martedì 5 giugno 2007

Perché il Nord è il cuore del Pd

Europa


PAOLO COSTA
05-06-2007


Il risultato delle ultime amministrative al Nord era largamente previsto e prevedibile. La fiammella del possibile feeling tra centrosinistra riformista e Nord, accesasi durante la seconda parte della legislatura Berlusconi, si era già spenta durante la campagna elettorale del 2006, come certificò il voto dell’aprile dell’anno scorso. Prevedibile anche il fatto che di fronte alla nuova, più pesante, sconfitta elettorale si producesse l’ennesimo ritorno di fiamma della cosiddetta “questione settentrionale” e il riflesso condizionato del “fare da soli”, questa volta sotto forma di un possibile Partito democratico del Nord. A dire il vero le amministrative 2007 hanno detto al Nord qualcosa di diverso, di non previsto: il prevalere della componente radicale (Lega nord) sulla componente moderata (Udc e Forza Italia) nel centrodestra. La Lega, che nel 2006 era stata salvata da una autentica débacle solo dall’alleanza elettorale con i movimenti autonomisti del Mezzogiorno, si è presa oggi una indiscutibile rivincita. Una differenza che si spiega con gli umori di un elettorato che, frustrato di suo dal fattore S, dall’angoscia di non sapersi difendere dalle minacce all’elevato livello di benessere raggiunto, si è visto sfrucugliato dal governo e dalla sua disomogenea maggioranza su tasse (lotta all’evasione), famiglia(dico), sicurezza (indulto, immigrazione), infrastrutture (corridoio V, val di Susa, terzo valico), eccetera. Un elettorato che è stato fotografato dalle recenti elezioni in una congiuntura umorale di rifiuto della politica “costosa”, ma soprattutto “inconcludente”: per l’evidente deficit decisionale provocato dai continui distinguo, dai veti incrociati, dalla mancata lealtà tra livelli di governo, da soluzioni, ove raggiunte, apparse sempre precarie e incapaci di far apprezzare la linea strategica. Una situazione che occorre affrontare con sangue freddo, distinguendo umori da ragioni di fondo; per evitare di ripetere errori già commessi nei primi anni novanta quando si è cercato di rincorrere la Lega sul suo terreno, assumendone in modo equivoco l’agenda centrata su una domanda di autonomia-separazionesecessione, fatta di egoismi miopi, di identità antagonista, di totale, antistorica, masochistica, chiusura alla società europea e globale in formazione. Il Partito democratico in costruzione non può ripetere oggi l’errore di allora, quello che non fece fare molta strada al Partito del Nordest che pur aveva attratto le simpatie di una larga parte della borghesia illuminata, e non solo veneta. Oggi occorre una organizzazione autenticamente federale del Partito democratico, occorre garantire e garantirsi forme di partecipazione che restituiscano al Nord il suo potere contrattuale politico, interno ed esterno al partito, ma senza cadere nella trappola di darsi ancora solo obiettivi di “metodo” (partito e stato federale), di fatto rinviando i temi di “contenuto”. Questo non significa che l’Italia non abbia bisogno urgente di una riforma della riforma del titolo V: il sistema di governance a più livelli va messo a punto al più presto per garantire leale collaborazione ed efficienza delle funzioni legislative e amministrative. Occorre, col federalismo fiscale, dare maggior voce in capitolo alle regioni più ricche nella destinazione solidale delle risorse verso il resto del paese. Ma non è più rinviabile il momento di andare al cuore del problema e di accettare la sfida della definizione di un’agenda per il Nord, che sia o meno affidata a un partito del Nord. Per due motivi: uno che riguarda il Nord e uno che riguarda l’intero paese. Per il Nord. Perché molti, i più importanti, dei temi cruciali sui quali costruire la “nostra” risposta alle esigenze, agli interessi, alle aspirazioni, alla mentalità di larghi segmenti delle popolazioni del Nord riguardano competenze che non saranno mai devolute a livello regionale, né debbono esserlo. La politica fiscale, quella del lavoro, quella della giustizia, quella delle pensioni, quella dell’immigrazione anche nei suoi risvolti di sicurezza, quella delle infrastrutture strategiche , quella del commercio estero, etc. rimarranno sempre competenze nazionali, se non diventeranno addirittura sempre più europee. Su questi temi il punto non è quello di strappare un potere che non sarebbe esercitabile, ma di costruire risposte nazionali alle esigenze del Nord. Cosa pensiamo di tasse e spesa pubblica? E delle pensioni? E dell’efficienza della giustizia? Cosa pensiamo di immigrazione? Cosa pensiamo sulla flexsecurity? E delle infrastrutture strategiche? Eccetera. E nel rispondere dovremmo ricordare che alle piccole e medie imprese la riduzione del cuneo fiscale interessa poco se non accompagnata da norme e atti amministrativi che agevolino il passaggio a produzioni e mercati più competitivi (flessibilità del mercato del lavoro garantita dalla solidarietà di adeguati ammortizzatori sociali), che consentano di non dover pagar dazio a energia e servizi troppo costosi (lotta alle rendite su rispettivi mercati da liberalizzare) e di poter facilmente raggiungere i propri mercati di approvvigionamento e di sbocco (logistica e infrastrutture di trasporto); il tutto in un clima di sicurezza personale garantita e di mobilità sociale valorizzata. Ma come non vedere che l’agenda Nord va costruita soprattutto nell’interesse dell’intero paese? Come non vedere che le esigenze del Nord Italia sono le esigenze paradigmatiche di ogni società europea aperta e competitiva? E che la capacità di soddisfarle è la misura della nostra capacità di stare in Europa e di mantenere il rango culturale, sociale ed economico dell’Italia nella società globale? Il pericolo che il centrosinistra riformista sta correndo è di perdere di vista questo obiettivo, perché sempre più condizionato da un blocco storico (lavoro dipendente, pensionati e pubblico impiego) che di per sé non tende ad esprimere la volontà di modernizzazione che al riformismo si impone come scelta vitale: interpretarla o soccombere. Che gran parte del blocco sociale che non riesce a trasformare in opportunità il processo in atto di ricollocazione competitiva dell’Italia sia concentrato nel Mezzogiorno è fatto da non sottovalutare, ma che non può spaventare una classe dirigente degna di tal nome; una classe dirigente che nella coniugazione tra solidarietà e modernizzazione ha la sua cifra distintiva. Urge un’agenda Nord per l’Italia da costruire subito e da offrire-imporre al Pd nazionale. Perché non esiste una “questione settentrionale”; c’è una questione di modernizzazione del paese, di maggior evidenza nel Nord, e una questione, politica, di capacità o meno del Pd di farla propria, assumendo la rappresentanza del blocco sociale innovatore, di chi punta su intraprendenza e merito. Da risolvere a partire da un’agenda Nord per l’Italia, costruita con risposte liberali di sinistra europee – quelle che considerano parte della scatola degli attrezzi della sinistra che voglia essere forza di governo anche strumenti come “deregolazione, privatizzazione, liberalizzazione, concorrenza, competitività, flessibilità, adattamento strutturale”– pur sapendo che questa, oggi, potrebbe contribuire a definire l’azione di governo solo come parte di un “nobile compromesso” da ri-sottoscrivere con la sinistra radicale.

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