martedì 1 maggio 2007

RELAZIONE 1° MAGGIO 2007 – Monticelli d’Ongina (PC)

Intervento di Massimiliano Borotti - Segretario Provinciale UIL

Cari Amici e Compagni,

sulle morti bianche si dicono e scrivono una marea di ipocrisie. Non sono d’accordo con chi li considera “martiri”, perché un martire è consapevole e consenziente verso il proprio martirio, chi muore sul lavoro non credo proprio che lo sia. E' invece questo un problema di lunga data del nostro paese, non un'emergenza degli ultimi giorni. Affrontarlo con nuove leggi possiamo anche pensare che non serva, perché nasce dalla disapplicazione delle leggi già in vigore, peraltro allineate a quelle di paesi con un numero più basso di incidenti mortali sul lavoro. Ma è da anni che in Italia c’è un più alto numero di incidenti mortali sul lavoro che negli altri paesi europei con un livello di reddito pro capite comparabile al nostro. Le statistiche disponibili dicono che in Italia ci sono ogni anno sei incidenti mortali ogni 100mila lavoratori, sei volte l’incidenza del Regno Unito, quattro volte la Svezia, due volte la Germania. Il divario negativo esiste da decenni, non è certo un fatto recente. Da più parti è stata invocata negli ultimi giorni la rapida approvazione di una nuova legge contro gli infortuni lavorativi, il Sindacato Confederale chiede con forza, anche qui in questa piazza in questo giorno, che ad essa venga riservata una corsia preferenziale. Dobbiamo fare presto. Va però detto che la legislazione italiana attuale è stata comunque allineata nel corso degli anni '90 agli standards comunitari, considerati i migliori su scala mondiale. Nessuna legge, però, potrà mai affrontare in modo efficace il problema delle morti bianche finché le normative di sicurezza continueranno a essere largamente disapplicate, come lo sono oggi in Italia. Il problema cronico è quello dei controlli nella vasta area dell’economia sommersa e anche in molte imprese che agiscono alla luce del sole, ma in cui c’è un insufficiente radicamento della cultura della sicurezza. I controlli richiedono una presenza più capillare degli ispettori degli enti preposti su tutto il territorio. L'apparato esistente conta però un numero non sufficiente per operare quotidianamente nel vivo del tessuto produttivo. Un rafforzamento degli organici è un operazione sacrosanta, e attuabile con costi davvero ridottissimi per l’erario. Sarebbe un primo modo concreto di attuare quel nesso tra recupero di efficienza e premio retributivo, che il memorandum governo-sindacati del 18 gennaio scorso prevede, ma che corre un elevatissimo rischio di rimanere sulla carta, dalla rapidità con cui questa operazione verrà concordata e attuata assai più che dalla rapidità con cui verrà emanata l’ennesima legge sulla materia si vedrà se e quanto la lotta contro gli infortuni sul lavoro costituisca davvero una priorità assoluta di questo Paese. L'incremento del numero delle “morti bianche” registrato negli ultimi mesi sui luoghi di lavoro, nonostante una produzione legislativa rispondente alla lotta e all'emersione del lavoro nero, è un segno delle carenze di adeguati controlli. Il contenuto del “Decreto Bersani”, e della legge di conversione, con le leve di contrasto al lavoro irregolare in edilizia, rappresentano esempi di deciso ostacolo alla presenza del lavoro nero. Comunicazione al Centro per l'impiego dell'avvenuta assunzione, obbligatorio riconoscimento di tutti i lavoratori presenti in cantiere, sospensione delle attività nei cantieri ove si riscontri la presenza di più del 20 per cento di lavoratori non regolarmente assunti, maxi sanzioni, interdizione temporanea a gare per lavori pubblici, perdita delle agevolazioni contributive, responsabilità solidale sulla regolarità contributiva tra ente appaltante e appaltatore. Per paradosso registriamo però un incremento del numero degli incidenti e ancor più delle morti sul lavoro non più occultabili, come in passato, come investimenti automobilistici. Poste le basi per contrastare il ricorso al lavoro nero, bisogna ora passare al contrasto dell'inosservanza delle norme di prevenzione e protezione della salute dei lavoratori. Il bilancio 2006 di 1280 morti sul lavoro, in aumento rispetto al 2005, richiede la certezza di qualificate ispezioni nei luoghi di lavoro da parte di