. Non solo: prevedere che a fine periodo si torni automaticamente allo scalone, nell'ipotesi di un risultato insoddisfacente del triennio di "sperimentazione", è un puro atto di autolesionismo. La minaccia possibile produce un esodo prevedibile: di qui al 2011 non si troverà un solo "pensionando" disposto ad accettare il rischio, e a restare al lavoro in cambio di una manciata di spiccioli.
Ma il governo depone anche la calcolatrice politica. Per non incrinare l'asse con la sinistra (da Rifondazione al Pdci ai Verdi) si acconcia ad accettare l'idea di un'altra "non-riforma" delle pensioni. Per non fare un torto all'ala dura della Fiom (che tiene palesemente in ostaggio Epifani) si adatta a un nuovo compromesso al ribasso. Per non disturbare 129.500 "anziani" (tanti sarebbero nel 2008 i cinquantasettenni "pensionabili" coinvolti dallo scalone) fa l'ennesimo torto ad alcuni milioni di giovani. Costretti a pagare oggi, con i loro contributi attuali, gli incentivi di chi vuol restare e la pensione di chi se ne vuole andare. Condannati a non avere domani, senza un decente "terzo pilastro" previdenziale, uno straccio di pensione per se stessi.

Così la politica non è più arte del possibile. Diventa solo arte del rinvio. Il centrosinistra commette lo stesso "delitto" che aveva giustamente imputato al centrodestra. La legge Maroni aveva rinviato di tre anni la sua efficacia, scaricando su un futuro governo l'onere di difendere una scelta impopolare. Il lodo Damiano rinvia di altri tre anni la resa dei conti, scaricando su un futuro governo la responsabilità di compiere una scelta risolutiva. E soprattutto, scaricando ancora una volta sui giovani il "costo" di un patto inter-generazionale che non hanno mai potuto sottoscrivere, ma hanno solo e sempre dovuto subire.
Il Partito democratico deve servire anche a questo. Un governo riformista non può farsi imporre la linea da un sindacato. Un leader riformista non può sacrificare, ancora una volta, il tutto per una parte. Oggi vale per Prodi, a ottobre varrà per Veltroni.

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