personale degli Enti deputati alla vigilanza e controllo, in grado di valutare le esposizioni dei lavoratori ad agenti fisici, chimici e biologici tollerabili per la loro salute, ma anche la validità di un ponteggio o una pessima valutazione dei rischi trasversali, organizzativi d'impresa, (turni, mobbing, burn-out). E in quest’ultimo caso ribadiamo ancora una volta l’assoluta necessità di porvi rimedio rivedendo e rimodulando i tempi di vita e di lavoro attraverso un mirato PRO di stampo provinciale. I circa 1300 lavoratori morti l'anno e le 100 nuove invalidità gravi al giorno, indegni di un Paese civile, chiedono interventi urgenti. Due milioni di persone muoiono ogni anno nel mondo a causa di incidenti sul lavoro o di malattie professionali. Più di cinque mila muoiono ogni giorno. Per una persona che perde la vita sul lavoro, altre 2 mila si infortunano. Sono i dati agghiaccianti contenuti in un rapporto presentato dall'Organizzazione mondiale del lavoro (Oil), in un recente congresso tenutosi a Vienna poco tempo fa. Secondo il rapporto, ogni anno 270 milioni di persone subiscono un infortunio sul lavoro e 160 milioni di lavoratori contraggono una malattia professionale. Si muore soprattutto di cancro (640mila morti all'anno, il 32% dei decessi), per malattie all'apparato circolatorio (23%), in incidenti (19%) e per aver contratto malattie contagiose (17%). L'amianto da solo, si legge ancora nel rapporto, causa ogni anno 100 mila morti. Ogni anno muoiono 12 mila minori sul lavoro. Tra i settori più pericolosi spicca l'agricoltura, che occupa più della metà dei lavoratori nel mondo e denuncia, di conseguenza, più del 50% di incidenti e morti sul lavoro. La maggior parte delle vittime appartiene ai paesi in via di sviluppo, dove si concentrano attività primarie ed estrattive come appunto l'agricoltura, la pesca, l'estrazione mineraria e il disboscamento. L'Oil rileva che in generale è carente in tutto il mondo l'informazione sulle precauzioni da adottare sul lavoro per evitare di contrarre malattie o di rimanere vittime di infortuni. Enorme il costo economico degli incidenti sul lavoro: secondo lo studio, le indennità versate alle vittime sono pari ogni anno al 4 per cento del prodotto interno lordo mondiale. Una cifra spropositata - senza considerare la sofferenza umana - e superiore al valore di tutti gli aiuti umanitari concessi ogni anno ai paesi in via di sviluppo. Secondo l'Oil circa l'80% degli infortuni e delle morti bianche potrebbe essere prevenuto se tutti gli Stati membri dell'Organizzazione internazionale del lavoro ricorressero alle migliori e più comuni strategie di prevenzione e sicurezza. Nei paesi industrializzati sarebbe prioritario mettere a fuoco i fattori psico-sociali legati a mediocri relazioni tra lavoratori e direzione, nonché individuare le conseguenze fisiche e mentali di mansioni altamente tecniche e ripetitive e dare informazioni sull'uso di nuove tecnologie o di nuove sostanze, inclusi i prodotti chimici. In Italia la Commissione parlamentare d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro, istituita il 23 marzo 2005 ha concluso i suoi lavori a poco meno di un anno di distanza svolgendo un’indagine conoscitiva sulle condizioni di lavoro nel nostro Paese che permette di aggiornare conoscenze nel campo della tutela della salute e sicurezza sul lavoro e, quindi, precisare gli obiettivi del Piano di prevenzione nazionale. Considerando i “profili generali della sicurezza” la Commissione, sulla base dei dati statistici sottolinea “come il problema della sicurezza sul lavoro sia ancora di estrema gravità”. Le variazioni delle cifre sono infatti poco rilevanti rispetto all'entità complessiva del fenomeno e alla molteplicità delle questioni che sorgono nella concreta attuazione della normativa. Aspetti altrettanto significativi sono messi in luce con riferimento alle malattie professionali dove le carenze sono ritenute, a ragione, ancora più gravi, in quanto la denuncia delle malattie medesime è presentata, in molti casi, presso soggetti diversi dall'Inail e non esiste un coordinamento nella raccolta e nell'elaborazione dei dati, nonostante che la legislazione prevedrebbe già dal 2000 l'istituzione presso l'Inail di un "registro nazionale delle malattie causate dal lavoro ovvero ad esso correlate".

Le “Considerazioni conclusive”, tracciano un quadro utile alla riflessione con proposte, orientate tra l’altro verso questi temi:

1. La revisione della normativa che dovrà mirare soprattutto a promuovere la prevenzione ed il coordinamento delle istituzioni ad ogni livello.

2. Dall'esame delle problematiche relative all'informazione e formazione dei lavoratori, nonché dei responsabili e degli addetti ai servizi di prevenzione e protezione e dei rappresentanti per la sicurezza, è emersa, in primo luogo, l'esigenza di un incremento quantitativo e qualitativo di tali attività.

3. Un'altra problematica inerente alla prevenzione ed alla cooperazione riguarda le imprese appaltatrici e fornitrici che operano all'interno delle strutture del committente. Si è riscontrato come le norme vigenti, che pur stabiliscono alcuni obblighi generali di cooperazione e coordinamento (in materia di sicurezza) a carico del committente, non siano sufficienti, le disposizioni, peraltro, attualmente non riguardano la fattispecie del contratto di somministrazione né altre formule contrattuali atipiche.

4. l’attuazione del principio, non ancora del tutto operante, della “comunicazione il giorno precedente” l’instaurazione del rapporto di lavoro.

5. l’estensione di tale obbligo e di quello del Documento unico di regolarità contributiva anche ad altri settori, in particolare ai servizi.

6. l’aggiornamento di tale documento più frequente rispetto al disposto dall’attuale disciplina.

Tutto ciò ci porta a dire e a rivendicare che il lavoro deve ritornare ad essere al centro del dibattito politico nel nostro Paese, perché da esso discende buona parte dei meccanismi che regolano la vita degli individui.

Individui che non possono essere ancora considerati solo numeri o identificati come “morti bianche”.

Si chiamano così le vittime che si vogliono dimenticare, quasi a voler esorcizzare le responsabilità di un sistema globale che ha capovolto i valori dell’uomo e dello sviluppo umano, per sostituirli con i valori del progresso. Il lavoro è considerato una merce che risponde alle leggi di mercato: maggiore offerta minore guadagno, sempre minore e sempre più modesto se uno stato di necessità costringe il prestatore d’opera ad accettare qualunque ricatto pur di poter provvedere all’indispensabile per la famiglia. Il lavoro è inteso come mezzo di sostentamento, come mezzo produttivo e come mezzo di ignobili ricatti. La logica del neo-liberismo ripropone l’ideologia del successo, del benessere, del denaro, del potere, ma limitatamente ai proprietari dei mezzi di produzione, che si ritengono in pieno diritto ad esercitare per intero il loro potere contrattuale per realizzare quel “surplus” produttivo che rappresenta lo sfruttamento a danno dei prestatori d’opera. L’economia, in uno Stato precipitosamente spinto dentro la logica del mercato, della concorrenza, della produzione, ha assunto una ideologia contro natura, privilegiando l’economia della finanza, fatta di numeri, scatole vuote che si spacciano per scatole piene, redditi parassitari, paradisi fiscali, falsi in bilancio, evasioni fiscali, truffe, raggiri, bond che non valgono niente svenduti a ingenui risparmiatori, illeciti arricchimenti, contro l’economia del lavoro che esalta l’uomo in quella che deve essere considerata la sua funzione primaria: il lavoro. Purtroppo dove c’è l’assenza dello Stato, si permette che lo sfruttamento continui nel suo itinerario di morte: lavori pericolosi privi delle doverose precauzioni per contenere i costi e aumentare gli utili; lavoro nero per i disoccupati che hanno bisogno di esercitare il lavoro per vivere, mentre vengono assunti per morire. Li chiamiamo “morti bianche”, come se fossero limpide, serene, prive di macchie, mentre descrivono tutta la tragicità della vita che divide “chi possiede” da “chi non possiede”; chi ha il diritto di arricchirsi (e vivere una vita rosea) e chi ha il dovere di morire (e subire una morte bianca), chi ritiene di potersi considerare “persona” e chi viene, invece, solamente contata come “numero”. Viviamo, così, ai margini di un burrone che porta verso la disgregazione di ogni ordine morale, a danno di quanti, per bisogno, per fragilità, ne hanno perso il diritto. I temi sociali spesso vengono relegati in spazi residuali e sempre meno affrontati. In particolare il tema del lavoro e della sua sicurezza deve uscire dal silenzio. L’Italia è un paese dove ogni anno muoiono più di 1300 lavoratori, lo ricordo ancora, se ne infortuna oltre un milione per oltre 18 milioni di giornate di lavoro non effettuate. In Italia oltre 4 milioni di persone sono costrette a lavorare in nero, private di ogni diritto e privando il paese di risorse fondamentali. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori stranieri sono tenuti in clandestinità per sfruttare il loro lavoro, in alcuni casi trattati come schiavi e rispediti poi al loro paese di origine. L’informazione ha un ruolo decisivo per affrontare e aiutare a risolvere questa situazione. Per questo abbiamo nel 2005 con l’iniziativa unitaria “Buon lavoro Piacenza 2005” dato l’avvio in primis ad una vera e propria campagna di informazione per far si che si radichi sempre più una vera cultura della prevenzione e della sicurezza e si costruisca un patrimonio sociale di riferimento per il futuro. Il lavoro sommerso, la mancanza di sicurezza, lo sfruttamento dell’immigrazione devono diventare un disvalore. Abbiamo mobilitato tutte le energie sociali, imprenditoriali e istituzionali disponibili sul territorio in una campagna permanente di contrasto al lavoro sommerso, promuovendo iniziative di informazione e sensibilizzazione, coinvolgendo le categorie economiche, gli enti pubblici, le scuole e i diversi sistemi di controllo e repressione. Una campagna permanente, che assieme alle diverse misure che stiamo discutendo con il Governo, si proponga di radicare una cultura della legalità, della sicurezza e della promozione del “buon lavoro” e della “buona impresa”. I primi risultati iniziano ad arrivare e in senso concreto: si è costituito presso la Prefettura di Piacenza un momento di confronto, analisi ed indirizzo nell’ambito del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, è operativo l’Osservatorio sul facchinaggio ela movimentazione delle merci, abbiamo rivisto le tariffe minime per i lavori di facchinaggio: tutte iniziative che vanno nel senso di aumentare la rete di protezione locale e sociale.

Il valore sociale del lavoro quindi può e deve tornare ad essere un tema centrale in Italia.

Lo stesso Presidente della Repubblica in suo messaggio che qui voglio citare, dichiara che:

……..in Italia questa è una piaga, non è un prezzo inevitabile da pagare come in qualsiasi altro grande paese con milioni di occupati. È una piaga, come ci dice il sinistro bollettino quotidiano degli infortuni che si verificano in ogni parte d’Italia……. subito dopo l’elezione a Presidente, quando prestai giuramento e pronunciai il mio messaggio al Parlamento, volli sottolineare che “il valore del lavoro, come base della Repubblica democratica, chiama più che mai alla tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, e dunque anche nelle forme ora esposte alla precarietà e alla mancanza di garanzie”…… Ma non ci si può limitare alla denuncia, commossa e indignata. Occorre prendere decisioni, adottare misure realmente efficaci, nonché quelle così importanti che si annunciano, e spero vedano presto la luce………. E il mio augurio è, più in generale, che si elevi il livello di attenzione, per questi fatti e questi problemi: il livello di comune sensibilità sociale e civile. Perché se la sicurezza è vita, la garanzia della sicurezza è condizione di civiltà e di giustizia nel nostro paese.

In Italia però si continua a morire sul lavoro come avveniva cinquant'anni fa. Segno che il progresso scientifico e tecnologico troppo spesso non ha trovato valido riscontro in adeguate misure di prevenzione e tutela nei luoghi di lavoro.

Sicurezza e infortuni sono tornati in cima all'agenda merito di chi, ha puntato fin dall'inizio della legislatura ha ridare centralità al lavoro. Accendere i riflettori di per sé non basta ad arginare un fenomeno che ha assunto proporzioni allarmanti, ma da qui si parte per favorire interventi concreti in grado di garantire l'integrità psicofisica di chi, tutte le mattine, esce di casa per andare a lavorare e ha il diritto di pensare che, alla sera, in quella casa ci potrà ritornare. Investire in sicurezza non può che essere una priorità assoluta per le istituzioni democratiche di questo Paese. E’ la mancata applicazione delle norme specifiche relative a salute e sicurezza, della quale spesso e volentieri si parla, una delle cause degli infortuni, e a ciò vanno aggiunte l'inadeguatezza delle norme su appalti e sub-appalti, la precarietà, lo sfruttamento dei lavoratori immigrati, il lavoro nero e la carenza degli apparati di vigilanza, nonché il mancato o insufficiente coordinamento delle strutture pubbliche competenti.

Avviare un percorso di costruzione di una legislazione specifica è un passaggio necessario, dal momento che la stracitata "626" non è riuscita ad arginare il fenomeno delle "morti bianche", una delle piaghe più gravi del nostro Paese. La fotografia che ci ha fornito recentemente l'Inail è allarmante. Una tendenza così preoccupante impone un'analisi scrupolosa e rivolta ai limiti riscontrati nel passato anche recente: accennavo prima alla "626". Da un lato gli interventi applicativi sono stati fiaccati dalla complessità delle procedure burocratiche che hanno spesso e volentieri depotenziato gli effetti delle iniziative concrete a tutela della salute. E a margine di quelle "procedure", occorre dirlo con amarezza, qualche fantomatico "operatore del settore" si è pure arricchito. Burocrazie e rallentamenti di varia natura non hanno certo aiutato coloro che chiedevano di utilizzare il nuovo strumento legislativo per ripensare i modelli organizzativi in funzione della sicurezza, e nel suo insieme ha consentito a furbi e mascalzoni di farla spesso franca lasciando centinaia di migliaia di lavoratori alla mercé dei rischi più gravi e disparati.

Il nostro impegno è quello di rendere le norme davvero esigibili tra le lavoratrici e i lavoratori. Alla luce di una situazione tanto grave, infatti, non abbiamo solo il problema di "fare" ma anche di "fare presto". Una strada accidentata, a giudicare la tendenza che emerge dai dati Inail che citavo in precedenza, che però va percorsa dall'inizio alla fine e a qualunque costo: lo chiedono le lavoratrici, i lavoratori e tutti coloro che hanno riposto tante speranze in un cambio di rotta. Con questo spirito dobbiamo guardare con fiducia e ottimismo, alle prime misure varate: mi riferisco alla disposizione di tessere di identificazione per i lavoratori che operano nei cantieri, accanto alla modifica della disciplina degli appalti, necessaria ad evitare che il meccanismo del "massimo ribasso" inneschi dinamiche perverse in termini di mancato rispetto delle norme sulla sicurezza e più in generale dei diritti dei lavoratori. Quel Testo Unico che dovrà caratterizzare il lavoro del Parlamento, per aggiornare la normativa e renderla più efficace dinnanzi alle sfide che la modernità impone a tutti noi. Un'altra necessità importante, è rivolta alle regioni affinché stabiliscano un limite minimo di risorse da attribuire specificatamente alla prevenzione in materia di sicurezza sul lavoro. Oggi è previsto che il 5% della spesa sanitaria debba essere destinato alle attività di prevenzione, senza indicare nessuna priorità. Sarebbe necessario destinare almeno il 50% di queste risorse alla prevenzione sui luoghi di lavoro. Queste sono alcune delle priorità che abbiamo individuato per tentare di dare una risposta concreta ed immediata a chi oggi muore di lavoro.

Ci apprestiamo ad uno sforzo importante: vogliamo coniugare al meglio futuro e diritti. Ma esistono una serie di altri interventi necessari e a cui lavorare. Un campo d'intervento è sicuramente quello relativo alla normativa sugli appalti: attualmente il subappalto è una delle "pratiche" più diffuse. In esso si annidano i maggiori rischi e le maggiori carenze in materia di controlli e sicurezza. Una catena quasi infinita che spesso rende difficile anche risalire all'azienda "madre" che magari è l'unica, almeno sulla carta, ad avere i requisiti necessari a svolgere quel tipo di lavoro. Anche l'apparato sanzionatorio non è adeguato alla tragedia quotidiana di quelli che sono non morti ma omicidi bianchi: le sanzioni penali sono molto lievi e quelle in denaro non sono così alte da rappresentare un vero deterrente, inoltre la possibilità per una azienda di imbattersi in un controllo è talmente bassa (si parla di una media di un controllo ogni 7 anni) che è molto più conveniente economicamente rischiare un controllo - che non si sa se arriverà - piuttosto che investire realmente in sicurezza. È ora che i datori di lavoro capiscano che sulla sicurezza non si può risparmiare e la salute dei lavoratori non è una merce di scambio o il terreno di una qualsiasi trattativa, ma la sicurezza sul luogo di lavoro è una condizione imprescindibile, è il punto di partenza. Ed a proposito di prevenzione è necessario rivedere anche il ruolo e le tutele dei Rls. I lavoratori rappresentanti per la sicurezza sono infatti quelli che sono in prima linea e possono dire quello che va o non va in materia di prevenzione e tutela sui luoghi di lavoro. Questi lavoratori non hanno tutele sufficienti a far svolgere fino in fondo il proprio ruolo, infatti a volte quando chiedono il rispetto della legge sono oggetto di piccole o grandi ritorsioni da parte dei datori di lavoro: angherie, sospensioni, multe, sino ad arrivare al licenziamento. E non si tratta di esempi accademici ma di vicende documentabili e che riguardano lavoratori in carne ed ossa. Un lavoratore per occuparsi veramente della sicurezza sua e dei compagni di lavoro - ma spesso anche della sicurezza degli utenti se penso a settori come la scuola, gli ospedali, i trasporti - deve in primo luogo avere un contratto di lavoro sicuro e così essere un lavoratore libero dai ricatti (e possiamo immaginare in questo senso come si senta un lavoratore precario); poi se parliamo di Rls deve avere tutele reali che prevedano anche sanzioni per quelle aziende che con un ingiustificato motivo hanno sanzionato i Rls, facendo così opera di intimidazione verso tutti gli altri lavoratori. Alcuni di questi provvedimenti credo che potrebbero essere assunti in tempi brevi ed anche a costo zero. Non si può aspettare oltre. Mi ritorna alla mente "La Ballata di Giuliano", il titolo di una inchiesta televisiva di qualche anno or sono sulla strage quotidiana, nascosta, eppure a portata di mano di lavoratori, uomini e donne di ogni età. Si trattava di un viaggio in Italia da nord a sud, nel mondo vergognoso delle morti bianche, che uccideva lavoratori considerandoli pezzi di ricambio di un ingranaggio perverso e impunito. Era il 2000 e di lavoro si moriva. Oggi, come ieri, di lavoro si continua a morire. E basta un trafiletto sul giornale, una dichiarazione di circostanza, l'attenzione di un momento. Poi tutto sembra finire lì, tutti sembrano tornare a posto con la propria coscienza. Si parla di morti bianche associandole a esistenze spezzate, a vite bruscamente e drammaticamente interrotte, ma si deve pensare non soltanto a chi muore: nella morte di queste persone vengono infatti coinvolte le vite dei genitori, delle mogli (o mariti), dei figli, privati senza motivo di un'esistenza a loro vicina. Le morti bianche sono dunque le morti della vergogna, di crimini quasi sempre impuniti, e l'elenco di lavoratori morti si gonfia quasi sempre nel silenzio, andando a riempire gli almanacchi di armadi nascosti. Si potrebbe descrivere un percorso, lungo il nostro Paese, nel quale si snoda una invisibile "spoon river" di caduti in nome del lavoro, nelle fabbriche come nei laboratori, nei campi come nei cantieri, e in molte altre realtà produttive di ambiti diversi, dove soccombono uomini e donne. Quelle donne spesso menzionate molto meno dell'altro sesso, e ricordate fuggevolmente soltanto l'otto marzo, o giù di lì. Nel frattempo i dati crescono, giorno dopo giorno. Ma concretamente restano soltanto numeri, freddi e gelidi proprio come la morte, che arriva al nord e al sud, senza guardare in faccia nessuno, se non il volto delle sue vittime. L'impegno, a partire da chi parla, sarà come è sempre stato, quello di non abbandonare mai la lotta, dove ognuno con i propri strumenti quotidiani, contribuisca a migliorare una realtà tanto sconvolgente quanto inaccettabile.

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